Come coltivare cactus e succulente e non ritrovarsi con “palloncini” gonfiati

Ferocactus (Baja California)

Coltivare in modo naturale (o “wild”, secondo una felice definizione) significa anzitutto, per come la intendo io, rispettare le piante. In altre parole, non chiedere loro di essere quello che non sono – ad esempio palloncini verde smeraldo con spine sottili, da posizionare accanto al pc di casa – bensì assecondarne le esigenze tentando di garantire loro condizioni il più possibile simili a quelle di cui beneficiano in natura. 

La sfida: piante simili a quelle in habitat
Copiapoa cinerea in fiore
Copiapoa cinerea: qui per avvicinarsi all’habitat occorrono anni perché la pianta in vaso fatica a sviluppare la spessa cera che ne ricopre il fusto in natura

Scopo di questa tecnica di coltivazione è quindi quello di ottenere esemplari di cactus e succulente (per quanto possibile) simili a quelli che si possono osservare nei luoghi d’origine come Messico, Sud degli Stati Uniti, Bolivia, Argentina, Cile, ecc. Non solo: molti coltivatori “wild” si spingono oltre e cercano di creare attorno alle piante anche un piccolo “landscape” naturale, andando a documentarsi sui materiali presenti negli areali di origine per trovarne di simili nei dintorni delle zone in cui vivono. Diciamo che questa è l’interpretazione più “radicale”, e forse anche la più corretta da un punto di vista “filologico”. Si cerca, in sostanza, di riprodurre l’habitat attraverso le tecniche di coltivazione ma anche attraverso i materiali, che si vogliono in linea con quanto è presente in natura, e l’ambientazione finale.

Il mio approccio è un po’ più morbido. Un po’ perché dalle mie parti abbondano i campi ma mancano montagne o boschi che possano garantire un’ampia scelta in fatto di terreni e materiali. Un po’ perché mi appassiona poco la geologia e penso che, in ogni caso, anche sugli altri elementi come latitudine, incidenza dei raggi solari, qualità dell’acqua, non possiamo far altro che accettare compromessi rispetto alle zone d’origine di cactus e succulente.
In breve, posto che a guidarmi sono sempre tentativi ed esperimenti pratici, per certi versi
 sono abbastanza “permissivo”. Tendo, cioè, a badare più a ciò che mi serve o non mi serve per far sì che l’aspetto della pianta, dopo qualche anno di coltivazione, si avvicini a quello degli esemplari in habitat. E’ il mio approccio, lo ripeto. Non è giusto né sbagliato: è semplicemente quello che funziona per me.

La terra “giusta” esiste?
Mammillaria in stagione di asciutta
Una mia mammillaria in stagione di asciutta

Uno dei primi elementi da prendere in considerazione se si vogliono ottenere piante simili a quelle di habitat è il substrato. Chiamatelo terriccio, composta, miscela o semplicemente terra, ma tenete presente che non esiste il substrato ideale. O meglio, ne esistono fin troppi. Tanti quanti sono quelli che funzionano nei singoli casi, messi ovviamente in relazione con gli altri fattori della coltivazione: esposizione, annaffiature, temperature, latitudine, fertilizzazione.

Da un punto di vista razionale (ma anche “filosofico” visto che quello “wild” è uno stile di coltivazione ispirato da un pensiero e da uno scopo di fondo ben precisi), se vogliamo esemplari naturali è alla Natura che dobbiamo ispirarci. Ovvero? Informarci sulla composizione di massima dei suoli in cui, in habitat, affondano le radici cactus e piante grasse. E qui si apre un mondo, perché si può andare dall’osservazione diretta (ad esempio in occasione di viaggi) a quella indiretta, raccolta documentandosi in Rete, studiando mappe geologiche, scambiando pareri con altri coltivatori.

Una cosa è certa: a meno che non intendiate iscrivervi a qualche facoltà di Geologia (c’è poco da sgranare gli occhi: molti appassionati bussano davvero alla porta di amici o conoscenti geologi per avere pareri e informazioni), la raccolta d’informazioni non potrà che essere supportata dalla sperimentazione diretta.

Al bando definitivamente la classica composta a base di pomice, lapillo e torba? Largo esclusivamente a materiali naturali come terra di campo argillosa, sabbia, ghiaia, marna, alberese, terriccio di foglie?
La risposta è: dipende. Dipende da quanta voglia avete di sperimentare, da quanto tempo potete dedicare allo studio delle reazioni delle piante a svariate miscele.

Una Coryphantha cresciuta male in terriccio sbagliato
Una mia Coryphantha cresciuta male a causa di un terriccio troppo azotato

Una precisazione: non voglio affatto criminalizzare il classico mix pomice/lapillo/torba, il cosiddetto “terriccio standard” per cactus. Se supportato da una coltivazione corretta in termini di esposizione, annaffiature e fertilizzazione, questo substrato funziona egregiamente. Semplicemente, se vogliamo piante maggiormente simili a quelle che possiamo osservare in natura, non possiamo prescindere dall’utilizzo di materiali presenti nei suoli d’origine. Dove non troveremo lapillo, pomice e torba, ma, piuttosto, argilla (più o meno sabbiosa, poco o tanto calcarea, ecc.), ghiaia, quarzite, rocce di vario tipo, oppure marna (e anche di questa ne esistono svariate tipologie).

Naturalmente, il terriccio “wild” deve rispettare le caratteristiche di porosità, scioltezza e capacità di drenaggio necessarie a tutte le cactaceae. Posto che non esiste alcuna formula magica e che le variabili sono infinite, ogni composta dovrà essere testata (possibilmente su più esemplari di una stessa semina) per alcuni anni, prima di tirare qualche somma.

A titolo di esempio, per chi volesse approcciarsi a questo tipo di coltivazione senza dannarsi l’anima alla ricerca di materiali a casaccio, magari in compagnia del famoso amico geologo, ecco una buona composta di base che sfrutta materiali naturali ma anche materiali non presenti nei suoli d’origine:

  • 2 parti di terra di campo argillosa e sabbiosa
  • 1 parte di torba fine oppure di humus di lombrico
  • 4 parti di pomice
  • 3 parti di ghiaia di fiume 
Una mia semina di Obregonia denegrii
Una semina di Obregonia denegrii in composta con pomice, ghiaia, terra di campo

Si tratta di un mix che utilizzo con ottimi risultati da diversi anni: garantisce un rapido drenaggio e il giusto quantitativo di nutrimento alle piante. Non le fa gonfiare e rallenta i ritmi di crescita rispetto ai terricci torbosi, che spingono eccessivamente (sui substrati, più in dettaglio, ho scritto qui).
Altra precisazione fondamentale: la terra di campo non sarà mai la stessa da una zona all’altra. Sono troppi i fattori che ne definiscono le proprietà, tocca farsene una ragione. Avremo pertanto terra “grassa”, terra “magra”, terra sabbiosa, terra argillosa, calcarea… (qui trovate la descrizione dei materiali che ho sperimentato nel corso degli anni).
Anche qui, non c’è altra via se non l’osservazione e la sperimentazione diretta. Ovvero il primo caposaldo della cultura “wild”!

Le temperature e l’aria

Un altro fattore importante da considerare ai fini dell’irrobustimento delle piante è quello relativo alle temperature. In natura le cactaceae sono abituate ai forti sbalzi termici che si alternano tra il giorno, dove in molte zone subdesertiche si superano i 40 gradi, e la notte, dove si può scendere rapidamente sotto lo zero

Astrophytum asterias retratto per l'asciutta invernale
Astrophytum asterias retratto per l’asciutta invernale

E’ chiaro che in coltivazione, in Italia, non potremo avere simili condizioni e gli sbalzi termici saranno decisamente ridotti, in particolare in estate, dove spesso l’abbassamento delle temperature nelle ore notturne è davvero scarso. Tuttavia, durante la stagione di crescita l’ideale è dare alle piante il massimo dell’esposizione (salvo per quei generi che in natura vivono riparati da altre piante, come alcuni Notocactus, le Obregonia, alcuni Gymno ecc.), ovviamente dopo averle abituate gradualmente. 

Se abituate al sole e tenute all’aria aperta, le cactaceae possono sopportare temperature davvero notevoli, anche vicine ai 50 gradi. La parola d’ordine, però, è: aria. Occorre che ne abbiano il più possibile. Tenere cactus e succulente in piccole serre esposte al sole (magari quasi del tutto chiuse oltretutto) equivale a mandarle al patibolo: le piante si “lesseranno”, si danneggeranno e nella peggiore delle ipotesi moriranno.

Non solo: aria e luce sono fattori determinanti anche ai fini della prevenzione contro parassiti e malattie fungine. Piante più robuste e sane hanno meno bisogno di trattamenti a base di prodotti chimici, spesso dannosi per l’ambiente e per la nostra salute.

Qui un approfondimento sulla difesa contro le avversità di cactus e succulente.

D’inverno il discorso cambia: qui sì che è possibile dare alle piante grasse sbalzi di temperatura anche notevoli, in particolare se si dispone di una serra. Durante le giornate di sole in una serra chiusa si può facilmente arrivare a 25 gradi anche in pieno inverno, mentre la notte, a seconda della zona in cui ci si trova, si può scendere più o meno abbondantemente sotto lo zero. 

Anche nella stagione di stasi vegetativa l’aria è fondamentale: nelle belle giornate è assolutamente opportuno aprire la serra e arieggiare anche per alcune ore. Altro fattore fondamentale per far sì che le piante passino l’inverno senza problemi è l’acqua. Per la maggior parte delle cactaceae le irrigazioni vanno sospese da fine settembre (quantomeno qui al Nord) per riprendere a fine marzo. Con un terriccio asciutto e in condizioni ottimali (vedi: serre ampie e ben arieggiate, con tassi di umidità non eccessivi e soprattutto non costanti) la maggior parte dei cactus e delle succulente reggono senza problemi temperature ben sotto lo zero. 

Un approfondimento sullo svernamento di cactus e succulente (con una tabella delle temperature minime tollerate) lo trovate in questo post specifico.

Il rinvaso
Semine di Ferocactus in attesa del rinvaso
Semine di Ferocactus in attesa del rinvaso

Confutiamo subito un’errata convinzione: cactus e piante succulente in generale vogliono spazio. Per anni si è letto o sentito dire che le cactaceae vanno coltivate in vasi piccoli, appena più larghi della pianta. Con vasi grandi e tanta terra si rischiano ristagni di acqua, si rischia che la pianta marcisca, si diceva (e si dice ancora, purtroppo). Affermazioni insensate. Il punto è: che tipo di terriccio usiamo? E’ sufficientemente drenante? Asciuga in fretta? Contiene una frazione di organico (ad esempio torba) in percentuale alta? Le domande da porsi, semmai sono queste. Non è affatto vero che cactus e succulente vogliono vasi piccoli.

Come tutte le piante, hanno bisogno di spazio per allungare le radici e crescere adeguatamente. Ciò che conta è usare il giusto substrato e dare alle nostre piante le giuste condizioni in termini di annaffiature, aria, luce, temperature.

Personalmente uso vasi grandi, spesso sovradimensionati rispetto alle piante, adatti a contenere “comodamente” l’apparato radicale e il fusto, attorno al quale lascio diversi centimetri di spazio (tanto da contenere anche le spine più lunghe, nella maggior parte dei casi).

A questo link trovate un articolo specifico sul rinvaso di cactus e piante grasse in generale.

Il periodo migliore per i rinvasi? Di fatto non esiste un periodo ideale: c’è chi rinvasa tutto l’anno e chi, come me, predilige la stagione invernale, quando le piante sono in stasi e avranno tutto il tempo di cicatrizzare le radici prima della prima annaffiatura. Come regola, evito di rinvasare nel periodo che va da fine settembre a metà dicembre. Questo per non “disturbare” le piante nella fase di preparazione all’asciutta e al freddo.

In occasione del rinvaso è buona cosa controllare le radici e verificare che non siano presenti cocciniglie o altri parassiti. Nel caso, la terra va rimossa completamente (e buttata) e la pianta andrà trattata con appositi acaricidi o pesticidi. 

Se la pianta è già in un terriccio idoneo, mi limito a scrollare un po’ della vecchia terra e a controllare lo stato dell’apparato radicale, per poi rinvasare in un substrato identico o comunque simile a quello precedente. Se invece si tratta di nuovi acquisti o piante alle quali devo comunque cambiare il terriccio (ad esempio perché le piante sono mie semine, per le quali ho usato un substrato specifico e ora andranno in quello che uso per le piante adulte), tolgo tutta la vecchia terra. Pulisco bene le radici, le controllo, e taglio quelle eccessivamente lunghe (mai tagliare le radici primarie o il fittone, a meno che non presentino segni di marciume).

Polloni di agave svasati
Polloni di agave svasati

Se la pianta presenta problemi e le radici sono secche o marce, è necessario eliminare completamente il vecchio substrato, pulire accuratamente le radici e tagliarle fino al tessuto sano (sostanzialmente fino a dove passa la linfa e dove la radice, al suo interno, è bianca). Dopo questa operazione la pianta dovrà essere collocata, svasata, in un luogo ombreggiato per almeno una decina di giorni.

Discorso simile per le piante in piena torba, che va eliminata completamente perché col tempo si compatta e porta all’asfissia dell’apparato radicale (oltre ad esporre l’esemplare al rischio di marciume). Se la torba è asciutta e il “pane di terra” è compatto, ci si può aiutare con un getto d’acqua per pulire a fondo le radici. Dopo questa operazione sarà necessario lasciare la pianta a radici nude per almeno una decina di giorni in un luogo a ombreggiato.

Dopo il rinvaso di cactaceee e succulente, se l’operazione è fatta durante la stagione vegetativa, è buona regola non annaffiare per almeno una decina di giorni per dare alle radici il tempo di rimarginare tagli ed eventuali ferite occorse durante il rinvaso.

Per i rinvasi “impegnativi”, ossia di piante di una certa dimensione e particolarmente spinose, è possibile adottare alcuni accorgimenti. Ad esempio aiutarsi con dei blocchetti di polistirolo o con un vecchio asciugamano per proteggere le spine e riuscire a maneggiare la pianta senza pungersi. Per qualche consiglio e qualche “trucco” su questo genere di rinvasi, potete leggere un approfondimento a questo link.

Le annaffiature: quando e quanto
Echinocactus texensis durante l'annaffiatura
Echinocactus texensis durante l’annaffiatura

Contrariamente a quanto si è detto per anni – e a quanto ancora oggi molti pensano, purtroppo – i cactus e le succulente bevono eccome. Non ha alcun senso aver paura di annaffiare le piante grasse o farlo con il contagocce. Nella stagione vegetativa (indicativamente tra la metà di marzo e la metà di ottobre) le succulente vanno bagnate regolarmente e in abbondanza. Quello che conta è che il terreno di coltivazione sia adatto, ossia che sia drenante, in grado di asciugare in pochi giorni e che non favorisca ristagni.

A questo link trovate un articolo dedicato interamente alle annaffiature.

Dal mese di ottobre, almeno al Nord Italia, conviene sospendere le annaffiature e consentire alle piante di prepararsi alla stagione di stasi, che coincide con il nostro inverno. In questa fase la maggior parte delle cactacee e delle succulente non va affatto bagnata: le piante vanno tenute al freddo (qui un approfondimento sulle temperature), bloccano la crescita e non assorbono acqua. Se dovessimo annaffiare una pianta in stasi in pieno inverno, il terriccio resterebbe bagnato per intere settimane e il rischio che si inneschino dei marciumi sarebbe molto alto.

Dopo l’asciutta invernale, durante la quale le piante tendono a sgonfiarsi è bene riprendere ad annaffiare gradualmente. Se trovano acqua immediatamente disponibile in grande quantità la assorbono rapidamente con il rischio di rigonfiarsi talmente velocemente da spaccarsi. Il tessuto interno, se esposto, può essere facilmente aggredito da batteri che poi vanno a innescare marciumi.

Da evitare anche l’annaffiatura subito dopo un rinvaso: le radici potrebbero essere state lesionate durante l’operazione ed è bene aspettare almeno una decina di giorni prima di bagnare il terriccio, per permettere all’apparato radicale di rimarginarsi e scongiurare il rischio di marciumi che la terra bagnata potrebbe innescare.

Per capire quando e quanto bagnare è necessario conoscere le esigenze delle nostre piante. Ci sono cactus che in natura ricevono acquazzoni per diversi giorni di seguito, piante che vivono in foreste pluviali con umidità persistente, piante che attraversano mesi di aridità. Insomma, le condizioni possono essere tante e diverse tra loro: un minimo di conoscenza dei generi che si coltivano è dunque fondamentale per avere un’indicazione di base.

Da metà marzo, se le giornate sono buone, annaffio ogni 20 giorni per poi aumentare la frequenza alla volta di fine maggio e arrivare ad annaffiare ogni 10/15 giorni da giugno a luglio. In agosto sospendo o riduco a una sola annaffiatura perché con il caldo le succulente rallentano la crescita (si dice che vanno in “estivazione”). In settembre in genere riesco a fare due o tre passate prima di sospendere del tutto le bagnature. Le ore migliori per annaffiare sono quelle del primo mattino o alla sera. Meglio evitare di dare acqua nelle ore più calde della giornata.

Ferocactus, particolare delle spine bagnate
Ferocactus, particolare delle spine bagnate

Una regola di buonsenso per capire se annaffiare o meno è quella di guardare il terriccio: se è ancora umido è bene evitare di dare acqua, se è completamente asciutto si può bagnare. Con un po’ di esperienza riusciremo a capire se la pianta ha bisogno di acqua semplicemente osservandola, tastandola (se è disidratata il fusto può essere sgonfio e tenero al tatto) e soppesando il vaso. Nel dubbio, meglio non bagnare: una cactacea o una succulenta possono andare avanti per mesi senza acqua, mentre un ristagno idrico può portare facilmente a marciumi. In poche parole, è più facile che una pianta grassa possa morire per la troppa acqua piuttosto che per la siccità.

Riguardo al quantitativo di acqua, non bisogna aver timore: è necessario che il pane radicale si imbeva bene, altrimenti la pianta non riuscirà ad assorbire a sufficienza. Molto dipende dal terriccio che si usa. Un substrato altamente umifero, ossia ricco di frazione organica (come la torba) tratterrà maggiormente l’umidità e tenderà ad asciugare lentamente. Con i terricci che uso io, a base di terra di campo argillosa e inerti, è necessario bagnare a lungo affinché l’argilla possa assorbire bene l’acqua.

Si può bagnare direttamente il terriccio o, a pioggia, tutta la pianta. Una bella doccia non fa certo male alle nostre piante, attenzione solo a quelle con il fusto ricoperto di pruina, vale a dire la cera che si forma sull’epidermide di alcune specie (ad esempio le Copiapoa): se il getto d’acqua è troppo violento si rischia di asportare lo strato ceroso danneggiando esteticamente la pianta.

Matucana oreodoxa emerge dalla terra
Matucana oreodoxa si rigonfia dopo la prima annaffiatura

L’acqua migliore, per tutte le piante, è quella piovana. E’ acida, mentre quella di rubinetto è tendenzialmente calcarea. Inoltre l’acqua piovana è priva di sostanze chimiche come il cloro, e “ossigenata”, cioè ricca di ossigeno assorbito nel tragitto dal cielo a terra. In alternativa all’acqua piovana, se non si hanno troppe piante, si può usare l’acqua demineralizzata. Se invece si usa l’acqua di rubinetto (o dei pozzi in caso di serre nelle campagne) può essere utile lasciarla “decantare” per un giorno così che eventuali sostanze come il cloro possano evaporare. Utili sono anche i prodotti da addizionare all’acqua per addolcirla e abbassarne il pH (l’ideale è tra leggermente acido e neutro, ossia 6,5/7): si trovano facilmente in commercio nei vivai e le confezioni riportano il giusto dosaggio per acidificare l’acqua.

C’è chi consiglia di nebulizzare spesso le piante durante la stagione calda. Francamente lo trovo poco utile: con il caldo l’acqua nebulizzata evapora in tempi rapidissimi e non credo che la pianta se ne faccia un granché.

Fertilizzazione (concimazione o nutrizione)
Oroya peruviana
Oroya peruviana in piena fioritura

Connesso a quello sulle annaffiature è il discorso relativo alle fertilizzazioni (o concimazioni). Cactus e piante grasse devono essere fertilizzate solo nella stagione di crescita e con prodotti specifici a basso tenore di azoto. Meglio evitare i concimi generici, ad esempio quelli per piante ornamentali. I concimi per succulente sono a base di azoto (N), fosforo (P), potassio (K) ai quali si aggiungono vari microelementi. Per le piante grasse in generale è bene che il rapporto tra i tre elementi principali, N-P-K, sia nell’ordine di 5-15-30 (un’altra formulazione di base usata è 1 di azoto, 2 di fosforo e 4 di potassio). Concimi, in buona sostanza, poco azotati e con alte percentuali di fosforo e potassio.

Una corretta concimazione delle succulente contribuisce allo sviluppo equilibrato della pianta, alla fortificazione dell’apparato radicale, all’irrobustimento delle spine e alla fioritura. Bisogna infatti tenere conto del fatto che se coltiviamo queste piante in vaso, prima o poi il terriccio si impoverirà a causa del dilavamento dato dalle annaffiature e dallo sfruttamento che ne farà la pianta stessa nel tempo. Attraverso le fertilizzazioni potremo far sì che il substrato mantenga il giusto quantitativo di elementi nutritivi necessari alla crescita della pianta.

Le piante grasse vanno fertilizzate durante il periodo di crescita, indicativamente da fine marzo a settembre. Il concime deve essere specifico per queste piante e va dato in bassi dosaggi e non con tutte le annaffiature (io fertilizzo una volta ogni tre annaffiature con sola acqua, ad esempio).

A questo link trovate un articolo specifico sulla fertilizzazione.

Luce ed esposizione
Agavi e aloe al sole
Agavi e aloe al sole diretto

Le piante grasse si possono coltivare su balconi, davanzali, terrazze, in giardino oppure in serra. E’ assolutamente da sconsigliare, almeno per la maggior parte delle specie e nella stagione di crescita, ossia da fine marzo a ottobre, la coltivazione in casa. La stragrande maggioranza di cactus e succulente vuole infatti massima luce, se non esposizione al sole diretto, e in casa, per quanto ci sforzeremo di porle vicino a una finestra, le piante non avranno la necessaria quantità di luce.

Coltivando con scarse quantità di luce il rischio è di veder “filare” le piante. In altre parole i cactus cominceranno a crescere allungandosi e restringendosi all’apice. Il fusto avrà un colorito verde chiaro e le spine saranno deboli o quasi assenti. Questo fenomeno si chiama eziolatura e deturpa le piante irrimediabilmente.

Anche per quanto riguarda l’esposizione, così come per le annaffiature e per il terriccio, sarà opportuno tenere in considerazione la zona in cui si coltiva (Nord o Sud Italia?) e conoscere le esigenze delle piante in natura. C’è una grossa differenza, ad esempio, tra l’insolazione che in natura riceve un Ferocactus e quella che ricevono un Gymnocalycium o un Epiphyllum (abituato a crescere al riparo delle chiome degli alberi nelle foreste pluviali).

A tutte le cactacee, in ogni caso, servono luce e aria in quantità. E se alcune gradiscono il sole diretto, altre si accontentano di alcune ore di sole pieno o di luce filtrata. Informarsi sulle esigenze della pianta è dunque la prima regola da osservare. L’esperienza poi ci aiuterà a conoscere ulteriormente le piante e capire se possiamo dare loro la quantità di luce di cui necessitano o meno.

Alcuni appassionati coltivano le piante grasse tenendole su davanzali o balconi, altri hanno la fortuna di avere una terrazza, altri ancora possono disporre di un giardino o di una serra. Quest’ultima è, naturalmente, la soluzione in grado di dare maggiore libertà: generalmente è esposta per tutta la giornata e ha una copertura in teli trasparenti che possiamo ombreggiare o meno. 

Ancistrocactus uncinatus, una mia semina al sole diretto
Ancistrocactus uncinatus, una mia semina al sole diretto

Se si ha a disposizione un davanzale o un balcone, sarà opportuno verificare che sia esposto a Sud o a Sud/Est. In questi casi le piante riceveranno luce per buona parte della giornata. Da evitare le esposizioni a Nord e ad Ovest, a meno che non si coltivino generi che si accontentano di poca luce, come Haworthia, Epiphyllum, alcune crassule e alcune echeverie, ad esempio.

Importantissimo, in particolare se in inverno si tengono le piante in punti riparati e meno esposti al sole (che nelle corte giornate dei mesi invernali è più debole), è abituarle gradualmente all’esposizione che daremo loro durante la stagione di crescita. Mai mettere al sole diretto un cactus che si è tenuto per mesi in un sottoscala, in un garage, ecc. Da fine marzo sarà buona cosa collocare le piante in zone dove il sole diretto arriva solo nelle prime ore della mattinata, per poi spostarle gradualmente, nell’arco di una ventina di giorni, in zone con maggiore insolazione. Una volta che le piante saranno abituate al sole diretto non correremo più il rischio di scottature sull’epidermide del fusto. 

Su esemplari adulti o comunque abituati alla luce, ovviamente per quei generi che vivono in pieno sole, l’esposizione diretta è una benedizione: irrobustisce e fortifica la pianta, mantiene compatto il fusto e fa crescere spine più grosse e forti.

Importantissima è anche l’aria. Coltivare succulente in zone anguste, dove non c’è giro di aria, dove l’aria (e con essa l’umidità) è stagnante non solo non giova alla crescita, ma rischia di esporre le piante a marciumi o all’insorgenza di patologie fungine. Tanto nella buona stagione quanto in inverno dovremo cercare di dare alle piante più aria possibile. In estate l’aria è fondamentale, perché se è vero che i cactus sono in grado di sopportare alte temperature (anche oltre i 40 gradi), è altrettanto vero che in natura hanno aria a disposizione in quantità. Il vento e la brezza sono in grado di abbassare l’incidenza del caldo sulla pianta ed evitare “lessature”

Alcune piante al sole a lato della serra
Alcune piante al sole a lato della serra

Durante la stagione di crescita il vento e l’aria aiutano il terriccio ad asciugare velocemente e prevengono marciumi. Il ricircolo dell’aria e il vento, inoltre, aiutano le piante a sopportare le alte temperature e il sole nelle ore in cui è più intenso. In ambienti angusti, come piccole serrette con copertura di plastica, le piante rischiano letteralmente di “lessarsi” con il caldo e l’aria stagnante. 

Anche in inverno l’aria è importantissima: serve ad abbassare il tasso di umidità e a tenere pulito l’ambiente, evitando che possano prosperare funghi come quello chiamato “ruggine”, che aggrediscono alcuni cactus coltivati in condizioni non ottimali. Appena è possibile è opportuno arieggiare, aprire serre o sollevare coperture in tnt (tessuto non tessuto) per favorire il ricambio dell’aria.

A questo link trovate un articolo dettagliato sull’esposizione e una tabella riassuntiva, genere per genere, delle esigenze delle succulente in fatto di esposizione.

La distribuzione delle succulente
Mappa distribuzione cactus
Per aprire la mappa andate al link indicato a fine articolo

Per assecondare il più possibile le esigenze delle piante grasse è certamente utile avere qualche nozione circa la loro provenienza. In altre parole, sapere da dove viene questa o quella pianta può darci non poche indicazioni circa le sue esigenze in fatto di esposizione, temperature, annaffiature, ecc. 

Una prima, fondamentale suddivisione riguarda le cactacee rispetto a tutte le altre succulente. Tutti i cactus sono piante succulente, ma non tutte le piante succulente sono cactus. Questi ultimi sono originari esclusivamente delle Americhe, mentre le succulente in generale (ad esempio Crassula, Echeveria, Lithops, ecc.) provengono da tutti i continenti.

Qui trovate un approfondimento con due mappe dettagliate sulla distribuzione di cactus e succulente nel mondo.

Negli aggiornamenti a questo post e in post specifici vedremo in dettaglio gli altri fattori della coltivazione. Stay tuned!

Nella foto in alto, un Ferocactus gracilis che ho fotografato in Baja California

6 pensieri riguardo “Come coltivare cactus e succulente e non ritrovarsi con “palloncini” gonfiati”

    1. Grazie Jonathan, sei molto gentile. Sono contento che questo sito possa interessare appassionati non solo italiani! Spero che il traduttore faccia bene il suo lavoro 😉 Un saluto!

  1. Complimenti x il sito e le informazioni contenute ,anche io come te sono un amatore della specie coltivo cactus da oltre 30 anni concordo con quello che scrivi ho delle piante che durante il periodo estivo da marzo a fine ottobre le tengo in una pietraia protette solo da cupole di policarbonato unica accortezza è quella di coprire le pareti dei vasi con pietre per non farli scaldare troppo,sole dalle 8 del mattino alle 7 di sera zona prealpi varesine conclusione le mie piante non hanno mai avuto parassiti epidermide si indurisce le piante prendono colorazioni e forma più naturali molto più belle che coltivate in serra.
    Grazie per tutte le dritte che dai sulla coltivazione continua cosi ……

    1. Grazie mille, apprezzo molto i tuoi complimenti: mi fanno davvero piacere! Concordo in pieno: più le si coltiva in modo naturale e più cactus e succulente si irrobustiscono contro parassiti e patologie fungine. Senza contare l’aspetto, che ovviamente con una coltivazione naturale è ben diverso da quello ottenuto con coltivazioni tradizionali o addirittura “spinte” con ampio impiego di concimi ad alto tenore di azoto. Ma direi che riguardo a questo argomento sei sul sito giusto 🙂 Grazie ancora, continua a seguirmi!

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