Terra, terriccio, composta, mix: in altre parole, il substrato per cactus e succulente

Mammillaria pectinifera

Sarò tranchant, ma voglio sgombrare subito il campo da equivoci e falsi miti: la terra giusta per i cactus non esiste. Esistono tanti tipi di terricci (o composte, substrati, miscele, la questione non cambia) e ci sono generi che prediligono determinate sostanze e altri che ne richiedono altre ancora.

Premessa

Stabilito questo e depennata una delle prime Faq (Frequently Asked Questions) del cactofilo alle prime armi – «Quale è la terra migliore per i miei cactus? – si può dire semmai che da una parte ci sono le caratteristiche che un buon terriccio per cactus deve necessariamente avere; dall’altra le esigenze delle singole piante.

Mammillaria hahniana una mia semina
Mammillaria hahniana, una mia semina in terra di campo e inerti

In origine la questione era semplice e la relativa risposta ce la dava il buon Giuseppe Lodi, che, non senza aver osservato “i mozziconi di radici di certe importazioni” e aver notato come questi fossero “incrostati di terra argillosa”, suggeriva un “terriccio base” decisamente “naturale” e versatile: “Si può partire da una miscela di terra comune argillosa (di campo o di giardino), sabbia grossolana e terriccio di foglie, in parti uguali. Di questi tre componenti nessuno può bastare, da solo”.

Salvo forse per la difficile reperibilità del terriccio di foglie (attenzione ad andare per boschi e uscire con sacchi di fogliame decomposto: ci sono multe per prelievi di questo tipo), la ricetta fornita dal pioniere italiano nella coltivazione di cactus e piante grasse era più che sensata, oltre che sperimentata. Al limite, considerata la difficoltà di reperimento del terriccio di foglie (Lodi consigliava foglie di faggio o castagno), che oltretutto deve essere ben decomposto (e anche in questo caso può contenere funghi e batteri pericolosi per le piante), si può sostituire questo elemento con della torba di buona qualità, setacciata fine e privata di grumi e filamenti.

Peccato che nel corso degli anni ci si è un po’ persi per strada, accantonando i consigli del Lodi per puntare tutto su quello che per molti è ancora il substrato standard a base di torba, lapillo e pomice in parti uguali. Standard al punto da andare bene per qualsiasi genere e specie di succulenta.

Ferocactus chrysacanthus
Ferocactus chrysacanthus, una mia semina in terra di campo e marna

TERRA ARGILLOSA – Negli ultimi tempi parecchi coltivatori hanno sperimentato un po’ di tutto, in molti casi tornando, per certi versi, al suggerimento iniziale. Tornando alla terra, in sostanza. D’altra parte, perché non partire da qui, visto che la maggior parte dei cactus, in natura, affonda le sue radici in comune terra di campo argillosa e inerti? Certo c’è terra e terra e sarà dura che quella di un campo della Pianura Padana abbia la stessa composizione di quella, per esempio, di un areale dell’Arizona in cui prosperano quegli splendidi Ferocactus. Però, già col dire terra argillosa (possibilmente leggermente calcarea; basta fare un test del pH con i classici “foglietti”) si restringe un poco il campo. Con qualche esperimento con terre provenienti da zone diverse, poi, ci si può rendere conto se quella che abbiamo per le mani è idonea o meno.

I NUTRIENTI – Le altre due componenti indicate da Lodi ci forniscono altre indicazioni preziose: il terriccio di foglie (o, saltando ai giorni nostri, la torba di buona qualità) è ricco di sostanze nutrienti per le piante e rappresenta la componente organica del substrato, mentre la sabbia grossolana, inerte quasi puro, rappresenta l’elemento drenante.
Qui il cerchio si chiude. Se ci pensiamo, i tre elementi indicati, miscelati tra di loro portano a un substrato che sarà inevitabilmente sciolto, drenante e arricchito da una buona dose di nutrienti. Avrà, in altre parole, le caratteristiche fondamentali per le xerofile (piante che si sono adattate ad ambienti aridi).

Grazie alla terra argillosa e alla sabbia grossolana, inoltre, il substrato tenderà ad asciugare rapidamente, imitando ciò che avviene in habitat, dove a piogge anche torrenziali seguono periodi più o meno lunghi di siccità, durante i quali la terra asciuga completamente, fino a produrre le classiche fratture a ragnatela.

Se volete approfondire il tema dei nutrienti (fertilizzazione), a questo link trovate un articolo specifico.

Il mix “tradizionale”
Miscela standard (pomice lapillo torba)
Il classico mix torba, lapillo, pomice

Perché ostinarsi con la triade torba/lapillo/pomice in parti uguali allora? Perché si tratta di materiali facilmente reperibili, poco costosi, spinti da convinzioni ormai radicate (perdonate il gioco di parole) nella testa di tanti appassionati. Si dice: i cactus temono l’acqua (altra convinzione sulla quale si è ricamato erroneamente a dismisura), quindi poca torba, che trattiene l’umido, e tanti inerti. Che poi, pomice e lapillo, in senso stretto, non sono del tutto inerti (la pomice, ad esempio, contiene diversi elementi tra i quali silice, ferro, manganese) e, per via della struttura porosa, assorbono e trattengono l’acqua. In questo la pomice è ottima perché la rilascia un po’ alla volta, mentre il lapillo viaggia su tempi decisamente più lunghi e in prospettiva può rivelarsi pericoloso.

Intendiamoci: il terriccio “standard” a base di torba/lapillo/pomice non è sbagliato, se accompagnato ad una coltivazione “sensata” in termini di luce, annaffiature, fertilizzazioni, ecc. Il problema è che con il suo 30 e passa percento di torba trattiene a lungo l’umidità rispetto a substrati più poveri, e contribuisce a spingere la crescita delle piante, che in natura, anche in virtù del diverso substrato, hanno ritmi più lenti.
Dal momento che cerco di far sì che le mie piante somiglino per quanto possibile a quelle di habitat, prediligo altri terricci, confinando l’utilizzo di quello “standard” a piante giovani che voglio far crescere un po’ più rapidamente almeno durante i primi due/tre anni.

Per imparare a conoscere i vari materiali come torba, marna, lapillo ecc., potete consultare l’articolo specifico a questo link.

Il mio substrato base
Composta con terra di campo e inerti
Composta con terra di campo e inerti

Con gli anni, con i consigli di amici coltivatori e attraverso la sperimentazione su più esemplari da stessa semina, sono arrivato a un substrato che miscela elementi “naturali” con elementi non presenti in habitat. Lo uso per la maggior parte delle mie cactacee: è sciolto, drenante e sufficientemente nutriente. Non forza la crescita e asciuga in pochissimo tempo. La ricetta?

– 20% terra di campo argillosa calcarea (con una parte di sabbia fine)
– 10% torba bionda setacciata fine (in alternativa ho usato humus di lombrico)
– 40% pomice (da 3 a 6 millimetri)
– 30% ghiaia di fiume (a volte con una parte di quarzite)

E’ un substrato che raccoglie i suggerimenti di Lodi pur adattandoli: c’è la terra di campo, c’è la torba (poca) per la parte organica e c’è l’inerte, ossia la ghiaia di fiume.
Questo è il mio terriccio standard: lo uso per generi come Echinocactus, Ferocactus, Mammillaria, Astrophytum, Parodia, Opuntia, Tephrocactus, Thelocactus, AncistrocactusEchinocereusNeoporteria, Escobaria, Coryphantha e tanti altri.

La marna
Marna in natura
Una scarpata di marna in Emilia Romagna

Poi c’è il capitolo marna. Non entro qui nel dettaglio (lo farò in un altro post), ma questa componente, anch’essa di origine argillosa, da diversi anni continua a incuriosire parecchi appassionati (merito delle ricerche e delle piante di Andrea Cattabriga, anzitutto), sollevando al tempo stesso critiche da altri coltivatori.
Personalmente la trovo adattissima per molti generi, soprattutto quelli con radice a fittone, come Ariocarpus, o a crescita lenta, come Pelecyphora, alcune “Mammillaria bianche”, alcuni Turbinicarpus, Epithelantha, ecc. La marna tende a rallentare la crescita, da quello che ho potuto verificare, e per questo è ottima per mantenere compatta la forma di cactaceae globose. L’ho sperimentata in diverse percentuali e ho visto che su determinate specie e su piante giovani, se usata in alte dosi (oltre il 50%) rallenta eccessivamente lo sviluppo.
Il compromesso al quale sono arrivato è questo:

– 50% marna
– 10% torba bionda setacciata fine
– 20% pomice
– 20% ghiaia di fiume

Substrati più ricchi
Aztekium ritteri
Aztekium ritteri in marna, gesso, terra di campo e inerti

Per alcuni generi di cactacee uso terricci più mirati, cercando di assecondare le esigenze delle piante. Per conoscere le varie esigenze dei nostri cactus è necessario documentarsi su testi o siti internet affidabili, oppure confrontarsi con altri appassionati, anche se a farla da padrone è come sempre l’esperienza.

I Gymnocalycium, giusto per fare un esempio, generalmente vogliono terra più ricca (anche se ne ho parecchi nel mio terriccio standard e vanno benone). Per questo genere, così come per le Parodia/Notocactus, uso una variante della mia composta standard, alla quale, di fatto, aumento la percentuale di torba:

– 20% terra di campo argillosa (con sabbia)
– 20% torba bionda (acida) o humus di lombrico
– 30% pomice
– 30% ghiaia di fiume

Su diverse semine di Echinocactus, Ferocactus, Gymnocalycium, Mammillaria, Thelocactus, ho provato anche un terriccio molto semplice, ispirato ancora dal Lodi: humus di lombrico, ghiaia di fiume, terra di campo in parti uguali. Lo sto usando da un paio di anni e per ora sembra dare buoni risultati.

Terricci per succulente

Per Agavi, Aloe e piante succulente a foglia come Crassula ed Echeveria, uso un terriccio abbastanza ricco:

– 30% di terra di campo
– 20% torba
– 50% inerti vari (a seconda di quello che ho a disposizione)

Nel corso degli anni ho potuto constatare che questo tipo di mix soddisfa le esigenze di piante succulente non cactacee, favorendone la crescita e trattenendo l’umidità un po’ più a lungo rispetto ai terricci che uso per i cactus.

Mix con gesso
Epithelantha micromeris in gesso
Epithelantha micromeris con uno strato superficiale di gesso per testare i risultati

Per le piante che in natura vivono su gesso (Aztekium, GeohintoniaTurbinicarpus hoferi e lophophoroides, ad esempio) da qualche anno uso questo mix:

– 40% marna
– 20% gesso agricolo
– 20% pomice
– 20% ghiaia di fiume

Anche questo tipo di mix, se utilizzato con le piante giuste, dà ottimi risultati in termini di crescita equilibrata, drenaggio e spinagione.

Marna e terra di campo

Infine, per alcune piante come Copiapoa, Turbinicarpus, Thelocactus Epithelantha, ho sperimentato anche una via di mezzo tra marna e terriccio standard. Ho provato insomma a ridurre il rallentamento dato dalla marna miscelandola con terra di campo argillosa:

– 20% marna
– 20% terra di campo argillosa (con sabbia fine)
– 10% torba bionda setacciata
– 20% pomice
– 30% ghiaino di varia pezzatura

Osservare le reazioni delle piante

Le possibilità, considerati i “materiali” e gli elementi che abbiamo a disposizione (alcuni facili da reperire, altri meno, ma tant’è) sono infinite. Anche in questo caso, dal mio punto di vista, vale la regola dell’osservazione diretta su esemplari ottenuti dalla stessa semina per testare le differenze nella crescita.

cactus strato superficiale terriccio
Qui lo strato superficiale è a base di ghiaia e pezzetti di roccia

Per chi se lo chiedesse dopo aver visto qualche foto su questo sito: normalmente, una volta invasata la pianta, metto uno strato superficiale dello spessore di un centimetro circa in cima alla composta. Per lo strato superficiale uso, a seconda del gusto (senza alcuna pretesa di riprodurre esteticamente l’habitat), argilla pura, argilla mischiata a sabbia, argilla con quarzite, marna in purezza, marna e quarzite. Altre volte lascio semplicemente a vista la composta.

Substrato e corretta crescita

Infine, non dimentichiamo che il substrato, al pari di altri elementi come l’esposizione, le fertilizzazioni e il regime di irrigazioni, influenza notevolmente lo sviluppo delle piante, a partire dalla robustezza delle spine. Un piccolo esempio concreto di sperimentazione sul substrato per ottenere spine più forti lo trovate a questo link.

Qui invece trovate un esempio di rinvaso mirato, ossia piante da identica semina rinvasate in terricci diversi per valutare l’influenza del substrato sulla crescita.

16 pensieri riguardo “Terra, terriccio, composta, mix: in altre parole, il substrato per cactus e succulente”

    1. Con la sperimentazione ne crollano a tonnellate di “assiomi” dati per tali nel corso degli anni… 🙂

  1. Ciao e tantissimi complimenti per il blog! 🙂

    Ho due domande: 1) dove consiglieresti di acquistare i vari tipi di terra per le composizioni che indichi?
    2) che cosa intendi con “inerti” ?

    1. Ciao, dei vari materiali con cui realizzo i miei substrati ho scritto qui: https://www.ilfioretralespine.it/2017/11/27/materiali-per-cactus/
      Come ho scritto, io la terra me la procuro da alcuni campi non coltivati e da campi coltivati ma da agricoltori che non fanno largo uso di pesticidi e prodotti chimici.
      Per inerte si intende un materiale che non rilascia sostanze nel terriccio. In realtà di totalmente inerte – come sostengono molti – non esiste niente, perché praticamente ogni materiale rilascia qualche sostanza in esso contenuta, però diciamo che materiali come la ghiaia e la quarzite presentano un rilascio di sostanze trascurabile. Per “inerti” in senso lato, nella coltivazione dei cactus, si intendono materiali come pomice, lapillo, ghiaia, quarzite ecc. Trovi la loro descrizione nel link che ti ho incollato sopra – link che è contenuto anche in questo articolo: quando vedi qualcosa scritto in verde, passaci su con il cursore, così vedi se è un rimando 😉
      Gli inerti come la ghiaia e la sabbia me li procuro dai rivenditori di edilizia a costo zero o vicino allo zero, la pomice e il lapillo si trovano da rivenditori online.
      Grazie per i complimenti!

      1. Ciao, ho scoperto il tuo blog da poco e lo sto bevendo. Ho letto che usi la terra di campo, ma prima di rinvasare le piante la sterilizzi? Sarà che io abito in città e di campi attorno a me non ce ne sono molti, e quelli che ci sono non hanno scopi come dire, convenzionali, ma non possono esserci escrementi di roditore? Boh, volevo approfittare di una gita fuori porta e chiederne un po’ ma sto pensiero mi frena, sarà che ho due bambine in casa… vabbè sono aperta anche a sentirmi dare della paranoica ma fughiamo i miei dubbi, perché son pronta a sperimentare

        1. Ciao, io non sterilizzo la terra di campo. Si tratta di argilla pulita, senza neanche sassi, che trovo da un amico che ha un’attività di movimento terra e che la vende anche ai vivai. E’ terra proveniente dai nostri campi e non mi è mai capitato di trovare impurità. Per i batteri normalmente presenti nella terra di campo non ci sono problemi perché sono batteri che non danneggiano le piante, anzi, sono utili all’equilibrio del substrato. Purtroppo non si può far altro che sperimentare con quella che si ha a disposizione e vedere come reagiscono le piante. In alternativa puoi cercare la terra che si usa per gli orti, che è simile, argillosa, ma tendenzialmente un po’ più “grassa”, cioè ricca di elementi nutritivi.

  2. Congratulazioni per l’articolo! Personalmente sono partito da miscele di “terra sfruttata” e sabbia di fiume. Poi ho sostituito la sabbia con la pozzolana rossa. Adesso uso mix inerti (soprattutto lapillo), “terra sfruttata” e pozzolana rossa. Ho osservato un generale miglioramento ma non ho un approccio scientifico e rinvaso raramente per mancanza di spazio. Gradirei qualche parola sulla pozzolana che rossa o grigia si usa nel lazio in edilizia. Grazie, cordialmente, Fabio

    1. Ciao Fabio, grazie per i complimenti. La pozzolana, o lapillo, è un materiale che ho usato in abbondanza in passato, ma che non uso più se non nelle composte “tradizionali” (lapillo, pomice e torba in parti uguali) che riservo solo a piante giovani che voglio far crescere un po’ più velocemente. Negli anni ho verificato che il lapillo tende ad asciugare in tempi più lunghi rispetto alla pomice. In altre parole trattiene l’acqua a lungo e se combinato con torba in percentuali significative rischia di mantenere il substrato umido per parecchi giorni. Molto meglio la pomice, che assorbe l’umidità “a spugna” come il lapillo ma la cede più velocemente permettendo alla pianta di dissetarsi per qualche giorno e facendole sviluppare più radici capillari. Allo stesso modo, il lapillo che si usa spesso attorno al colletto della pianta per ragioni pratiche ed estetiche rimane bagnato a lungo, per quanto ho potuto verificare, e porta la pianta a macchiarsi alla base. Meglio usare ghiaietto, che non assorbe ed è pratico quanto il lapillo dal punto di vista della funzionalità, perché quando si annaffia impedisce al terriccio di schizzare dappertutto… 🙂

        1. Non so se siano la stessa identica cosa ma sono usati in genere come sinonimi. Insieme a pomice e tufo sono comunque materiali di origine effusiva, vulcanica. Ognuno ha le sue caratteristiche e anche di lapillo ne esistono diverse tipologie (e di diversi colori). L’unica è sperimentare direttamente con la coltivazione. Io sono arrivato a decidere di non usare il lapillo proprio osservando i terricci e vedendo che quelli con pomice e senza lapillo asciugavano prima e che le piante in pomice (e torba) sviluppano capillari in abbondanza rispetto a quelle coltivate in lapillo e torba… Per le stesse ragioni ho deciso di abbassare al 10%, massimo 20% i quantitativi di torba nei miei substrati e di preferire la terra di campo, che asciuga prima ed è meno organica.

        2. Ciao mi chiamo Claudio e ti assicuro che NON sono la stessa cosa:la pozzolana è uno dei 4 elementi per formare il cemento ed ha tempi di asciugatura molto lenti, al contrario il lapillo,essendo di origine vulcanica ha tempistiche brevi di asciugatura;la differenza ben più importante è che con la pozzolana,una 🏠 progettata antisismica regge i movimenti tellurici,mentre con il lapillo vulcanico no.
          Complimenti per il sito!!!

          1. Grazie mille, precisazione molto importante e dettagliata la tua! Grazie anche per i complimenti 🙂

  3. Ciao, i miei complimenti per il sito fatto molto bene e che parla di esperienze dirette interessantissime. Volevo chiederti quando parli di ghiaia di fiume, a che pezzatura ti riferisci ? Mi pare che tu ti rifornisca non al fiume, ma alle rivendite di materiale edile. In queste rivendite si trova ghiaia tonda o spaccata, ma quella con pezzatura credo più idonea credo sia da 3 – 6 mm, il cosiddetto “spaccatello” che si usa da sottofondo per gli autobloccanti. Naturalmente, questo ghiaietto può essere calcareo o meno a seconda del tipo di roccia da cui è stato ricavato.
    Mi piacere sapere il tuo parere su quanto sopra ed un consiglio al riguardo.
    Infine, per quanto riguarda la terra di campo, nella mia regione (la Romagna) è sempre molto argillosa e calcarea e tende a fare il cd. “tappo” nel vaso, impedendo il drenaggio dell’acqua e rimanendo umido a lungo.
    Che pensi ?
    Grazie e ciao.
    Alberto

    1. Ciao, grazie per i complimenti, mi fanno piacere… La pezzatura della ghiaia che uso io è al massimo 5/6 millimetri, è ghiaia di fiume tonda e smussata e non so se si usa come sottofondo per gli autobloccanti. Sicuramente non è da confondere con lo “stabilizzato” che si usa per realizzare vialetti e fondi in giardini e parchi. Lo stabilizzato è roccia calcarea, mentre la ghiaia di fiume non è calcarea, solitamente è silicea e non rilascia praticamente nulla nel substrato, serve solo da drenante. Per la terra di campo, anche la mia è quasi esclusivamente argillosa, per questo la allungo con sabbia fine (che ricavo dalla setacciatura della ghiaia di fiume). Metto 5 dosi di terra per 1 dose di sabbia fine: in questo modo la sabbia è comunque poca ma basta a sciogliere un po’ l’argilla rendendola meno compatta. Asciuga in pochi giorni ed è poco calcarea .

      1. ciao ! vorrei fare un commento sulla torba… se parliamo di torba raw material allora di fertilizzanti ce ne sono pochi.. se parliamo di torba nei pottting mix allora ce ne sono perché sono aggiunti e i potting mix sono un prodotto complesso. io non uso la torba perché anti ecologica. poi quando è asciutta non si puo piu bagnare. col 20 pc parliamo di poco materiale. infine io uso cocopeat che in mixes dà risultati eccellenti. per finire sul punto sollevato il suo mix funziona visto le foto ma da dove arrivano i fertilizzanti visto che la torba di sfagno è un amendante e non un fertlizzante come il coco peat del resto anche se si sa che i cactus non ne hanno veramente bisogno ogni settimana…
        antoine

        1. Ciao, il punto da cui partire è: che tipo di coltivazione vogliamo adottare per i cactus e quali risultati vogliamo ottenere? Se vogliamo piante che crescono in fretta, piante gonfie, grosse e pompate, allora va bene un qualsiasi terriccio universale con un po’ di inerti per renderlo drenante. Ma questo non è il regime di coltivazione che adotto io e, pertanto, non è un regime di coltivazione che tratto in questo sito. A me interessa avere piante sane, robuste e dall’aspetto il più possibile simile a quello che hanno in natura. Per questo con gli anni ho sperimentato vari tipi di substrato, informandomi anche su quale terreno hanno a disposizione i cactus in natura e confrontandomi con altri appassionati. In habitat le piante grasse vivono in terreni molto poveri, con bassissime quantità di azoto. Per questo scelgo materiali il più possibile naturali (e non mix preconfezionati), come terra di campo, ghiaia, marna. La torba, che uso in basse percentuali, è un materiale organico, contiene nutrienti ed è per questo che la aggiungo in piccole dosi al mix. Anche la terra di campo contiene nutrienti, così come la pomice (che contiene potassio, ad esempio). Il mix funziona, come si può vedere dalle foto, e contribuisce a far crescere piante sane, robuste e dall’aspetto naturale, con spine forti e spesse. Ovviamente, un paio di volte all’anno, aggiungo poco fertilizzante all’acqua, proprio per integrare gli elementi nutritivi che col tempo tendono a diminuire nella terra contenuta nei vasi. In sintesi: la torba non è un fertilizzante in senso stretto, ma contiene elementi nutritivi e in basse dosi questi sono sufficienti per una crescita equilibrata per almeno un anno. Negli anni seguenti bastano un paio di annaffiature all’anno. Non ho interesse ad avere piante come quelle che si vedono in garden e vivai generici, cresciute in fretta per essere vendute, ma piante dal portamento simile a quello che i cactus hanno nei loro luoghi di origine. 🙂

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