Finito il riposo invernale le piante tornano a vegetare: ecco cosa c’è da fare in primavera

Piante succulente all'esterno della serra

Passate le ondate di freddo siberiano di questo anomalo inverno, è tempo di pensare alla primavera. Cactus e succulente hanno ripreso a vegetare dopo la stasi invernale e si apprestano (in molti casi lo stanno facendo da tempo) a fiorire. Quali sono le attività delle quali occuparsi in questo periodo? Riportare le piante alla luce (per chi le ha tenute in zone chiuse durante l’inverno), dare loro aria, effettuare trattamenti preventivi e prepararsi alle prime annaffiature. Vediamo in dettaglio quel che c’è da fare in questa stagione.

Aria fresca alle piante grasse
Piante in serra con i teli laterali alzati
Piante in serra con i teli laterali alzati

A metà marzo, quando le temperature minime non scendono più sotto 0 gradi, spengo il riscaldamento in serra. D’altra parte durante l’inverno è impostato in modo da accendersi solo quando la temperatura scende sotto 0 gradi, quindi sarebbe inutile tenere il termostato in funzione.

Sempre in questo periodo, a seconda delle temperature minime (negli anni scorsi l’ho fatto all’inizio di marzo), comincio ad alzare gradualmente i teli ai lati della serra. I teli in plastica trasparente coprono tutti i due lati lunghi della serra. Alzandoli gradualmente, diciamo di una quindicina di centimetri ogni settimana, comincio a garantire alle piante un maggiore afflusso di aria. Alla fine di marzo, inizi di aprile, se le temperature sono buone, i teli saranno del tutto alzati e la circolazione dell’aria all’interno della serra sarà quasi al massimo (restano infatti chiuse le porte anteriori e posteriori della struttura, che apro nelle ore più calde della giornata).

L’apporto di aria è fondamentale non appena le temperature cominciano a risalire. Piante tenute in strutture chiuse, durante il giorno, quando il sole scalda e porta le temperature all’interno della serra ben oltre i 30 gradi può essere deleterio e “lessare” letteralmente cactus e succulente o favorire, insieme all’umidità, l’insorgenza di malattie fungine. Teniamo anche conto che sbalzi di temperatura anche pronunciati tra la notte e il giorno sono molto graditi dalle piante: in natura rappresentano la normalità e le irrobustiscono, inducendole inoltre alla fioritura.

Abituarle poco alla volta alla luce
Alcune Agavi all'esterno
Alcune Agavi all’esterno della serra

Sempre da metà marzo in poi è bene cominciare a riabituare le piante al sole, che in questa stagione è ancora debole e non causa scottature alle succulente. Per chi ha una serra il problema sostanzialmente non si pone perché le piante hanno goduto di luce, sebbene meno intensa, anche durante i mesi invernali. Chi invece le ha ricoverate in zone poco luminose (come sottoscala, garage, serrette chiuse e coperte da tnt) dovrà fare maggiore attenzione perché le piante arrivano da mesi di scarsa luce e possono scottarsi facilmente.

In questi casi sarà opportuno cominciare a spostare per alcune settimane le piante in una zona dove i raggi diretti del sole arrivano solo nelle prime ore della mattinata. Dopo alcune settimane si potranno collocare le piante in una zona maggiormente illuminata, esposta a Est o a Sud-Est, così da tenerle in luce diretta per quasi tutta la giornata.

Nel mio caso, una volta alzati i teli laterali, a schermare le piante dai raggi diretti del sole c’è solo una rete ombreggiante molto leggera (in grado di filtrare il 30% dei raggi solari) che tengo fissa per tutto l’anno solo lungo il lato che riceve la massima insolazione. Non utilizzo altre reti ombreggianti, né all’interno della serra, né all’esterno, ad esempio sul tetto, come ho visto fare da molti vivaisti. Il doppio telo che copre la volta della struttura filtra in parte gli ultravioletti e le mie piante sono ormai abituate alla luce intensa.

Graptopetalum paraguayense
Graptopetalum paraguayense

Abituare gradualmente le piante ad una maggiore insolazione è molto importante e serve ad evitare che cactus e succulente possano riportare brutte scottature, in grado di deturparle, rallentarne la crescita, e, nel caso di semenzali o soggetti giovani, ucciderle.

In sintesi, da metà marzo (salvo casi eccezionali in cui le condizioni meteo sono ancora altamente instabili, come è accaduto quest’anno) è buona norma dare luce e molta aria a tutte le succulente, senza preoccuparsi degli sbalzi di temperatura tra notte e giorno, che sono anzi da accogliere con favore perché assolutamente ricorrenti in natura.

Qui un articolo specifico sull’esposizione di cactus e succulente.

Portare le piante all’esterno
Alcune cactacee all'esterno della serra
Alcune cactacee all’esterno della serra

Dalla fine di marzo/inizio di aprile, salvo pioggia insistente per giorni e giorni, comincio a mettere all’esterno della serra molte delle mie piante. All’inizio tenevo quasi tutte le cactacee in serra, ma da alcuni anni ne sposto un numero sempre crescente all’esterno, al sole diretto, senza alcuna protezione, esposte alle intemperie.

Ovviamente questo è possibile per quei generi che tollerano bene il pieno sole, come Opuntia, Ferocactus, Echinocactus, Ancistrocactus, Echinopsis, Epithelantha, Coryphantha, diversi Astrophytum, Thelocactus, Tephrocactus, Lobivia, poi succulente come Agavi e Aloe, ecc. Metto all’esterno soprattutto le piante molto spinose, per fortificare ulteriormente le spine.

Anche l’esposizione al sole diretto deve però essere graduale, soprattutto per chi d’inverno non ricovera in serra cactacee e succulente, ma le tiene al chiuso o in ombra. Inizialmente posiziono le piante nella parte posteriore della serra, dove ricevono luce diretta dalle prime ore del mattino fino alle tredici. In alcuni casi le proteggo con una leggera rete ombreggiante. Nell’arco di due, tre settimane, le sposto più avanti, fino a collocarle nella parte anteriore, priva di ombreggiatura e al sole diretto per tutta la giornata, dove resteranno fino a tutto ottobre.

Trattamenti preventivi
Prime fioriture primaverili
Prime fioriture primaverili

Nella seconda metà di marzo si possono effettuare alcuni trattamenti preventivi sulle piante. Da alcuni anni sto riducendo drasticamente l’uso di prodotti chimici, per cercare di arrivare a eliminarli del tutto. Le piante, infatti, si fortificano con una corretta coltivazione e non con prodotti chimici. Ciò non toglie che finché le piante non saranno tutte sufficientemente robuste si possano usare prodotti biologici o a basso impatto ambientale.

Un trattamento utile da effettuare alla ripresa vegetativa, quando si alzano le temperature, è quello a base di ossicloruro di rame, spesso miscelato a zolfo. Si tratta di un ottimo fungicida in grado di proteggere le piante da un buon numero di patogeni ed è il classico “rameico” di colore azzurro, che tende a sporcare l’epidermide della pianta (che, in ogni caso, tornerà pulita dopo qualche annaffiatura). Di questo prodotto ne esiste anche una versione non colorata, la Pasta Caffaro FNC, che purtroppo non è facilissima da reperire.

Che si tratti di formula azzurra o non colorata, è sufficiente diluirne la giusta dose in acqua (sulle confezioni sono indicati i dosaggi) e nebulizzare per bene le piante, ripetendo il trattamento dopo una quindicina di giorni. Attenzione: prima di effettuare la nebulizzazione, meglio se abbondante e in più passate consecutive, è bene informarsi sul meteo per essere sicuri di avere almeno un paio di giorni di sole subito dopo il trattamento, così che le piante possano asciugare perfettamente e rapidamente. E’ consigliabile effettuare questo tipo di trattamento preventivo anche in autunno, prima che le piante vadano in riposo, così da garantire loro una protezione per alcuni mesi.

Stesso discorso per i prodotti acaricidi (o pesticidi), che sono decisamente più impattanti a livello ambientale e da maneggiare con estrema cura (munendosi di mascherina quando si nebulizza, ad esempio). E’ soprattutto di questi che sto riducendo drasticamente l’utilizzo, limitandomi ad una passata preventiva di acaricida ad ampio spettro tramite nebulizzazione a fine marzo. Questo genere di prodotti (ad esempio contro cocciniglie, ragnetto rosso e parassiti vari) andrebbe usato più che altro all’occorrenza, ossia su singole piante e solo in caso di attacco da parte di parassiti.

La mia serra a fine inverno
La mia serra a fine inverno

L’obiettivo, ripeto, è arrivare a contenere il più possibile questi trattamenti, portando le piante ad irrobustirsi al punto da non essere soggette ad attacchi fungini o parassitari o, comunque, da essere in grado di far fronte da sole a eventuali problemi di questa natura. Certo, poi ci possono essere perdite fisiologiche anche di soggetti apparentemente robusti. Ad esempio, può sempre capitare di incappare nel maledetto fusarium, per citare un comune patogeno che colpisce le cactacee, contro il quale la battaglia è praticamente persa in partenza, anche perché il disastro si manifesta quando è ormai compiuto, dal momento che questo fungo lavora all’interno della pianta per settimane, consumandone la polpa senza che dall’esterno si notino segnali di alcun tipo. Ugualmente aggressiva è la botritis cinerea (detta anche “muffa grigia”), un fungo che attacca solitamente il colletto delle cactacee e il cui sviluppo è favorito da umidità e scarso ricircolo di aria.

Detto questo, la migliore prevenzione in assoluto resta la corretta coltivazione. Molto sole, aria in abbondanza, ambienti puliti e ventilati, il giusto grado di stress tra temperature minime e massime, l’uso di terricci poco umiferi e “puliti”, sono tutti elementi in grado di irrobustire le nostre piante e rendere pressoché inutili trattamenti a base di prodotti chimici.

Proprio grazie a un regime di coltivazione il più possibile naturale e spartano, da anni non ho alcun problema con cocciniglie (sia radicali che a scudetto), del tutto assenti sulle mie piante, né con il ragnetto rosso. Ogni tanto può capitare che qualche pianta marcisca a causa di fusarium o botritis ma anche in questo caso, fortunatamente, si tratta di episodi sporadici e decisamente limitati.

Le prime annaffiaure
Echinocereus, le nuove spine spuntano in primavera
Echinocereus: nuove spine spuntano in primavera

Dalla prima metà di aprile (al Sud Italia anche prima), temperature permettendo, è possibile cominciare con le prime annaffiature. Un consiglio: per le prime due passate, distanziate di almeno una ventina di giorni l’una dall’altra, è buona regola avere la “mano leggera”. In altre parole, non abbondare con l’acqua perché le piante arrivano da mesi di asciutta e in molti casi possono essere fortemente disidratate. Se dovessero trovare un gran quantitativo di acqua immediatamente a disposizione potrebbero bere molto rapidamente (se si tratta di soggetti già particolarmente attivi), col risultato che il fusto, gonfiandosi velocemente, potrebbe spaccarsi deturpando la pianta ed esponendo i tessuti interni al rischio di essere aggrediti da batteri che possono innescare patologie fungine.

Dopo un paio di annaffiature leggere si potrà cominciare a dare acqua in abbondanza, anche perché alla volta di fine aprile si presume che le temperature si siano ormai assestate e che le piante siano sufficientemente in vegetazione da poter assorbire rapidamente l’acqua evitando che questa ristagni nel vaso.
Diciamo che nel mio caso le annaffiature vere e proprie cominciano appunto dalla fine di aprile: inizialmente ogni venti giorni circa, per poi aumentare il ritmo e arrivare a bagnare ogni 10-12 giorni alla volta del mese di giugno.

Qui un articolo completo sulle annaffiature.

Dopo un paio di annaffiature con sola acqua sarà possibile cominciare a fertilizzare le piante grasse, così da aiutarne la fioritura e nutrirle in vista della crescita durante la stagione vegetativa. Nel dettaglio della concimazione delle succulente ho scritto un articolo specifico a questo link.

8 pensieri riguardo “Finito il riposo invernale le piante tornano a vegetare: ecco cosa c’è da fare in primavera”

  1. Io abito in Liguria e le mie piante….stanno ancora dormendo!!!
    Il tempo mi sembra ancora molto instabile e anche se di giorno le temperature sono intorno ai 9/10 gradi io ancora non ho trasferito ne annaffiato nessuna pianta. Siccome c’è stata una settimana di freddo intenso agli inizi di marzo, con temperature notturne sotto zero alcune piante che erano fuori sono state messe in una stanza fredda ma illuminata. Ancora non mi sento di portare fuori nulla, aspetto di vedere come sarà aprile. Le poche piante rimaste fuori con la neve erano incappottate e riparate. Purtroppo quelle più esposte nonostante la copertura, con la neve sono andate perse. Non sono un’esperta ma anch’io non ho mai usato sulle piante trattamenti chimici… solo verderame!!! Anch’io arieggio la stanza dove sono collocate le piante e per ora mi fermo li. Quest’anno devo anche cambiare terriccio a tutte quante!!!! Qualcuna di loro nella passata primavera mi sembra che non sia cresciuta per niente.

    1. Quest’anno slitta tutto un po’ più avanti a causa del maltempo. Anche io sto aspettando che si stabilizzi un po’ 🙂

  2. Ciao e complimenti per tutto quello che stai facendo a supporto degli appassionati. Ho letto che il lapillo trattiene più a lungo l’acqua rispetto alla pomice, a me invece sembrava l’esatto contrario. Avendo una struttura porosa fatta da alveoli più grandi, il lapillo, dovrebbe immagazzinare più acqua della pomice, che ha invece una struttura alveolare più sottile, ma proprio per questo il lapillo asciuga prima della pomice. Mi sembra poi di aver letto da qualche parte che il coefficiente igroscopico della pomice sia superiore a quello del lapillo, credo sulle schede tecniche di geosism and nature. Tu sei sicuro di ciò che hai scritto, quindi mi sbaglio?
    Grazie infinite se potrai rispondermi.

    1. Sì, ne sono assolutamente sicuro perché quello che dico non lo dico sulla base di formule chimiche astratte o su schede di rivenditori (come quello da te citato, con il quale peraltro ho avuto una pessima esperienza, per usare un eufemismo), ma lo dico sulla base della mia esperienza diretta. Ho testato differenti terricci con pomice e con lapillo per vedere come si comportano questi due materiali e ho fatto la stessa cosa con questi materiali collocati nello strato superficiale della composta. Il lapillo immagazzina grandi quantità di acqua e la trattiene molto a lungo senza cederla poco alla volta, mentre la pomice fa l’esatto opposto: assorbe acqua prevenendo ristagni e la cede lentamente lavorando come una spugna, in sostanza. Ho inoltre verificato che, in generale, un substrato contenente molto lapillo rimane umido parecchio tempo in più rispetto a substrati senza lapillo. La stessa cosa hanno notato parecchi altri appassionati che conosco e con i quali mi sono confrontato negli ultimi anni. E tutti dicono la stessa cosa sulla base della loro esperienza diretta. 🙂

      1. Ok, ti ringrazio tanto per la risposta, davvero molto gentile! Non ero sicuro, come spesso accade “le cose per sentito dire” possono rivelarsi sbagliate. Dovremmo sempre sperimentare e verificare, soprattutto la funzione di certi substrati, i cosiddetti inerti, che invece inerti NON sono 🙂 ma a volte si cade nel consiglio dell’amico esperto, sia pure questo dato in assoluta buona fede. Nei fatti al lapillo preferisco da sempre anche io la pomice; come tu dici cede lentamente l’acqua (e gli eventuali fertilizzanti), è più leggera (cosa che si comincia ad apprezzare quando i vasi sono grandi e pesano), le radici in pomice sono mediamente più sviluppate, … insomma grazie delle spiegazioni e dei consigli. Alla prossima, ciao.

        1. Grazie a te. Concordo: la cosa migliore è sperimentare di persona e verificare i risultati. Anche perché le variabili sono talmente numerose in questo campo che è davvero difficile trovare punti fermi in assoluto: ciò che vale per un tipo di coltivazione e a determinate condizioni può non avere la stessa valenza con altre modalità di coltivazione e a condizioni differenti. Un saluto, a presto!

  3. complimenti per l’articolo e i preziosi consigli, riguardo l’acqua non avendo a disposizione quella piovana spesso uso la demineralizzata (quella per ferro da stiro), può andar bene o meglio di rubinetto lasciata decantare 24 ore, oppure metà e metà?
    grazie

    1. Ciao, quella demineralizzata può andare, anche se non contiene elementi utili per le piante. Al limite puoi usare quella di rubinetto con aggiunta di un decalcificante (se molto calcarea). In commercio se ne trovano facilmente e sulle confezioni sono indicati i dosaggi. Anche fare metà acqua di rubinetto e metà demineralizzata può andare bene se quella di rubinetto è calcarea…

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