Quando il cactus “esplode” per la troppa acqua: come evitare le spaccature sul fusto

Copiapoa cinerea con spaccature sul fusto

Le piante succulente, e le cactacee in particolare, si sono evolute per accumulare riserve idriche e riuscire così ad affrontare lunghi periodi di siccità. Nei loro habitat naturali, i cactus sono soggetti a forti sbalzi di temperatura tra la notte e il giorno, ma anche ad un’alternanza tra periodi di totale siccità e periodi di grande disponibilità di acqua.

Nelle regioni subdesertiche degli Stati Uniti meridionali (California, Arizona, Texas, Nevada, ecc.), così come in Messico, nell’America centrale e nell’America latina (Cile e Argentina, ad esempio), durante la stagione vegetativa, corrispondente di fatto alla primavera e all’estate, le giornate calde e secche sono spesso interrotte bruscamente da violenti acquazzoni.

La mappa con la distribuzione dei cactus e delle succulente nel mondo.

Dalla polvere al fango in poche ore
Agave in Baja California
Un’agave disidratata che ho fotografato in Baja California (Messico)

In poche ore – l’ho constatato anche di persona in occasione di alcuni viaggi – il tempo può variare drasticamente e il sole può essere oscurato da grosse nubi in grado di scaricare in poche ore quantità di acqua davvero notevoli.  Altrettanto velocemente, dopo l’acquazzone il cielo torna a far spazio al sole  cocente e al caldo torrido tipico delle aree subdesertiche. Si passa insomma dalla polvere al fango e di nuovo alla polvere in una manciata di ore.

Va da sé che se tutta la vegetazione di queste zone si è evoluta in queste condizioni, le piante xerofile (ossia quelle che si sono adattate all’aridità, dunque le succulente) sono quelle che meglio hanno imparato a “rispondere” al clima di queste aree. Le succulente riescono infatti ad assorbire l’acqua molto velocemente, approfittando subito della grande disponibilità idrica, immagazzinandola nei fusti o nelle radici o, ancora, nelle foglie.

Questo permette alle succulente di affrontare anche la stagione di asciutta, corrispondente al nostro inverno, nel corso della quale possono trascorrere anche mesi senza che queste piante, che nel frattempo rallentano o bloccano del tutto la vegetazione, assorbano acqua.

La rapidità con la quale le succulente riescono ad assorbire acqua tramite le loro radici (in particolare quelle capillari, dotate di particolari peli assorbenti) si riverbera anche sulla fioritura. Molte cactacee possono infatti lavorare alla produzione dei fiori, attendendo la prima pioggia utile per farli rapidamente sbocciare in tutto il loro splendore. Per questo si parla di “deserti in fiore”: a molti fortunati viaggiatori è capitato di vedere aree apparentemente “morte” colorarsi di fiori e riprendere vita da un giorno all’altro, dopo un forte acquazzone.

L’avidità delle cactacee
Echinocereus knippelianus disidratato
Echinocereus knippelianus alla fine della stagione asciutta: il fusto è retratto nel terreno

La rapidità (e l’avidità) con la quale le cactacee assorbono l’acqua a disposizione porta però a un’altra conseguenza. Se le piante sono a secco da molto tempo, ad esempio perché stanno uscendo dalla stagione di stasi, possono presentare il fusto parecchio disidratato, sgonfio fino alla deformazione. Reidratandosi in fretta, il fusto può gonfiarsi moltissimo, fino a spaccarsi in uno o più punti.

Non è certo una regola, ma può capitare. Soprattutto in coltivazione, ad esempio se si annaffia abbondantemente subito dopo la lunga asciutta invernale e se si usa terriccio poco drenante. In questi casi – asciutta prolungata, terriccio che trattiene a lungo l’umidità e annaffiatura abbondante – può capitare che qualche pianta beva talmente velocemente e in quantità tale da far sì che il fusto si rigonfi completamente in poche ore. Tendendosi in modo non graduale, il fusto può quindi spaccarsi lungo le coste.

Quando e quanto annaffiare le succulente.

E’ capitato anche a me qualche volta alla ripresa primaverile, anche se uso terricci molto drenanti. Probabilmente in quei casi le piante avevano ripreso da tempo a vegetare e sono state in grado di assorbire subito tutta l’acqua che ho dato loro.

Se la fenditura del fusto non è necessariamente una ferita mortale per la pianta, dal punto di vista estetico rappresenta sicuramente un danno più o meno permanente a seconda dell’ampiezza della spaccatura stessa. Se lo “strappo” è superficiale, il danno estetico, così come il rischio di conseguenze sullo stato di salute della pianta, è contenuto. Se la spaccatura è profonda o se le fenditure sono più di una, c’è il rischio di perdere l’esemplare. 

Non tanto per la fenditura in sé, che la pianta è in grado di riparare, quanto per la possibilità che dai tessuti interni, esposti all’aria dalla rottura del fusto, possa innescarsi il marciume. Allo stesso modo, con la rottura del fusto, i tessuti interni risultano esposti al contatto con eventuali batteri e spore presenti nell’aria, che a loro volta possono innescare patologie fungine.

Cosa fare se il fusto si spacca
Thelocactus bicolor spaccato
Thelocactus bicolor: la spaccatura risale a un anno prima

Quindi, come evitare di perdere esemplari a causa della loro stessa “sete”? Anzitutto riprendendo gradualmente le annaffiature. All’arrivo della primavera, nelle belle giornate, si può cominciare a nebulizzare i fusti con una certa frequenza, per aumentare gradualmente il tasso di umidità ambientale. La prima annaffiatura vera e propria, poi, dovrà essere moderata: non dobbiamo bagnare solo la superficie del terriccio perché la pianta non riuscirebbe nemmeno ad assorbire quel poco di acqua, ma nemmeno inondare subito i vasi. E’ sufficiente che l’acqua riesca a penetrare bene nel terriccio senza però ristagnare per giorni. Fondamentale, ovviamente, è la composizione del substrato, che dovrà essere drenante e in grado di asciugare in poche giornate.

I substrati per le piante grasse.

Se, a dispetto di tutti gli accorgimenti, qualche pianta dovesse rigonfiarsi così velocemente da presentare spaccature lungo il fusto nell’arco di qualche giorno, nessun dramma: si può intervenire facilmente. Individuata la pianta, la si sposta il più possibile in una posizione dove può beneficiare del massimo ricircolo di aria. Se la fenditura è ampia è sicuramente utile, in forma preventiva, coprire i tessuti interni con un fungicida rameico in polvere. Si può spennellare il rameico (asciutto) all’interno della ferita, oppure si può avvicinare un cucchiaino colmo di polvere fungicida e soffiare il prodotto, così che penetri all’interno della pianta. 

Per almeno due o tre settimane sarà buona regola evitare di annaffiare o nebulizzare la pianta, che nel frattempo, anche grazie all’aria, si riprenderà da sola. Nel giro di pochi giorni i tessuti esposti si asciugheranno e sulle spaccature si comincerà a formare il callo (lo vedremo anche dal diverso colore che la parte interna del fusto assumerà in corrispondenza della ferita).

Se non interverranno marciumi, la pianta sopravviverà senza problemi e continuerà a crescere regolarmente. Se il danno è contenuto, nell’arco di una stagione o due sul fusto non resterà che una cicatrice, che col tempo e con la crescita risulterà sempre meno visibile. Se la fenditura è ampia, anche dopo la completa cicatrizzazione la pianta porterà con sé il segno della sua disavventura per il resto della vita, ricordandoci che le succulente sono molto avide e che per le prime annaffiature è sempre meglio avere la mano leggera…

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