Generi dalla G alla L

Geohintonia
Geohintonia mexicana in fiore
Geohintonia mexicana in fiore

In fatto di cactus è una delle “ultime scoperte”. Sì, perché la Geohintonia è stata individuata solo nel 1991. Questa pianta fu scoperta nello stato messicano del Nuevo Leon da George Hinton e denominata Geohintonia in suo onore, insieme ad Aztekium hintonii (anche questa da lui scoperta).

Se ne conosce una sola specie: G. mexicana. Secondo l’ipotesi formulata da Robert Wallace, riportata da Anderson in “The Cactus Family”, la Geohintonia potrebbe derivare da un antico ibrido passato attraverso Aztekium hintonii.

Sia come sia, si tratta di una pianta molto affascinante, di piccole dimensioni (gli esemplari adulti arrivano a 10 centimetri), di forma globosa, solitaria (anche se ne ho una che ha cominciato a pollonare da alcuni anni) e con marcate coste che attraversano tutto il fusto. Le coste possono arrivare fino a venti negli esemplari adulti, sono punteggiate da rade e caduche spine molto corte, e il fusto ha una splendida colorazione grigio/azzurro.
In natura queste piante crescono su colline e scarpate di gesso, materiale che è dunque caldamente consigliato per il substrato di coltivazione. In habitat se ne possono osservare esemplari crescere direttamente da depositi di gesso, come accade per Aztekium hintonii.

I fiori spuntano all’apice e sono color magenta, non molto grossi ma molto vistosi e parecchio simili a quelli di A. hintonii. La radice è allungata, non proprio a fittone, ma appena sotto il fusto si sviluppa in lunghezza prima di ramificarsi, ragione per la quale con queste piante tornano utili vasi piuttosto profondi.

Geohintonia, una mia semina
Geohintonia, una mia semina

In coltivazione non è una pianta difficile, ma la crescita è estremamente lenta. Ne ho alcuni esemplari, solo due dei quali per ora mi hanno fiorito. Credo abbiano non meno di una decina di anni. Altre piante le ho ottenute da semina: crescono con una lentezza esasperante ma non sono particolarmente delicate nemmeno nella fase di semenzale, a quanto ho potuto osservare.
Tengo le piante adulte in una composta a base di terra di campo, pomice, ghiaia, poco o niente organico e gesso nella misura del 20%. Crescendo al loro ritmo riescono a sviluppare la giusta colorazione, mentre se innestate o comunque “spinte” rimangono di un verde brillante e innaturale.

Annaffio da fine marzo a fine settembre, per tenerle in asciutta totale nel periodo invernale. Nessun problema con il freddo: in inverno le mie piante stanno regolarmente a minime attorno allo zero con picchi di -7. Le tengo in serra e do loro massima luce ma senza esporle al sole diretto.

Gymnocalycium
Gymnocalycium oenanthemum
Gymnocalycium oenanthemum

I primi anni li snobbavo. Li consideravo piante semplici e fin troppo comuni. Quando ho scoperto, anni fa, che ne esistono specie con spine cattivissime me ne sono innamorato. Non a caso, oggi credo che quello dei Gymnocalycium sia il genere più rappresentato, quantitativamente, nella mia serra.

Sono piante originarie del Sudamerica, dalla Bolivia all’Argentina, annota Lodi; dall’est delle Ande, gli fa eco Anderson. Tendenzialmente sono cactus di piccole o medie dimensioni, fatta eccezione per il saglionis. Sono facili da coltivare (per questo nei libri li si consiglia a chi inizia ad avvicinarsi alle cactaceae) e parecchio generosi: considerando le varie specie nel loro complesso, fioriscono in abbondanza dalla primavera fino all’autunno.

Gymnocalycium spegazzinii
Gymnocalycium spegazzinii

Vivono in terreni meno poveri rispetto a quelli in cui prosperano altri generi e spesso condividono lo spazio con piante non succulente, le cui foglie li riparano dal sole diretto. Per queste ragioni per i Gymnocalycium si consiglia, correttamente, un terriccio un po’ più ricco in frazione organica e un’esposizione non eccessivamente violenta.
Durante i primi tempi li tenevo nella classica composta con torba, lapillo e pomice in parti uguali, ma nel corso degli anni ho sperimentato diversi substrati. Da qualche anno per questo genere uso prevalentemente una composta con terra di campo e torba in parti uguali (entrambe al 20%), ghiaia di fiume e pomice. Recentemente ho provato ad abbassare la quantità di pomice di un 10% sostituendola con pelite e i risultati mi sembrano buoni.
In alcuni casi, per i Gymno con spine particolarmente robuste, abbasso la percentuale di organico e al posto della torba uso humus di lombrico. Alcuni esemplari li ho in terra di campo e inerti, altri ancora in terra di campo, ghiaia e humus in parti uguali. Crescono tutti senza problemi mantenendo la forma sferica e spine robuste.

Gymnocalycium bruchii
Gymnocalycium bruchii

Li tengo in serra, senza ombreggiatura (basta il telo del tetto), ma ho fatto diversi test anche sul versante esposizione, mettendo in pieno sole, dalle 8 alle 19, qualche cardenasianum, spegazzinii, nidulans, guanchinense. In effetti in pieno sole tendono a rallentare la crescita e qualcuno si è decolorato, senza tuttavia scottarsi (a patto di abituarli gradualmente).

Si sente dire che vogliono molta più acqua rispetto ad altre cactaceae. Credo sia vero fino a un certo punto. Di sicuro sono piante che nella stagione vegetativa bevono parecchio, ma anche tenendoli con lo stesso regime di tutti gli altri generi ho visto che non hanno problemi. C’è anche chi dice che andrebbero bagnati un po’ anche in autunno, per evitare che si sgonfino eccessivamente e che le piante si stressino. Non sono di questa idea: a fine settembre, inizi ottobre, sospendo le annaffiature per tutte le mie cactaceae e i gymno sono sì i primi a sgonfiarsi, ma alla ripresa non hanno mai dato problemi. In molti casi, l’asciutta combinata con il freddo (sono arrivati a punte di -7 gradi) li arrossa ben più di quanto non accada con altri generi. Ma anche l’arrossamento scompare dopo le prime annaffiature.

Gymnocalycium cardenasianum
Gymnocalycium cardenasianum

Tra le specie che preferisco, e che ho propagato maggiormente, i già citati spegazzinii, cardenasianum (specie nella versione armatum che si è molto diffusa recentemente), nidulans, guanchinense, poi castellanosii (soprattutto la varietà bozsingianum), eurypleurum, ferox.
Se il genere piace, la ricerca può essere infinita: le specie sono parecchie, ma considerando forme e varietà (tra gli spegazzinii c’è da perdersi, ad esempio) il campo è davvero sterminato.

 

Leuchtenbergia

La Leuchtenbergia è una pianta decisamente curiosa. Il genere conta solo la specie principis. Coltivato in Europa attorno al 1840, questo cactus, nel nome, omaggia Eugène Beuharnais, duca di Leuchtenberg, comune tedesco nel land della Baviera, e figliastro di Napoleone Bonaparte.
La pianta è molto particolare perché ricorda poco i cactus e molto le agavi. Inoltre presenta forti affinità dal punto di vista genetico con il genere Ferocactus, con il quale, esteticamente, ha ben poco a che vedere. Non è un caso se esiste un comune incrocio tra Leuchtenbergia e Ferocactus chiamato Ferobergia.

Leuchtenbergia principis
Leuchtenbergia principis

Il fusto, alto fino a una trentina di centimetri e largo fino a 70 negli esemplari più vecchi e accestiti, ha tubercoli molto spessi e allungati (anche 12 centimetri), che terminano con una serie di deboli spine radiali e con una lunga spina centrale (può arrivare a 15 centimetri). Nelle piante adulte i tubercoli vecchi, alla base, seccano del tutto fino a staccarsi. Tutte le spine sono a consistenza cartacea, fragili e sottili. La radice è molto sviluppata e carnosa, quasi fittonante, ragione per la quale con queste piante sono indicati vasi profondi.

Leuchtenbergia principis cresce nel deserto messicano di Chihuahua e non è facile da individuare se non quando è in fiore, per via del mimetismo che il suo aspetto le assicura. Crescendo, infatti, i tubercoli ingialliscono dalla base fino a metà del fusto, conferendo alla pianta l’aspetto di un cespuglio vagamente rinsecchito.

Fiorisce in tarda estate, alla volta di metà agosto, inizi di settembre. Il fiore sboccia all’apice, tra i tubercoli centrali ed è a corolla larga e di colore giallo acceso. Può richiedere parecchi giorni per formarsi del tutto e aprirsi completamente.

Leuchtenbergia principis, il fiore
Leuchtenbergia principis, il fiore

La coltivazione non è affatto difficile: occorre un terriccio drenante (io uso una miscela a base di terra di campo e inerti, alla quale in alcuni casi ho aggiunto un 20% di marna), molta luce se non sole diretto, e annaffiature regolari nella stagione di crescita. Asciutta totale da fine settembre a fine marzo. Durante l’inverno le temperature non sono un problema: questa pianta regge tranquillamente minime sotto lo zero (se il terriccio è ben asciutto), solo che anche il freddo contribuisce all’arrossamento e al successivo ingiallimento dei tubercoli.

Molto semplice è anche la semina. I semi sono piuttosto grossi, neri, e hanno buoni tassi di germinabilità. Le plantule non richiedono particolari attenzioni e se seminate a calore naturale alla volta di marzo/aprile, per il loro primo inverno saranno sufficientemente sviluppate e robuste da poter affrontare il primo l’asciutta per diversi mesi. I tubercoli delle piante giovani hanno una colorazione tendente all’azzurro, ma col tempo virano al verde e quelli alla base seccano presto.

Lobivia
Lobivia wrightiana v. winteriana
Lobivia wrightiana v. winteriana

Piante di piccole o medie dimensioni, con spine che, a seconda della specie, possono essere corte e sottili (es. L. famatimensis e L. wrightiana) oppure lunghe e robuste, come nella L. ferox e nella L. pentlandii. Le Lobivia sono piante poco esigenti, molto robuste e adattabili e per queste ragioni sono perfette per chi comincia ad appassionarsi alla coltivazione dei cactus e vuole qualche esemplare facile da tenere.

Il nome del genere è un anagramma della parola “Bolivia”, ossia il nome di uno degli stati in cui crescono, insieme a Perù, Argentina e Cile del nord. Il genere è stato inizialmente classificato da Britton e Rose, ma se molti autori continuano a considerare quello delle Lobivia un genere a sé stante, altri (ad es. Anderson) fanno confluire queste piante, così come quelle di altri generi come Pseudolobivia, Soehrensia, Trichocereus, Acanthocalycium, sotto l’ampio genere denominato Echinopsis. Sebbene mi piacciano le semplificazioni, personalmente trovo ancora comodo mantenere la distinzione tra Echinopsis e Lobivia. E se è innegabile che le piante appartenenti a questi due generi presentano notevoli affinità, è pur vero, tuttavia, che significative differenze si possono notare nella fioritura. Le Lobivia producono un fiore a tubo (o a “tromba”) di media lunghezza (7/8 centimetri circa; qualcuna anche di più), mentre nelle Echinopsis lo stelo del fiore è decisamente lungo e la corolla solitamente più ampia. La grande differenza sta però nel fatto che le Echinopsis sono a fioritura notturna, mentre le Lobivia mantengono i fiori aperti per tutto il giorno e li aprono nella tarda mattinata e non nelle ore notturne.

Lobivia boliviensis
Lobivia boliviensis

Al di là delle questioni tassonomiche, le Lobivia, così come le Echinopsis, sono piante di facile coltivazione: sono sufficienti un terriccio drenante, molta luce e il riposo invernale. Di solito per le Lobivia uso un substrato a base di terra di campo, inerti e un 10% di organico (torba o humus di lombrico), ma ho visto che crescono più che bene anche nel tradizionale mix a base di lapillo, pomice e torba in parti uguali. Sono piante abituate a una forte insolazione, dunque è bene dar loro il massimo della luce, meglio ancora il sole diretto. Questo contribuirà a far mantenere compatto il fusto e, nelle specie dotate di forti spine, a mantenere il giusto spessore di queste ultime. Durante la stagione vegetativa vanno bagnate abbondantemente ogni volta che il terriccio è asciutto, mentre d’inverno vanno tenute al freddo e completamente in asciutta. Solo così le piante potranno riposare, recuperare le energie e produrre abbondanti fioriture l’anno successivo. Da quello che ho potuto sperimentare sono piante rustiche e tollerano bene il freddo, anche alcuni gradi sotto lo zero, se tenute asciutte.

Lobivia ferox
Lobivia ferox

Molto semplice è pure la semina, che non richiede accorgimenti particolari rispetto ad altri generi. Inoltre, i tassi di germinabilità in generale mi sembrano più che buoni. Ho seminato L. ferox e L. boliviensis ed ha germinato la maggior parte dei semi. Le plantule sono cresciute piuttosto rapidamente già dal primo anno e hanno cominciato a caratterizzarsi a partire dal secondo. La boliviensis ha cominciato a fiorire a partire dal quarto anno d’età.

Le specie interessanti sono parecchie, a partire dalla citata L. ferox, una pianta estremamente variabile nella spinagione a seconda dell’areale di provenienza. Può avere spine dritte e acuminate o, più spesso, spine centrali uncinate o leggermente ricurve, sempre lunghe e robuste. Altre specie interessanti, soprattutto per le spine, sono Lobivia aurea (anche questa molto variabile), L. boliviensis, L. pentlandii, L. leucantha.

Lobivia arachnacantha hybrid
Lobivia arachnacantha hybrid

Tra le Lobivia a spina corta e sottile, L. famatimensis, una delle più interessanti di tutto il genere, soprattutto per il bellissimo fiore dalla colorazione intensa che varia dal giallo oro all’arancio. L. famatimensis rappresenta una discreta sfida per il coltivatore, vista la tendenza di questa pianta ad allungarsi perdendo la compattezza del fusto se non coltivata correttamente.

Sempre a spina sottile c’è poi L. wrightiana, dalle abbondanti fioriture dal colore tra il rosa carico e il violetto. Infine, a spina corta ma più robusta rispetto a L. famatimensis e L. wrightiana, Lobivia cinnabarina, pianta dal portamento schiacciato, spesso accestente e con fioriture molto vistose: il fiore è infatti molto grande e di colore rosso intenso.

 

Elenco completo dei generi