«Una pianta coltivata ‘Wild’ mi racconta storie su mondi lontani e mi trasmette emozioni vere»

Ariocarpus retusus

Bolognese, cinquantadue anni e una passione sincera per le succulente, oltre che per tutto ciò che è Natura, nata in tenera età. In questa intervista, Andrea Cattabriga – che ho il privilegio di conoscere di persona – si apre mostrando una sensibilità e una profondità di pensiero davvero speciali (e non solo riguardo ai temi relativi a questa nostra nicchia…). Non per niente, Cattabriga è considerato uno dei massimi esperti in cactaceae e succulente in Italia.

Le foto a corredo di questa intervista, così come quelle nella gallery finale sono tutte di Andrea Cattabriga e ritraggono sue piante

Ario retusus su lapillo puro
Ario retusus su lapillo puro. La crescita è ottima anzi abbondante. Da notare le bolle di distacco della cuticola, forse causata da sovralimentazione

Il tuo nome, per gli italiani appassionati di cactus, è ormai sinonimo di esperienza e di un particolare approccio alla coltivazione. Come è nato questo tuo  interesse?
Sono naturalista, con una laurea su uno studio di genetica delle popolazioni ma la mia vera passione in ambito accademico era l’ecologia, per cui già trent’anni fa mi accorsi quanto fossero povere le osservazioni sugli ambienti naturali compiute dai botanici che descrivevano le nuove specie di succulente. Si trattava ovviamente di contributi tassonomici, in cui eventuali note sull’ambiente naturale delle piante descritte erano omesse in quanto non interessanti ai fini delle pubblicazioni. Solo raramente l’autore (qualora dotato di una cultura naturalistica) includeva qualche dato sul milieu delle succulente in natura: piante associate (non necessariamente succulente), tipi di suoli, composizione delle rocce, possibili interazioni con altri organismi come insetti, uccelli, rettili ecc. Insomma, la “storia” di queste piante non era mai rivelata.

Quando visitai il Messico nel 1992 mi si aprì un mondo ricchissimo e stimolante. I miei occhi nelle piante non vedevano “entità” tassonomiche, ma porzioni di sistemi complessi, vere e proprie comunità in cui moltitudini di esseri viventi interagivano tra di loro e con l’ambiente inanimato che colonizzavano. Si palesava così il concetto più espanso di “rete” espresso di recente da Fritjof Capra.

Aztekium ritteri su roccia
Aztekium ritteri su roccia

Un’esperienza che ha ispirato il tuo approccio alla coltivazione, quindi…
Sensibilizzato dal tema della conservazione delle specie di piante rare, minacciate e a rischio di estinzione cominciai a valutare l’idea di “mimare” quegli ecosistemi ricostruendo piccoli habitat naturali in cui le piante potessero ritrovare le condizioni che ne avevano influenzato l’evoluzione, con l’idea di ricondurre piante riprodotte in cattività a mettere nuovamente in moto i complessi meccanismi di adattamento che ne condizionano la vita in natura. Mi limitai a coltivare le piante singole o in gruppi su terreni costituiti da materiale raccolto localmente, ma le cui origini geo-pedologiche fossero simili a quelle messicane, cosa che non mi riuscì difficile dato che alcune porzioni dell’Appennino italiano hanno similitudini importanti con alcuni suoli messicani abitati dalle piante di mio interesse: gli Ariocarpus, che seminavo già da alcuni anni in gran quantità.
Oggi, la mia collezione di succulente è costituita soprattutto da piante di Ariocarpus di varie età (tutte di mia semina a partire dal 1985) e specie, mantenute in serre non riscaldate e protette dalla pioggia invernale.

Insomma, un lungo percorso che parte fin dalla tua giovinezza.
Credo di appartenere alla categoria di coloro che nascono con una particolare sensibilità per il mondo delle piante. Intendo dire che già nei primissimi anni di vita giocavo con fiori e fili d’erba e a nove anni d’età adottai le piante della mia cara nonna, da cui appresi le cure che dovevo prestar loro.
Quando incontro un bambino o una bambina dotati della stessa sensibilità glielo leggo negli occhi, li riconosco come appartenenti a questa particolare categoria di persone. Io lo considero un dono e quando (raramente) mi capita tale incontro, mi viene d’impulso di donare piante e di raccontare storie su di esse, sulla loro cura e sulle loro proprietà magiche, perché sento che esiste un’affinità.

Ariocarpus scaphirostris
Ariocarpus scaphirostris

So che hai conosciuto Giuseppe Lodi. Cosa ricordi di lui?
Considero la figura del Professor Lodi fondamentale al mio percorso. Lo conobbi che avevo quattordici anni, ero assetato di esperienze di coltivazione e quindi pronto ad assorbire la ‘passione’ che quel vecchio e saggio signore era capace di infondere ai molti visitatori dell’Orto Botanico.
Lui aveva passato i novant’anni quando, durante una visita, mi si rivolse con la frase: “Alla mia età non c’è più molto tempo a disposizione, ma tu sei un bambino e hai tutto il tempo davanti a te per seminare queste lentissime piante e vederle diventare adulte, fiorire e fare semi a loro volta”. Disse così, mostrandomi gli Ariocarpus: fu come il passaggio di un testimone: oggi ho cinquantadue anni e spero davvero di arrivare alla sua età con queste sue parole, per ripeterle di nuovo a chi vorrà ascoltarle.

Di fatto, quello che oggi chiamiamo metodo wild l’hai introdotto tu. Cosa intende esattamente Andrea Cattabriga per “coltivazione wild” di cactus e piante grasse?
Wild, dall’inglese “selvaggio”, per quanto mi riguarda è un vero e proprio stile di coltivazione che vuol riprodurre le condizioni in cui si trova una specie di pianta nel suo habitat originario.
In Italia la passione per le succulente è relativamente recente ed è stata tutta ereditata dai tedeschi e dagli inglesi che alla fine dell’800 fondarono i primi stabilimenti di produzione in Liguria: torba, terra di faggio, letame e altri materiali organici sono sempre stati la base per la coltivazione di queste piante. I risultati ottenuti nel tempo sono stati eccellenti perché tra tutte le piante, le succulente sono particolarmente avide di azoto che le induce a vegetare in modo esuberante, per cui lo standard delle produzioni vivaistiche è stato rappresentato da piante di colori accesi e ben pasciute, anche se tali forme sono ben lontane da quelle naturali.
Senza nulla togliere al valore delle piante succulente ottenute con queste tecniche che io definisco “a regime di forzatura” (ma si tratta pur sempre di piante ornamentali e non alimentari, nel cui caso l’applicazione di concimazioni azotate eccessive a mio parere costituisce una vera e propria frode che pone a rischio la salute dei consumatori), ho deciso di portare avanti uno stile di coltivazione più naturale. Si tratta pur sempre di un artificio ma, se vogliamo, guidato in senso naturalistico.
Voglio sottolineare che non entro nel merito del valore di tale scelta: un cactus ipertrofico che eventualmente reca mutazioni indotte può essere estremamente interessante (e perfino “bello”) da un punto di vista ornamentale o collezionistico (e in tal senso, il mio mito personale è Gymnocalycium mihanovichii var. friedrichii ‘red cup’). Ma una pianta coltivata in stile Wild mi racconta storie su mondi lontani e personalmente costituisce una fonte di emozioni vere, e mi riporta al momento in cui ho incontrato una pianta come quella in natura (e dove l’ho lasciata, con grande rispetto).

Ariocarpus fissuratus
Ariocarpus fissuratus

Da un punto di vista “filosofico” ma anche “filologico” guardi più alla pianta, cioè a ottenere esemplari simili a quelli di habitat (dando relativa importanza alla coerenza ad esempio del terriccio con i suoli di origine) o all’insieme, ossia pianta, ambientazione in vaso, terriccio?
Come ho già detto, l’idea è di ricostruire un piccolo ecosistema, con tutti i limiti del caso (il sole non è quello messicano, mancano gli insetti e le piante che sono normalmente “compagne” di queste specie di piante in natura). Il mio principio è che se si imposta il sistema come se fosse quello naturale, la pianta assumerà non solo la forma naturale, ma attiverà anche tutta quella complessa serie di adattamenti che la porteranno a comportarsi come se fosse in natura (ad esempio, elevata produzione di fiori, frutti e semi, ispessimento della cuticola e produzione di cere, lignificazione della porzione basale, irrobustimento delle spine nel caso di ferocactus, mammillaria ecc. …).
Mirando a far assumere una semplice “forma” naturale a prescindere, si tenderebbe a produrre un artefatto: un po’ come si fa con i bonsai, che per crescere bene sono coltivati in micro-vasi su akadama. Quello che si ottiene è un simulacro di un enorme albero con dimensioni minuscole. Non è esattamente il fine che mi prefiggo io.

Confronto tra due Ario fissuratus
Confronto tra due Ariocarpus fissuratus: a sinistra su lapillo, a destra su marna: la forma è simile ma il colore è più naturale nell’esemplare in marna

Come hai scoperto la marna?
Da anni, perlustrando gli Appennini in cerca di minerali e fossili, mi ero imbattuto in giacimenti di rocce curiosamente friabili e di colore chiaro, così simili a quelle tra cui crescevano gli ariocarpus delle foto riprodotte sui volumi del “Die Cactaceae” di Curt Backeberg che potevo consultare all’istituto di agraria. Provai a coltivarci sopra alcune piante con successo mediocre, ma quando feci il mio primo viaggio sulle montagne messicane e mi trovai tra le stesse rocce ebbi l’impressione che potesse esserci qualcosa di più di una similitudine tra quei materiali. Consultai le mappe geologiche del Messico e appresi che quelle montagne calcaree avevano avuto una genesi simile a quelle appenniniche, ossia erano nate dall’emersione di rocce sedimentarie di origine marina generate dalla lenta sedimentazione di particelle sottili, soprattutto argille (le cosiddette torbiditi). Ritornato in Italia, cominciai a raccogliere marne diverse, facendo più attenzione a miscelare parti grossolane e fini in modo omogeneo e ottenni risultati sempre più incoraggianti.

Confronto tra due Ariocarpus fissuratus, dettaglio
Confronto tra due A. fissuratus, dettaglio

Recentemente ho poi scoperto che la marna di per sé è considerato un materiale che migliora le caratteristiche dei suoli agrari.
Sul sito di Slowfood si legge che il suolo marnoso “ritarda la maturazione dell’uva e ne aumenta l’acidità. È presente in molte zone viticole di grande pregio”. Altre citazioni importanti sui benefici della marna li ho reperiti in un vecchio testo di agraria napoletano della fine dell’800, in cui era citata la sua capacità di aumentare la fertilità dei suoli.

Ho anche scoperto sulle mappe geologiche che nel giacimento da me individuato la marna è del tipo siliceo, cosa importante perché la maggioranza delle marne sono calcaree, e quindi incorporano carbonato di calcio che non è sempre gradito dalle piante.
Oggi quando posso raccolgo marne in grossi blocchi compatti che macino per ottenere diverse granulometrie, dalla polvere fine a frammenti di 3-5 cm di diametro. Sono molto soddisfatto della risposta delle mie piante.

Quali evidenze hai tratto dall’utilizzo di questa particolare terra e con quali piante hai notato che funziona meglio?
In sostanza, l’effetto derivante dall’uso della marna (che io da anni uso sempre in purezza) a mio parere consiste nel contenimento totale dell’ipertrofia che si determina normalmente nelle succulente con l’assorbimento dell’azoto presente nel terreno, per poco che esso sia.
Si badi bene che io concimo tutte le piante con fertilizzanti vari, per cui somministro anche l’azoto, ma se una pianta è coltivata su torba o su lapillo, quell’azoto determina lo sviluppo di una massa più cospicua di grosse cellule di parenchima acquifero. I tubercoli degli ariocarpus divengono più grossi e di colore verde intenso e il fusto delle mammillarie e dei ferocactus si ingrossa, mentre le spine si assottigliano e la lanuggine delle areole si riduce…
In tal senso, le piante che rispondono meglio all’impiego di questo materiale sono gli ariocarpus, le pelecifore e le epitelante, ma anche mammillaria, ferocactus, echinocactus (soprattutto horizonthalonius e latispinus) e stenocactus rispondono magnificamente alla coltivazione su marna. Del tutto da evitare è l’uso con piante colonnari, che non hanno modo di espandere le radici come avviene in natura per cui vanno in crisi molto rapidamente se coltivati su questo materiale.

Ariocarpus scaphirostris svasato
Ariocarpus scaphirostris svasato

L’idea di vivere con i cactus, ossia producendo e vendendo piante, come è nata?
È nata dal bisogno: dopo il diploma in tecnica agraria mi sono laureato come naturalista ma poi ho seguito i miei parenti e sono entrato nel mondo della grafica e della stampa, grazie anche alle mie capacità creative. Tuttavia non ho mai abbandonato il collezionismo e, quando il lavoro è cominciato a calare drasticamente (dal 1993 si è innescata una forte crisi nel mondo editoriale) ho cominciato a pensare di porre a frutto la mia passione, cosa che ho avuto il coraggio di fare solo dopo alcuni anni di lavoro come giardiniere.

So che sei un tipo diretto: cosa diresti a un appassionato che accarezza l’idea di campare vendendo cactus?
Riferendomi a coloro che svolgono il “mestiere” del vivaista e non ai privati che compiono vendite occasionali su Facebook, quando ancora ero uno studente chiesi a un conoscente se mi fosse convenuto provarci e lui mi disse che “il cacciatore non vive di lepri e fagiani”, intendendo che convertire una passione in lavoro è molto difficile. Oggi questo è ancora più vero perché il mercato non aiuta. Il piccolo vivaista che conduce il suo lavoro con professionalità e passione, che vuole offrire piante interessanti agli appassionati più esigenti deve sempre e comunque far fronte a numerosi impegni dal punto di vista contributivo e legislativo e i margini si assottigliano. Il lavoro lungo e paziente che serve a produrre piante di elevata qualità non è ripagato dal mercato che, tra l’altro è ormai totalmente deregolamentato, nel senso che ormai chiunque vende piante in barba ai regolamenti vigenti nel commercio, nel vivaismo, nella Cites.
Ma non sono negativo. Quando chiesi la stessa cosa a un vivaista ben conosciuto lui mi rispose: “No! Te lo sconsiglio: prima di tutto perché è dura riuscirci, secondo perché diventi un mio concorrente”.
Dopo aver raccolto il parere di molte persone arrivai a capire che la vera domanda la dovevo fare a me stesso: me la sentivo? Avevo abbastanza passione per affrontare un lungo periodo di sacrifici e andare avanti anche senza risultati promettenti? Ci credevo abbastanza? La risposta è stata “Sì”. Nonostante tutto, se una cosa ti appassiona devi provarci, altrimenti passerai il resto della vita col rimpianto.
Dopo cinque anni dall’inizio della mia impresa agricola Mondocactus, nome coniato da mia figlia Emma, sento che il mio percorso è ancora lungo e che non vi è certezza di successo, ma qualcosa si profila all’orizzonte…

Ariocarpus confusus su marna pura
Ariocarpus confusus su marna pura

Come è cambiato, almeno in Italia, il mercato e l’approccio a queste piante da parte degli appassionati da quando hai iniziato a muoverti in questo settore?
Agli esordi di questa mia passione avevo quattordici anni. L’AIAS era nata da poco e al tempo ci si confrontava sulla bellezza del Notocactus leninghausii le cui spine brillano come oro al sole, oppure sul fascino conturbante dell’Euphorbia caput-medusae che con i suoi rami contorti era così simile all’effigie della famosa dea greca. Eravamo appena nati come associazione e avevamo una terribile fame di piante, perché il mercato nazionale era ancora povero di varietà. Poi le varietà sono arrivate e, per anni, il mercato è stato fiorente. Sono nati numerosi vivai e quelli esistenti sono divenuti industrie. Perfino i vivaisti stranieri sono accorsi in Italia per fare buoni affari.
Poi, forse da dieci-quindici anni a questa parte, ci sono stati cambiamenti importanti: da un giorno all’altro la cosa che rendeva più desiderabile una pianta non era più la sua bellezza, ma l’essere rara, esclusiva, unica.
Piante assolutamente innaturali, mostruose, goffamente contorte e macchiate a causa di alterazioni genetiche gravi sono diventate “preziose”. È cominciata la ricerca spasmodica di piante rare raccolte in habitat, poi di piante la cui scoperta era stata siglata da famosi “esperti” che le battezzavano con i loro “field number” ecc.
È così che le piante sono così divenute “status symbol” da esibire, soprattutto oggi grazie all’impiego dei social.
Si tratta forse di un fenomeno naturale che ha portato, accanto a persone sensibili alla bellezza e alla semplicità, quelle attratte dalle mode passeggere. Da un lato ci sono collezionisti esperti e semplici appassionati ancora capaci di provare piacere ammirando il millesimo fiore di una qualsiasi Mammillaria prolifera coltivata da tutta una vita… dall’altro, quelli che provano piacere dal mostrarti l’ultimo esemplare di Copiapoa raccolto in habitat e di cui sono venuti in possesso sborsando cifre iperboliche.
Per me, la coltivazione naturale (wild) è il tentativo di ricondurre le persone ad apprezzare le piante per la loro bellezza, a riappropriarsi del piacere di coltivarle da seme con uno stile di coltivazione che tende a esaltare tutte le migliori caratteristiche di queste piante straordinarie, l’unicità di ogni esemplare al di là della sua rarità.

Ariocarpus fissuratus giovane
Ariocarpus fissuratus giovane

Festa del Cactus di Bologna. Come è nata l’idea e quali risultati hai raggiunto?
La Festa del Cactus di Bologna è nata per scherzo. Nel 2002, quando non avevo ancora l’intenzione di avviare l’attività vivaistica mi ero trovato nell’impossibilità di mantenere la collezione già immensa di piante rare che avevo messo assieme. Mi misi in cerca di un ente che volesse accoglierla, un orto botanico o altra istituzione similare, ma non ebbi alcun riscontro in tutta Italia. In quel mentre conobbi Giorgio Celli, il famoso etologo ambientalista che rimase colpito dalla ricchezza della mia collezione e mi propose di tentare assieme di salvaguardarla, tentando di convincere il Comune di San Lazzaro di Savena (dove si trovavano allora le serre) a costruire un giardino botanico dedicato.
Dopo anni di pressanti richieste il Comune si mostrò finalmente interessato e assieme all’allora Assessore per l’Ambiente nel 2006 organizzammo la prima edizione della Festa del Cactus, col proposito di raccogliere fondi per realizzare il progetto.
Negli anni successivi il Comune concesse un’area per realizzare il giardino botanico, ma prima che il progetto potesse prendere il via Giorgio Celli ci ha lasciato e l’intera giunta è decaduta, per cui tutto il lavoro messo assieme fino a quel momento fu stralciato.
Nel frattempo la Festa del Cactus era cresciuta sempre più e ancora oggi il numero di vivaisti e di visitatori continua a incrementare considerevolmente. Quest’ultima edizione 2017 per molti dei nostri partecipanti stranieri è stato ritenuto il migliore e il più stravagante evento dedicato alle piante succulente d’Europa.
Dal 2016 su richiesta di amici e conoscenti di altre regioni d’Italia abbiamo cominciato a organizzare eventi “satellite” presentati col marchio “KAKTOS” a suo tempo creato dal caro mico Massimo di Marzio che lo ha gentilmente messo a nostra disposizione. Si tratta di eventi di rappresentanza realizzati grazie ad alcuni dei partecipanti della Festa del Cactus e si tengono nel periodo primaverile (a marzo, presso Milis in Sardegna e a maggio, presso il Castello Medievale di Torino).

Ariocarpus fissuratus in marna e granito
Ariocarpus fissuratus in marna e granito

Qualche anticipazione sulla prossima edizione della Festa del Cactus?
Non voglio entrare troppo nel merito delle novità che ho intenzione di proporre con la prossima edizione, ma sono assolutamente certo che gli appassionati della coltivazione Wild, degli amanti della natura e della sperimentazione in coltivazione ne saranno entusiasti. Quello che posso anticipare è che spero di poter contare sulla disponibilità di alcuni volontari il cui aiuto è cruciale per portare questo evento a un nuovo livello di esperienza per i veri appassionati.

So che sul fronte ambientale sei particolarmente sensibile. C’è qualche progetto di cui mi vuoi parlare?
Sì, vorrei scrivere un articolo critico sull’operato della CITES in Italia e in Europa. Ma prima devo trovare un buon avvocato…

Capito. Passiamo ai test più estremi che hai fatto sulle tue piante…
Avendo molte piante i test in corso sono moltissimi. Posso parlare di due test davvero estremi, ossia la coltivazione senza terra a cui sottopongo da anni una famigliola di Epithelantha micromeris e un test “di snervamento” a carico di alcuni ariocarpus.

Epithelanta senza terreno
Epithelanta senza terreno

Epithelantha micromeris senza terra – Sono alcune piante che avevo posto in coltivazione in marna con una percentuale di grossi frammenti e una frazione più fine in un vaso da bonsai molto basso. Dopo pochi anni tutta la porzione fine se ne è uscita attraverso il foro di scolo, lasciando solo alcune pietre e… le piante. Dato che l’asportazione del suolo è stata graduale, le piante hanno avuto il tempo di sviluppare una fine maglia di radici che giunge al di sotto delle pietre, l’unico ambito in cui rimane un po’ d’acqua dopo le annaffiature.
Dato che le piante non hanno mai dato segni di sofferenza, crescendo (sebbene meno del normale), fiorendo e fruttificando come le loro sorelle in vaso, non ho voluto mai modificare la situazione che sembra essere stabile.

Punto di “snervamento” di Ariocarpus – Riordinando le serre ho scoperto che in un angolo mai raggiunto dalle annaffiature era stata dimenticata una cassetta con alcuni ariocarpus in marna pura. Le piante sono quindi in condizioni di totale aridità da tre anni. Uno o due esemplari sembrano essere definitivamente secchi e irrecuperabili, mentre altre piante sono in condizioni limite. Prossimamente documenterò questa condizione per condividerla con gli amici di Facebook.

I test più disastrosi?
Una delle esperienze peggiori è stata il mantenimento in una serra fredda di una collezione di oltre 300 Strombocactus disciformis mantenuti su marna, seminati nel 1991 e cresciuti fino a oltre 12 cm di diametro. La serra era del tipo seminterrato per cui ancorché non fosse riscaldata la temperatura invernale raramente si abbassava al di sotto dei 0 °C. In estate, per evitare il rischio di ustioni (si trattava di una vecchia serra in ferro e vetro) ne asportai la copertura lasciando le piante alla pioggia. Durante l’autunno alcune piante mostrarono piccole maculature nerastre. Pensai al rischio di marciume ma siccome quelle abrasioni erano compatte ipotizzai che si fosse trattata di un’infezione risolta, di cui rimaneva solo una traccia. In realtà si trattava di un marciume secco che nel breve volgere dei mesi invernali si allargò a tutte le piante, che dovetti poi distruggere.

Ario retusus elongatus al trapianto
Ario retusus elongatus al trapianto, in marna da molti anni, da notare la ritrazione del caudice in profondità nella terra

Che ne pensi del gruppo su Facebook (Wild Grown) ispirato dal tuo lavoro?
Secondo me si tratta di una meravigliosa esperienza retta dalla pazienza e dalle capacità di tutti coloro che l’amministrano e che vi partecipano, uno dei pochi esempi di ciò che di buono è possibile fare con un social come facebook, se si è bravi a farlo.
Letizia, David, Antonello, Marco e tanti altri convergono su queste pagine raccontando ciò che fanno, mostrando i propri successi e i propri errori. Ogni tanto qualcuno chiede “secondo voi, faccio bene?”. Molto spesso si esordisce con un “a mio parere…” e si termina un thread con un “Grazie!”. Sono molto contento che le mie esperienze siano servite per ispirare queste persone a realizzare un ambiente in cui il confronto alla pari è la norma e la critica è costruttiva.

Quanto tempo dedichi alle piante ogni giorno?
In questo periodo della mia vita, faccio prima a dire che NON mi dedico alle piante quando mangio, dormo e quando coltivo gli affetti che mi circondano. Per il resto, dalla mattina a notte fonda mi divido tra il lavoro in serra, al computer e al laboratorio in cui realizzo materiali e strumenti che serviranno per le colture. Spero sempre che arrivi il momento in cui le piante sono talmente ferme in stasi vegetativa da lasciarmi un po’ di tempo da dedicare al sito di Mondocactus, che da anni attende di giungere alla sua versione definitiva con il catalogo completo delle piante da vendere. Al momento sebbene gli Ariocarpus siano in stasi, devo dedicarmi alle crassulacee e alle bulbose sudafricane e devo pianificare le semine primaverili acquisendo nuovo materiale da tutto il mondo…
Alle volte, penso che costerebbe meno impegno intraprendere un lungo viaggio verso lontane località desertiche in cui ammirare le piante nel loro habitat, ma poi entro nella mia serra dove posso fare il giro del mondo in 60 secondi e sono di nuovo sereno.

Per chiudere, qualche consiglio a chi si avvicina al metodo di coltivazione “naturale”?
Per approcciarsi perfettamente al metodo di coltivazione naturale bisogna prima assumere un atteggiamento naturale verso il mondo, saper vedere la terra, le pietre, le piante, gli animali, le persone… Questo è il senso di entrare “nella buona onda”, e allora tutto viene “naturale”. Peace and love 😉

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3 pensieri riguardo “«Una pianta coltivata ‘Wild’ mi racconta storie su mondi lontani e mi trasmette emozioni vere»”

  1. Un bellissimo articolo che fa avvicinare appassionati ad un tipo di coltivazione più naturale che apporta benefici soprattutto alle piante !!

    1. Grazie Alberto, hai colto lo spirito dell’intervista, soprattutto dove parli dei benefici per le piante!

  2. Quest’esperienza dovrebbe essere condivisa con i giovanissimi di oggi. Renderli partecipi di mondi lontani che devono vedere invece come qualcosa che appartiene a tutti e che va salvaguardato. Coltivare una pianta conoscendone le reali esigenze vuol dire anche porsi con chi ci sta vicino in maniera coerente comprendendone i bisogni e le esigenze, vuol dire coltivare un amicizia.

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