La torba è davvero un killer di cactus? Miti e conferme sui materiali di coltivazione

Due esemplari di Ferocactus in Baja California

Ci metto il lapillo o solo la pomice? La torba è davvero un demonio ammazza-cactus, così come si sente dire in giro? Ma allora com’è che i vivaisti coltivano in torba quasi al 100% e non passano le giornate a contare i morti in serra?
E’ un campo (e il termine ci sta tutto) sterminato, quello dei materiali e degli elementi che possono finire in una composta per cactus e piante grasse.

In primo luogo perché le variabili sono infinite e vanno dai regimi di coltivazione, ai fattori ambientali, alla latitudine, fino alla tipologia di pianta (ci sono differenze tra le esigenze, in termini di substrato, tra una caudiciforme e un cactus, per esempio). Poi perché gli stessi elementi, si pensi alla terra di campo, possono variare immensamente tra loro. Ad esempio in base alla zona di “prelievo”: chiaro che la terra della Pianura Padana non può avere le stesse caratteristiche chimiche di quella di una certa zona della Bolivia, per dirne una.

Sicché, come ci si orienta tra i tanti elementi e materiali che possiamo reperire – alcuni facilmente, altri meno – per poi miscelarli e realizzare una buona composta? Una prima risposta, banale finché vogliamo ma sempre sensata, è l’esperienza. L’osservazione diretta. La sperimentazione, insomma. Un’altra risposta banale e forse proprio per questo spesso lasciata cadere nel vuoto è la conoscenza. Conoscenza delle proprietà dei singoli “ingredienti” che vanno a creare il substrato e conoscenza delle esigenze della singola pianta.

Ecco allora una panoramica di alcuni elementi che nel corso degli anni ho usato nelle mie miscele: alcune studiate, frutto di confronto con amici coltivatori o di letture di libri scritti da attendibili cactofili, altre incoscientemente (o criminalmente?) assemblate con lo scopo di testare il livello di sopportazione di questa o quella pianta. Lascio a un post specifico l’approfondimento dei substrati.

Terra di campo con aggiunta di sabbia fine
Terra di campo con sabbia fine

TERRA DI CAMPO – Dal punto di vista logico dovrebbe essere la prima scelta. Voglio dire: dove vivono le piante, dove affondano le loro radici?
Già, ma c’è terra e terra. C’è quella “grassa” da giardino e quella magra che vedi in certi film, che quando ci soffia su il vento alza polvere e basta. Può essere più o meno calcarea, più o meno sabbiosa… Per il tipo di coltivazione che cerco di portare avanti, la terra di campo è comunque il punto di partenza. La base sulla quale costruire il substrato. Negli anni ne ho provate diverse, sempre provenienti dalla Pianura Padana, dove mi tocca di vivere. Tendenzialmente è terra fertile, ricca di elementi, abbastanza calcarea, quasi sempre priva di inerti. Giusto qualche sasso in cui ti imbatti di tanto in tanto. La terra che uso è poco calcarea (pH 5,5-6) e fortemente argillosa: se la bagni diventa fango, che una volta asciugato indurisce al punto che per frantumarla ti occorre il martello. Però asciuga velocemente, e questo è un fattore parecchio importante per chi coltiva cactus.

Dal momento che la terra che riesco a procurarmi da queste parti è prevalentemente argillosa e molto fine, in genere la miscelo a sabbia fine (ottenuta dalla setacciatura della ghiaia di fiume, che lungo il Po te la tirano praticamente addosso), in un rapporto di 5 parti di terra e 1 di sabbia. Si può usare la comune terra dei campi e in questo senso avere amici agricoltori, che oltretutto non fanno uso di pesticidi chimici, aiuta parecchio, a meno che non si voglia andare per campi nottetempo a tiro di archibugio! Meglio ancora procurarsela da campi non coltivati, scarpate o zone non battute per evitare di incappare in terriccio trattato chimicamente. 

Ghiaia di fiume setacciata
Ghiaia di fiume

GHIAIA DI FIUME – Anche in questo sono fortunato: a ridosso del po ci sono cave e cave di sabbia e ghiaia. Procurarsene qualche secchio gratis non è un problema. Se proprio si dovesse andare da qualche rivenditore di materiali per edilizia, la spesa è nell’ordine di pochi centesimi a secchio. Uso il “sabbione” che va da 0 a 6 millimetri: lo setaccio per dividere la parte fine da quella grossolana e ho due inerti perfetti per i miei substrati. La sabbia fine la uso per allungare la terra di campo e renderla più “incoerente”, meno compatta, come ho scritto sopra; la parte grossolana finisce nella miscela in percentuali in genere non inferiori al 30%. Ha un ottimo effetto drenante e, dal momento che è più pesante, si contrappone bene alla pomice, materiale molto leggero.

Pomice
Pomice

POMICE – Il jolly dei cactofili. Tanta o poca, va sempre bene. E’ un materiale poroso (poco “wild” se vogliamo), trattiene bene l’acqua e la rilascia lentamente, assicurando che il terreno non si asciughi troppo velocemente. La uso in granulometria da 3 a 6 millimetri, ph tra 7 e 8, quindi leggermente basica (compenso con torba bionda acida). Ho un amico vivaista che me ne procura sacchi da una decina di chili, ma si trova facilmente in rete da diversi fornitori e in molti vivai.
Quello che si dice della pomice, a quanto ho potuto sperimentare, è vero: è perfetta per far radicare anche le piante più ostinate e la si può usare anche in purezza. Ho conosciuto vivaisti dell’Est Europa che coltivano i loro cactus in sola pomice. L’apparato radicale si ramifica notevolmente, infittendosi proprio in virtù delle proprietà “spugnose” della pomice, che aiuta la produzione dei peli assorbenti sulle radici.
Salvo per far radicare piante con le radici andate, però, non la uso mai pura: mi pare spinga fin troppo la crescita, sia in termini di velocità che di volume della pianta.

Torba bionda setacciata
Torba bionda setacciata

TORBA – A certi appassionati anche solo a nominarla viene l’orticaria. Non sono tra questi e credo che un 10% di torba (anche 20% per Gymnocalycium e Parodia) nella composta sia utilissima. Garantisce un buon apporto organico e se usata in percentuali basse non contribuisce affatto alla ritenzione idrica del substrato. Uso torba bionda, un po’ più acida rispetto alle altre tipologie, la setaccio e tengo solo la parte fine, scartando grumi e filamenti. E’ temuta perché, quando è in percentuali alte nella composta, impiega troppo tempo per asciugare. Paradossalmente, quando è completamente secca (ad esempio perché è in serra da mesi in contenitori aperti) fatica moltissimo a reidratarsi e occorrono diverse annaffiature prima che torni a impregnarsi d’acqua.

Sabbia fine
Sabbia fine

SABBIA FINE – La ottengo dalla setacciatura della ghiaia e la uso con parsimonia per allungare la terra di campo. Raramente (più per test che per altro) l’ho aggiunta alla composta in percentuali del 10-20%. Non ho avuto perdite significative ma nemmeno risultati eclatanti. Credo che la poca sabbia che aggiungo alla terra di campo sia sufficiente. Se in quantità, la sabbia fine si aggrega trattenendo l’acqua con effetto “bagnasciuga” al mare. Da evitare.

Pelite
Pelite

PELITE – E’ una roccia che ha origine da sedimenti fangosi a base di argilla. Si presenta in scaglie di colore marrone che si rompono facilmente con le dita. Ho appreso dell’esistenza di questo materiale solo negli ultimi tre anni, grazie a un amico coltivatore. Me ne sono procurato un certo quantitativo e la sto usando in alcuni substrati per abbassare la percentuale di pomice. Non ho ancora sufficiente esperienza con questo materiale, ma per ora ho visto che i substrati in cui l’ho usato vanno alla perfezione: asciugano rapidamente e le scaglie di pelite rendono sciolta la miscela.
Attenzione: non va confusa con la “perlite”, una roccia vulcanica friabilissima, spesso usata nel vivaismo (l’ho provata qualche volta ma non mi piace: è troppo leggera e te la ritrovi ovunque tranne che nel vaso).

Gesso agricolo
Gesso agricolo

GESSO – Negli ultimi anni ho usato il gesso cosiddetto “agricolo”, in aggiunta ad altri materiali, per alcuni generi che in natura affondano le radici in questa roccia: Aztekium, Turbinicapus lophophoroides, Turbinicarpus hoferi, Geohintonia, Strombocactus. L’ho usato, per test, anche per qualche Epithelantha, che in natura non credo viva nel gesso. L’ho testato al 20% miscelato a inerti e terra di campo e per ora ha dato buoni risultati. In agricoltura si usa spesso come ammendante per abbassare il pH di un suolo troppo alcalino.

Marna setacciata
Marna setacciata

MARNA – La manna dei cactofili “wild”. L’uso di questo materiale è stato introdotto in Italia da Andrea Cattabriga, che così la descrive sul suo sito, Mondocactus: “La marna è una roccia terrigena disgregata, che si decompone formando una matrice terrosa, composta principalmente da argilla resa compatta dall’infiltrazione di minerali vari, soprattutto carbonato di calcio, dolomite o, più raramente, silice”.
Inizialmente usata soprattutto per Ariocarpus e altre piante considerate rare o a crescita lenta, come Encephalocarpus strobiliformis, è poi finita nei substrati di tantissimi altri generi, come Mammillaria, Astrophytum, Turbinicarpus e persino Ferocactus. Qualcuno tende a ridimensionare le proprietà della marna, altri la vorrebbero anche per il ficus in ufficio (perché fa “fico”, appunto).
Battutacce a parte, io la uso da diversi anni grazie allo stesso Cattabriga, che me la fece provare tempo addietro. E figurati se, dopo aver visto le sue piante, non mi lasciavo tentare da questa terra grigiastra, fantastica dal punto di vista della resa estetica e ottima per la coltivazione di cactus particolarmente lenti. La impiego in percentuali che vanno dal 50% al 70%. Qualche volta l’ho usata anche in purezza.
L’ho testata con moltissimi generi, Copiapoa e Ferocactus compresi, e devo dire che mi ha deluso solo con qualche singolo esemplare (forse particolarmente permaloso, chissà). Rallenta la crescita, specie se usata in dosaggi alti nel substrato, quindi meglio andarci piano con le piante giovani. Ho avuto diversi E. horizonthalonius bloccati per due anni. Colpa mia: erano piante di due, tre anni e le avevo messe in una composta con marna al 70%. Rinvasate in terra di campo, inerti e marna al 20% sono ripartiti subito e nel giro di un anno hanno raddoppiato il volume. Attenzione: come per la terra di campo, esistono parecchie varietà di marna, ognuna con la sua composizione chimica e con le sue proprietà. Anche in questo caso tocca sperimentare direttamente per capire se la marna che abbiamo reperito va bene o meno per le nostre piante.

Miscela standard (pomice lapillo torba)
Lapillo e pomice

LAPILLO – L’elemento pesante della comune triade pomice/lapillo/torba. Ho usato questa composta, probabilmente ancora oggi la più diffusa tra chi coltiva cactus e succulente, per anni. Se supportata dalla giusta esposizione, da corrette fertilizzazioni e da un buon regime di annaffiatura, funziona. Semplicemente, spinge un po’ troppo le piante. Almeno per i miei gusti. Al di là di questo, con alcune succulente di mia semina uso ancora questo substrato, giusto per velocizzare un po’ la crescita nei primi anni.
In tutte le altre composte, invece, il lapillo l’ho abolito. Tende ad assorbire l’acqua, come la pomice, e la trattiene troppo a lungo. Se usato in abbinata ad alte dosi di torba si ha un mix potenzialmente micidiale per le succulente. Un tempo usavo il lapillo anche per lo strato superficiale, attorno alla pianta. Asciugava molto lentamente e in qualche caso credo si sia reso responsabile di marciume al colletto. Senza dubbio, in più casi l’umidità del lapillo in superficie ha contribuito a far sì che diverse piante si macchiassero alla base.

Argilla espansa
Argilla espansa

ARGILLA ESPANSA – Molti la usano per creare uno strato drenante sul fondo. Io l’ho fatto i primi anni di coltivazione: ero terrorizzato da possibili marciumi e pensavo che le radici dovessero avere meno terra possibile a disposizione. Una convinzione priva di senso. Oggi non la uso quasi più. Ne metto un leggero strato sul fondo del vaso solo quando ho piante grosse con le radici a zero e voglio farle radicare in pomice. In quei casi devo usare vasi molto grandi per contenere le piante e preferisco abbassarne la profondità con un drenaggio grossolano.

Quarzite
Quarzite

QUARZITE – Inerte puro. Ottimo per il drenaggio, lo uso in abbinata alla ghiaia come elemento pesante della composta. L’unico problema è che costa perché dalle mie parti lo si trova solo come materiale per appassionati di acquari. E’ molto utile per la semina: è in frazione piccola e lo uso come drenante nella composta e come strato superficiale per aiutare i semenzali a “venire su dritti”.

Stabilizzato (roccia calcarea)
Stabilizzato

STABILIZZATO – Roccia di natura calcarea in genere utilizzata per creare camminamenti, piazzole, aree di transito in giardini e parchi. Me ne sono procurato un secchio da un rivenditore di materiali edilizi. Ho voluto testarlo proprio perché è materiale calcareo. L’ho aggiunto alla composta che poi ho usato con alcuni Astrophytum di mia semina, con un paio di Weingartia e con alcuni Ferocactus di mia semina. Temevo effetti deleteri per via della natura del materiale in combinazione con l’acqua che uso, piuttosto calcarea, ma a tre anni dall’esperimento non ho notato anomalie. In rari casi l’ho usato come strato superficiale: con le annaffiature perde un po’ del suo bianco candido per virare al giallastro

Humus di lombrico
Humus di lombrico

HUMUS DI LOMBRICO – Lo sto testando da almeno quattro anni ma non ho ancora visto risultati davvero sconvolgenti. E’ un componente organico (deriva da letame bovino) e mi pare possa sostituire tranquillamente la torba. Lo uso sempre in dosi basse (10% o 20% nella composta finale). Ho fatto anche alcuni test con substrati altamente organici: un terzo humus, un terzo terra di campo, un terzo ghiaia. Diciamo che ho voluto interpretare a mio modo il Lodi, che nel suo libro suggeriva un terzo di terriccio di foglie (per la parte organica), un terzo terra di campo e un terzo sabbia o ghiaia. Sto provando la mia versione di questo substrato da due anni e per ora ne sono abbastanza soddisfatto.

MATERIALI CHE NON AMO – Infine, un paio di materiali che ho provato per curiosità anni fa ma che non userò più. Zeolite e Akadama. Minerale il primo, materiale di origine argillosa il secondo, sono stati spinti da alcuni coltivatori (l’Akadama in particolare dai giapponesi), che li hanno descritti come miracolosi. Li ho usati in diversi dosaggi, sempre uniti ad altri materiali come terra di campo, lapillo, ghiaia. In molti casi, soprattutto con l’Akadama, ho avuto piante che hanno perso completamente le radici dopo un solo anno nella nuova composta. Ho abbandonato definitivamente questi materiali.

Nella foto in alto, due esemplari di Ferocactus che ho fotografato in Baja California

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2 pensieri riguardo “La torba è davvero un killer di cactus? Miti e conferme sui materiali di coltivazione”

  1. esposizione molto appropriata degli elementi.
    Potrebbe consigliarmi la migliore miscela di inerti per astrophytum sia in semi che già in piante radicate?
    E da chi è possibile acquistarla?
    grazie

    1. Ciao, se navighi qui sul sito trovi tutto: dalla composta e la procedura di semina, fino al terriccio per gli Astrophytum. Trovi anche indicazioni su rivenditori di piante, terra e accessori. Per le ricerche puoi usare la funzione “cerca nel sito” (la lente a destra nella homepage o alla fine degli articoli in homepage se leggi da smartphone).
      Per una scheda sugli Astrophytum puoi leggere qui: http://www.ilfioretralespine.it/generi-cactus-a/
      Per i terricci: http://www.ilfioretralespine.it/2017/12/11/terricci-cactus/
      Per consigli sugli acquisti, qui: http://www.ilfioretralespine.it/2018/03/06/acquistare-cactus-semi/

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