Generi dalla A alla C

Acanthocalycium
Acanthocalycium glaucum
Acanthocalycium glaucum

Gli Acanthocalycium sono piante originarie dell’Argentina. Un tempo erano inserite nel genere Echinopsis, ma nel 1990 Hunt e Taylor hanno accettato il genere a sé di Acanthocalycium. Come spiega Andersen nel suo “The Cactus Family“, il nome Acanthocalycium deriva dal greco akantha, ossia “spinoso”, e kalyx, riferito ai boccioli anch’essi spinosi.

Una delle specie più interessanti di questo genere è A. glaucum (sinonimo: thionanthum). Inizialmente globoso, A. glaucum col tempo tende ad allungarsi. Caratteristica la colorazione cerulea del fusto (da cui il nome “glaucum”), che può vagamente ricordare quella delle Copiapoa. Ha spine non particolarmente robuste di colore bruno/nero, poi tendenti al grigio.

Ne ho un paio di esemplari: uno con spina robusta e fusto grigio/azzurro; l’altro a spina sottile con fusto azzurro/verde. Fiori abbondanti in primavera, gialli e con calice ampio.

Acanthocalycium klimpelianum
Acanthocalycium klimpelianum, una delle mie semine

Un’altra specie abbastanza comune, ma non per questo meno interessante, di Acanthocalycium è A. klimpelianum. Ne ho seminati alcuni nel 2013: hanno una crescita relativamente veloce e mi sono fioriti dal quarto anno di vita. Questa specie ha spine più fitte di A. glaucum e produce fiori bianchi (anche se ho visto alcuni esemplari a fiore rosa). Da un paio di anni ne tengo un esemplare in pieno sole, fuori dalla serra: cresce più lentamente e non ha ancora fiorito. Il fusto e le spine, però, gli conferiscono un aspetto più vissuto, più “naturale” rispetto a quello dei fratelli in serra.

In generale, in coltivazione gli Acanthocalycium non sono affatto difficili. Li tengo in una composta a base di terra di campo e inerti e li annaffio abbondantemente in primavera estate, per sospendere le irrigazioni a fine settembre. Se ben asciutti, reggono senza problemi il freddo. I miei li ho testati fino a -7 gradi.

Ariocarpus
Ariocarpus in fiore
Alcuni dei miei Ariocarpus in serra

Difficile restare indifferenti a una pianta di questo genere, un tempo considerato “roba per esperti”. Gli Ariocarpus colpiscono per quel loro aspetto da “fossile”, quelle geometrie perfette, per le loro fioriture appariscenti, a volta con fiori che per dimensioni superano abbondantemente la pianta (ad esempio, la specie kotschoubeyanus). Peccato che in molti appassionati di cactaceae permanga la convinzione di avere a che fare con piante estremamente delicate, rognose, di difficile coltivazione, eccessivamente lente.

La verità è tutt’altra: per la mia esperienza, e per quella di tanti altri coltivatori, questo è uno dei generi più robusti e coriacei. Ha le sue esigenze, chiaro. Ma una volta individuate quelle si tratta solo di infrangere il preconcetto. 

La distribuzione degli Ariocarpus si estende dal Nord del Messico fino alla regione di Querétaro, e nel Texas orientale, principalmente nel deserto del Chihuahua (tra Messico e Stati Uniti), come annota Anderson in “The cactus family”.

Un grande merito alla diffusione della coltivazione di queste piante va ad Andrea Cattabriga, tra i primi a valorizzarle appieno, e, a quanto mi risulta, il primo ad aver individuato i benefici che la marna ha su questo genere. Anche gli amici David Rubbo e Antonello Mennucci hanno contribuito a infrangere errate convinzioni che il tempo ha sedimentato addosso a queste piante. Regime idrico, dimensione dei vasi, terriccio, resistenza al sole diretto come al freddo intenso: oggi, fortunatamente, certe informazioni che un tempo (e purtroppo in alcuni casi ancora oggi) circolavano sugli Ariocarpus sono state spazzate via dal lavoro di parecchi bravi cactofili.

Ariocarpus retusus in fiore
Ariocarpus retusus in fiore

All’inizio, anni fa, anche io mi sono avvicinato a questo genere con timore: le piante di una certa dimensione costavano parecchio e con quello che si sentiva dire sulla loro coltivazione l’acquisto di un Ariocarpus era visto come un piccolo “investimento” che rischiava di rivelarsi a breve termine. La realtà è un’altra e oggi ho esemplari che stanno con me da più di quindici anni e che mi hanno perdonato non pochi errori in termini di substrato (all’inizio, terrorizzato dai ristagni, usavo solo materiali porosi e ghiaia, scartando la parte fine), ma anche di annaffiature, certamente al limite della sufficienza per anni. 

Un po’ grazie alle dritte di Cattabriga, un po’ grazie ai consigli di un vivaista francese, col tempo ho cominciato a sperimentare, approcciandomi a questo genere in maniera del tutto diversa. E posso assicurare che ormai è davvero raro che mi muoia qualche Ariocarpus, pur avendone ormai alcune decine di esemplari, più una trentina da mia semina. 

Ariocarpus scapharostrus in fiore
Ariocarpus scapharostrus in fiore

I vasi, anzitutto: se inizialmente li coltivavo in vasi a misura di pianta (guai ad avere qualche centimetro attorno al fusto!), oggi li coltivo in vasi ampi e molto profondi. La forza di queste piante – e l’elemento caratteristico – è la radice a fittone, che si spinge in profondità ramificandosi non poco. Gli Ariocarpus hanno quindi bisogno di spazio e terra, altro che vasetti stretti!

Sulla terra si potrebbe aprire un capitolo virtualmente infinito: ho avuto piante che hanno sopportato di tutto, percentuali elevate di torba comprese. Personalmente, ho abbandonato del tutto lapillo, zeolite, akadama (provata qualche volta con risultati del tutto insoddisfacenti), per passare a composte ricche di particelle fini. Uso terra di campo argillosa mista a inerti (per lo più ghiaia e pomice) oppure, nella maggioranza dei casi, marna. Li ho tenuti in marna in purezza e sono cresciuti benissimo, ma dal momento che da tempo punto più sulla semina, uso una composta con marna al 50%, ghiaia, quarzite, pomice e torba al 10%. Sugli esemplari giovani, infatti, la marna pura non va bene: rallenta eccessivamente la crescita e in molti casi la blocca del tutto.

Ariocarpus trigonus in fiore
Ariocarpus trigonus

So di altri coltivatori esperti che usano con successo altri tipi di terra (alberese ad esempio), che dalle mie parti non riesco a reperire con facilità. Terra di campo argillosa, leggermente calcarea e mischiata a un po’ di sabbia fine va benissimo, se proprio non si riesce a reperire la marna, che resta comunque la mia prima scelta per questo genere. In questi substrati gli Ariocarpus restano compatti e, col tempo, prendono quella colorazione grigiastra che rispecchia l’aspetto delle piante in habitat.

Altro fattore sul quale in passato si è ampiamente equivocato è l’acqua. L’ideale sarebbe, come per tutte le piante, l’acqua piovana, più acida di quelle dei comuni pozzi. Quando posso la raccolgo e uso quella, ma il più delle volte mi accontento di acidificare con appositi prodotti l’acqua di pozzo. In stagione vegetativa gli Ariocarpus bevono eccome, altro che contagocce. Io li annaffio ogni 8 – 10 giorni, letteralmente inondandoli (ci sono foto di habitat dove si vedono Ariocarpus sommersi dalle piogge). Il substrato che uso asciuga nel giro di un paio di giorni e le piante crescono che è un piacere, mandando a farsi benedire un’altra convinzione errata: non sono piante con tempi di crescita simili a ere geologiche. Sono anzi cactaceae relativamente veloci, almeno nei primi anni di sviluppo. Ho semenzali che hanno raggiunto la dimensione adatta a vasi da 7 centimetri in tre, quattro anni.

Ariocarpus kotschoubeyanus con bocci
Ariocarpus kotschoubeyanus con bocci

Sull’esposizione c’è poco da dire: sono piante abituate a vivere in pieno sole. Se abituate gradualmente alla ripresa vegetativa, possono stare all’aperto senza alcun problema. Anzi, la forte insolazione contribuisce al rafforzamento della cuticola e del fusto in generale (sono piante dure al tatto, coriacee e spesse) e mantiene basso il fusto evitando l’effetto “pigna” che alcuni coltivatori giapponesi sembrano considerare fondamentale (de gustibus…).

Le specie non sono tantissime, ma tra relative varietà e forme, si può mettere insieme un notevole assortimento. Ho esemplari di retusus, scaphirostris (o scapharostrus), trigonus, agavoides (tra i più precoci nella fioritura), kotschoubeyanus (il più piccolo del genere, ma anche uno dei più apprezzati dal punto di vista estetico), fissuratus, confusus.

Una mia semina di Ariocarpus agavoides
Ariocarpus agavoides, una mia semina

La semina è semplice, non sono affatto rognosi e germinano facilmente. Nei primi anni li aiuto aggiungendo un po’ di organico alla composta (humus di lombrico o torba al 20%) e annaffio abbondantemente in stagione vegetativa. Ho agavoides e kotschoubeyanus che hanno fiorito a tre anni, alla faccia di chi li credeva lenti anche nelle fioriture. 
Il periodo di fioritura coincide col nostro autunno, mi è capitato di vederli fiorire a fine settembre, per tutto ottobre e per quasi tutto novembre. Il che dà un valore aggiunto a queste piante, che regalano colore alla serra anche in mesi nei quali le fioriture sono scarse.

Le temperature invernali, infine, non devono preoccupare: se tenuti asciutti da fine settembre, per consentire loro di prepararsi all’inverno riducendo i fluidi immagazzinati nella radice a fittone, gli Ariocarpus reggono senza problemi. Li tengo in serra, senza acqua fino a fine marzo e hanno sopportato anche picchi a -10 gradi, con umidità ambientale superiore all’80% per alcuni giorni.

Astrophytum
Astrophytum vari di mia semina
Astrophytum vari di mia semina

Giapponesi e tailandesi ci vanno a nozze e tra incroci, esperimenti e ibridazioni, hanno letteralmente stravolto alcune specie di Astrophytum. Le chimere non fanno per me, anche se ammetto che un paio di asteriassuperkabuto” e un myriostigmaonzuka” li ho. Per il resto, gli Astrophytum mi piacciono come Natura li ha creati.

Escludendo cultivar, ibridi vari e forme anomale, le specie appartenenti a questo genere non sono poi tantissime. Le più rappresentative sono l’asterias, il myriostigma (entrambi anche nella versione “nudum”, ossia priva dei caratteristici puntini bianchi sull’epidermide), il capricorne (che vanta parecchie varietà) e l’ornatum.
Sono piante originarie del Texas del Sud e del Messico settentrionale e centrale. Non raggiungono dimensioni ragguardevoli, salvo il myriostigma, che col tempo assume una forma colonnare, ma regalano fioriture abbondanti a partire da pochi anni dalla semina.

Astrophytum asterias
Astrophytum asterias

L’asterias è, a mio avviso, il belloccio del genere: ha una forma che ricorda certi ricci di mare e produce bei fiori gialli con la gola rossa. E’ però anche il più delicato rappresentante di questo genere. Già Giuseppe Lodi metteva in guardia: «E’ l’unico Astrophytum non facile da tenere. Teme molto l’umidità specialmente da giovane». Ora, non è una pianta eccessivamente rognosa, però il Lodi non sbagliava: è quello che perdona meno gli errori, soprattutto in fatto di irrigazioni e umidità ambientale.
Ne ho alcuni esemplari di una certa età e parecchi di mia semina, sia nella versione normale che in quella “nuda”. In effetti, è una delle poche specie in cui ho avuto perdite significative dopo la semina e anche qualche prematura dipartita a causa di marciume in esemplari di tre o quattro anni. Da qualche anno li coltivo in terricci molto aridi e devo dire che va meglio. Uso terra di campo, pomice, ghiaia e niente torba (in alcuni casi ne ho messa un 10% e non ho avuto problemi). Alcuni esemplari li ho messi in un misto di terra di campo argillosa, marna e inerti: crescono lenti ma mi sembrano più robusti degli altri.

Astrophytum myriostigma vecchio
A. myriostigma, un vecchio esemplare

Il myriostigma è conosciuto anche col nome volgare di “cappello del vescovo” o “cappello del prete”, per la forma a stella, più o meno bombata a seconda dell’esemplare. Ne esistono diverse forme: da quella “nuda” alla “coahuilense”, con il fusto più densamente ricoperto di puntini rispetto al myriostigma tradizionale. Anche il numero delle coste può variare: la forma tipo ne ha cinque (la forma è quella di una stella), ma c’è anche il quadricostatum, il tricostatum e mi è capitato di ottenere da una semina qualche esemplare a sei coste. Il fiore è giallo, senza il tocco di rosso dell’asterias.
E’ una specie più robusta e ne tengo alcuni esemplari, sempre da mia semina, all’esterno durante tutta la stagione di crescita: non si scottano nemmeno i “nudum”, a patto di averli abituati gradualmente. Per queste piante uso un terriccio simile a quello degli asterias, ma ho fatto prove anche con marna al 50%, con ottimi risultati (piante compatte e durissime), e con un mix di terra di campo, ghiaia e humus di lombrico in parti uguali (anche questa miscela ha funzionato bene). Credo siano particolarmente adattabili e di certo sono più indulgenti degli asterias per quanto concerne gli errori di coltivazione. Ho un myriostigma dal 2001, regalo di alcuni amici: è passato indenne a tanti terricci sbagliati e alla mia iniziale ignoranza, è cresciuto in altezza restando ben proporzionato e ogni anno mi regala fioriture strepitose.

Astrophytum capricorne crassispinum
Astrophytum capricorne crassispinum

La frangia spinosa degli Astrophytum è rappresentata dall’ornatum (che non tengo perché non mi fa impazzire) e, soprattutto, dai capricorne. Anche di questi ultimi ne esistono parecchie forme e varietà, dal crassispinum (a spina larga), al niveum, al senile, fino all’aureum. Alcuni sono veri e propri “nidi” di spine, al punto che la parte alta del fusto non si vede nemmeno. Fanno fiori grandi rispetto agli altri Astrophytum, a corolla ampia, com petali gialli e gola rossa. La coltivazione non presenta particolari difficoltà e stanno bene in terricci poveri, come quelli che uso per gli asterias.

La semina degli Astrophytum è molto semplice: i semi sono grossi e si maneggiano senza difficoltà. Inoltre sono veloci e sono quasi sempre i primi a germinare (bastano quattro o cinque giorni). Ad eccezione degli asterias, che da semenzali vanno trattati con un occhio di riguardo, le piante di questo genere non necessitano di particolari cure e con semina a luce naturale in aprile arrivano all’autunno già abbastanza formati e forti da affrontare l’inverno come le piante adulte, vale a dire all’asciutto e al freddo.

Astrophytum asterias superkabuto
Astrophytum asterias superkabuto

Si ibridano facilmente fra di loro e ne possono nascere forme particolari. Da qui, certamente, sono partiti i giapponesi quando hanno invaso il mercato con forme e ibridi di ogni fattura. Per quanto mi riguarda, ribadisco che li amo come sono in natura e in questo senso la tecnica wild con queste piante dà grandi soddisfazioni, contribuendo, ad esempio, a far mantenere agli asterias la forma a disco, schiacciata, che hanno per i primi anni di vita (col tempo anche loro tendono poi a crescere in altezza).

Aztekium
Aztekium ritteri
Aztekium ritteri

Piante da sempre considerate “per veri appassionati”, descritte come rognose, difficili da coltivare. Non a caso se ne vedono spesso esemplari innestati, gonfi e brutti, con una forma ben lontana da quella originale. Non sono affatto d’accordo con la “fama” che accompagna ancora oggi questo genere. Gli Aztekium, per la mia esperienza, sono piante robuste, a crescita lenta, questo sì, al limite dell’esasperante. Ma va anche considerato che si tratta di piante per loro natura di piccole dimensioni, diciamo fino a un massimo di 5-6 centimetri.
Se ne conoscono due specie, la ritteri e la hintonii, alle quali si è aggiunta la valdezii, scoperta in tempi relativamente recenti e subito diventata “oggetto” per collezionisti proprio in questi anni.

Gli Aztekium sono originari del Messico, in particolare dello stato del Nuovo León, nell’area nord orientale del Paese (nella Sierra Madre Orientale, puntualizza Anderson nel suo “The Cactus Family”). La caratteristica di queste piante, indubbiamente molto affascinanti e in grado di mettere a dura prova la pazienza del coltivatore, è che in natura crescono su scarpate di gesso, in zone sostanzialmente prive di altra vegetazione. Come se non bastasse, crescono letteralmente aggrappate alla roccia, in verticale, spuntando spesso da anfratti e rientranze.

Aztekium ritteri
Aztekium ritteri in fiore

Aztekium ritteri è la specie più caratteristica, al punto da dare il nome al genere, dal momento che il “disegno” del fusto della pianta ricorda (e non poco) l’opera artistica (manufatti, decorazioni e disegni) degli Aztechi. La pianta giovane è schiacciata, geometricamente perfetta, di colore verde chiaro. Crescendo assume una colorazione che vira al grigio/azzurro, spesso con le coste ingiallite e dall’aspetto molto vissuto. I fiori, di piccole dimensioni, spuntano dall’apice della pianta in estate e hanno belle sfumature rosa attorno alla corolla bianca.
Non sono di difficile coltivazione: è sufficiente dare loro un terriccio povero, con almeno un 20% di gesso naturale. Io li tengo in terra di campo, ghiaia di fiume e gesso e ne ho cinque esemplari ormai da diversi anni. Abbondanti annaffiature nella stagione vegetativa e asciutta assoluta in inverno, periodo in cui reggono bene temperature vicine allo zero (i miei sono andati più volte sotto lo zero, fino a raggiungere i -7 gradi).

Aztekium hintonii
Aztekium hintonii

Leggermente più grande come dimensioni massime negli esemplari adulti è A. hintonii, specie con il fusto dalle coste marcate e solcate da striature trasversali. La pianta, fin da giovane, ha una colorazione tra il grigio chiaro e l’azzurro e in estate produce i fiori all’apice. Il colore dei fiori è più marcato rispetto a quelli della specie ritteri: qui si va dal magenta al viola pallido. Ne ho quattro piante da alcuni anni e solo una ha fiorito per ora. Le coltivo esattamente come i ritteri, in terriccio con argilla e gesso, ma in vasi più profondi per via delle radici maggiormente allungate.

Per queste piante è importante l’esposizione, a quanto ho potuto notare. Meglio non tenerli per troppe ore al sole diretto: è preferibile lasciarli in zona luminosa ma possibilmente riparata nelle ore più calde. Io ho risolto tenendoli in serra accanto a piante più grandi, così che il sole del primo pomeriggio arriva agli Aztekium filtrato e non direttamente.

Della specie valdezii ne ho giusto un esemplare, oltretutto innestato (il porta innesto è interrato), semplicemente perché non ne ho trovati di franchi e mi sono comunque voluto togliere lo sfizio. Il fusto ricorda quello del ritteri, ma con coste più marcate. Il fiore – che per ora ho visto solo in fotografia – ha una colorazione più intensa e ha i petali color magenta con la gola bianca.

Blossfeldia
Blossfeldia liliputana
Blossfeldia liliputana

E’ il cactus mignon per eccellenza. Tra i vari generi di cactacee, Blossfeldia è il più piccolo in assoluto. Dal fusto globoso e appiattito, questo cactus arriva al massimo a un paio di centimetri di diametro. In natura vive seminascosto tra fenditure nella roccia in un areale che comprende il nordest dell’Argentina e il sud della Bolivia. Cresce ad altitudini comprese tra 1.200 e 3.500 metri.

Nelle foto di habitat si vedono piante estremamente disidratate, a testimonianza delle condizioni di aridità nelle quali vive la Blossfeldia. E’ un genere che compare raramente in coltivazione e anche sul mercato se ne trovano di rado, perlopiù innestate, cosa che fa perdere ai fusti la classica forma schiacciata.

Il corpo è sferico, depresso, di colore verde grigiastro. Non ha coste e nemmeno spine, ma solo ciuffi di peluria bianca. Non è difficile vederne di pollonate alla base. La radice è grossa, napiforme e tozza e sviluppa pochissime radici secondarie.

Blossfeldia liliputana
Blossfeldia liliputana con roccia calcarea

Ne sono state classificate diverse specie ma molti autori non ritengono valide altre specie se non la liliputana. Ne ho un esemplare che è classificato come Blossfeldia subterranea, ma non presenta differenze dalla specie tipo, ragione per la quale propendo anche io per la classificazione tradizionale che considera un’unica specie.

Non mi sembra una pianta di difficile coltivazione, anche se la crescita è pressoché inesistente. La tengo in un terriccio povero, a base di terra di campo e inerti (con un 10% di organico), alla luce intensa ma protetta da piante più grandi. Annaffio abbondantemente da aprile a tutto settembre, poi asciutta totale durante l’autunno e l’inverno. Nessun problema con le temperature: è scesa fino a picchi di -7 gradi senza problemi.

Fiorisce in primavera inoltrata: fiori all’apice di colore bianco/giallo. Subito dopo produce un piccolo frutto che contiene semi minuscoli. L’ho seminata una volta ma i semi non hanno germinato.

Copiapoa
Copiapoa cinerea
Copiapoa cinerea

Tra i più apprezzati dai collezionisti di cactus, il genere Copiapoa è originario di una specifica area al nord del Cile. Esemplari di questo genere furono osservati nel 1914 da Joseph Rose nella regione del deserto di Atacama e furono inizialmente classificati tra gli Echinocactus. Nel 1922 Britton e Rose stabilirono che queste piante meritassero un genere a sé e decisero di chiamarlo Copiapoa facendo riferimento alla città di Copiapó, situata al nord del Cile, nella regione di Atacama.

Le piante delle specie appartenenti a questo genere sono inizialmente globose, solitamente solitarie. Col tempo tendono ad accestire e ad allungarsi fino a diventare brevicilindriche. Il fusto può variare nella colorazione ed essere verde o grigio chiaro. Quest’ultima colorazione, in particolare, è data dalla cera (pruina), spessa pochi millimetri, che alcune specie producono su tutto il fusto come protezione per i raggi solari e per limitare la traspirazione. Emblematica, in questo, è Copiapoa cinerea, la specie più nota e rappresentativa dell’intero genere.

Qui un approfondimento su Copiapoa cinerea

Il fusto delle Copiapoa è diviso in coste, sulle quali spuntano le areole con spine puntute e rade, di colore dal nero (nella cinerea, ad esempio) al bruno, fino al dorato. L’apice è solitamente lanoso mentre la parte bassa del fusto, negli esemplari vecchi, tende a suberificare e a perdere le spine.
I fiori sono generalmente gialli, spuntano dalla lanugine all’apice della pianta durante l’estate. Sono di piccole e medie dimensioni, campanulati.

Copiapoa haseltoniana
Copiapoa haseltoniana

La coltivazione non è delle più semplici, poiché si tratta di piante che vegetano in periodi dell’anno non coincidenti con quelli della maggior parte delle altre cactacee. Si può dire che le Copiapoa non hanno propriamente un regime stagionale invertito (cioè che il nostro inverno coincide con la loro estate), ma quantomeno “personalizzato”. Vegetano infatti durante l’autunno e parte dell’inverno, per rallentare durante la primavera inoltrata, fermarsi durante la nostra estate e riprendere a vegetare da settembre, quando le temperature cominciano a calare.

In conseguenza di questo, è opportuno cercare di seguirne i ritmi di crescita e dare acqua con moderazione dalla fine dell’inverno (alla volta di fine dicembre, inizi di gennaio) fino a maggio, per poi sospendere le irrigazioni fino a settembre. Qualche irrigazione può essere data anche durante l’autunno, sulla base dell’osservazione diretta delle piante per capire se sono in vegetazione o meno. Nel complesso non sono piante da annaffiare in abbondanza. In primo luogo perché i loro ritmi di crescita sono molto lenti, in secondo luogo perché in natura riescono ad assorbire acqua dalle abbondanti nebbie che si formano nelle regioni in cui vivono. Qualche nebulizzazione può essere quindi utile, in particolare nei mesi autunnali e invernali.

Copiapoa dura
Copiapoa dura

Per quanto riguarda il substrato di coltivazione, crescono bene in terra di campo argillosa e inerti, ma so di diversi coltivatori che con queste piante usano quarzite e granito (sia in polvere che in pezzetti), nel tentativo di ricostruire i suoli d’origine. In passato ho fatto anche qualche esperimento con terricci a base di marna (in percentuali non superiori al 50%) e inerti e devo dire che i risultati sono stati buoni: la crescita rallenta ulteriormente ma la produzione di cera sembra maggiore rispetto ad esemplari coltivati in altri terricci.

Quel che è certo è che la pruina prodotta dagli esemplari in coltivazione difficilmente raggiungerà lo spessore di quella prodotta dagli esemplari in natura. E’ davvero difficile riprodurre in vaso l’aspetto che una Copiapoa cinerea ha in habitat, la colorazione, lo spessore dello strato di cera. Anche per questo, purtroppo, queste piante sono state oggetto (e lo sono tuttora) di commercio illegale con prelievi in habitat.
Di certo alla produzione della caratteristica cera contribuiscono anche l’aria e l’insolazione, che deve essere abbondante anche se non necessariamente diretta, poiché in natura la nebbia che le avvolge scherma i raggi del sole per diverse ore. Diversi esperti consigliano di abituare molto gradualmente queste piante al sole primaverile, che si intensifica man mano con i mesi. Ho notate anche io che le Copiapoa possono scottarsi più facilmente di altre cactacee se esposte ai raggi diretti del sole senza abituarle poco alla volta. Durante i mesi estivi, da luglio a tutto agosto, inoltre, è bene ombreggiarle leggermente per far sì che le temperature non siano cocenti, dal momento che queste piante tollerano il caldo meno bene rispetto, ad esempio, a Ferocactus ed Echinocactus.

Copiapoa laui
Copiapoa laui

Nessun particolare problema, al contrario, con le basse temperature: le Copiapoa resistono bene con minime attorno a zero gradi e punte vicine a -3. In alcuni casi le mie piante sono andate a -9, ma si è trattato di poche ore durante la notte. Non sono però piante “cold hardy”, ossia resistenti al gelo, come alcuni Echinocereus, molte Opuntia, Pediocactus e Sclerocactus: meglio non tenerle all’esterno durante l’inverno e garantir loro temperature minime attorno allo zero (ancor meglio qualche grado in più).

La semina non presenta problemi, a patto di accettare i lentissimi ritmi di crescita, in particolare di alcune specie, come la già citata cinerea. Oltre a quest’ultima, ho seminato C. vallenarensis, C. marginata, C. barquitensis, C. hypogaea e non ho rilevato esigenze particolari rispetto alle altre cactacee.

Copiapoa hypogaea
Copiapoa hypogaea

Le varie specie di Copiapoa possono essere molto diverse tra di loro. Si passa da piante solitarie e globose (o brevicilindriche), con forti spine come C. cinerea, C. gigantea, C. echinoides, C. dura, C. coquimbana, a specie accestite con spine sottili e corte, come C. hypogaea, C. laui, C. humilis e C. tenuissima. Alcune assumono un portamento colonnare a pochi anni dalla semina, mentre altre rimangono globose per parecchi anni.
Le radici possono essere fasciculate, come nel caso delle cinerea, oppure a fittone, come nel caso di C. rupestris e C. hypogaea.

 

Elenco completo dei generi