Coltivazione spartana in pieno sole, e i risultati si vedono: piante sane e spine robuste

Ferocactus

Le temperature sono ancora sopra le medie stagionali, ma l’estate è sfumata e l’autunno è in marcia. Come ogni anno, alla fine di settembre ho cominciato a preparare la mia serra ai mesi freddi. Niente di trascendentale, giusto qualche lavoro di pulizia, trasloco di piante dall’esterno all’interno, un controllo all’impianto di riscaldamento e un paio di passate di rame a scopo preventivo.

Il resto lo faranno le piante stesse, disidratandosi a seguito della sospensione delle annaffiature da metà settembre (d’ora in avanti annaffierò giusto qualche succulenta a foglia e, sporadicamente, Copiapoa e Neoporteria fino a fine ottobre) e cominciando a produrre il loro “antigelo” naturale all’interno dei tessuti e dei fusti.

Piante ritirate per l'inverno
Una parte dei cactus che tengo all’aperto, attualmente in serra in attesa dell’inverno

L’occasione è utile per verificare lo stato di salute e il tenore di crescita dei miei cactus e delle mie succulente, con un occhio di riguardo per le cactacee ottenute da mie semine, poi per le piante oggetto di test vari (coltivate in terricci particolari, ad esempio) e infine per le piante che hanno trascorso tutta la stagione di crescita, da fine marzo a tutto settembre, all’esterno della serra, esposte alle intemperie e al sole diretto. Sono queste ultime, le piante che tengo fuori dalla serra, a dare le maggiori soddisfazioni, come vedremo più avanti.

Echinocactus texensis piante sofferenti
Echinocactus texensis in sofferenza

Stato di salute, anzitutto. Giusto un tris di cactacee bloccate, ingiallite e deperite dall’inizio dell’anno e sulle quali per pigrizia non sono mai intervenuto. Si tratta in particolare di tre Echinocactus texensis di cinque o sei anni, che avevo rinvasato un anno fa in terriccio molto argilloso. Evidentemente non hanno gradito il nuovo substrato: hanno fermato la crescita e si sono rinsecchite prendendo una brutta colorazione giallastra. Niente di irreparabile, le ho svasate, ho ripulito l’apparato radicale, ridottosi a un “moncherino”, le ho lavate per togliere ogni residuo di terra e le ho messe su un tavolo ad asciugare. Le lascerò così per un mese o due, per poi rinvasarle nel classico mix pomice/lapillo/torba in parti uguali in attesa che, con la prossima primavera, emettano nuove radici e riprendano la giusta colorazione tornando a vegetare. Non è la prima volta che mi capita di assistere a un brusco arresto di crescita con deperimento della pianta e, salvo rari casi, ho sempre risolto con la pulizia delle radici e con il rinvaso in terriccio più “leggero” (meno argilla, o niente argilla affatto, e più inerti, in sostanza).

Come salvare una pianta in sofferenza.

Per il resto, tutte le piante sembrano in ottimo stato di salute e dall’inizio dell’anno le perdite sono state contenute – quattro o cinque piante marcite, credo per infezioni entrate attraverso i fiori o comunque dal fusto perché in tutti i casi l’apparato radicale era sano.

Echinocactus grusonii Ale particolare spine
Particolare delle spine di un Echinocactus grusonii da mia semina cresciuto all’esterno

Crescita e nuove spine. Andiamo molto bene, soprattutto per quanto riguarda le cactacee da mia semina – che sono quindi nate e cresciute in loco, senza subire drastici cambiamenti in fatto di esposizione, temperature, qualità dell’acqua, ecc. – e le piante che tengo all’esterno della serra, sfidando grandinate e stravento. Fuori dalla serra tengo più che altro esemplari molto spinosi, come Echinocactus e Ferocactus, piante di grosse dimensioni, Opuntia, Agavi, Aloe e cactacee da mia semina che voglio abituare al sole intenso fin dal terzo o quarto anno di vita: Lobivia, Thelocactus, Mammillaria, Turbinicarpus, Ariocarpus, Ancistrocactus, Echinopsis, Astrophytum, Echinocereus, Coyphantha, Epithelantha, Echinomastus, Tephrocactus e altre ancora.

Ho provato anche con alcuni Gymnocalycium ma i risultati sono stati disomogenei: alcuni esemplari sono cresciuti poco, altri si sono bloccati del tutto, un paio sono morti e tre o quattro hanno vegetato correttamente ma senza differenziarsi sensibilmente rispetto ad altri esemplari ottenuti dalla stessa semina e coltivati in serra, senza reti ombreggianti ma comunque sotto ad un telo trasparente (che di raggi ultra violetti ne filtra eccome). In natura i Gymnocalycium non crescono quasi mai in aree colpite dal sole diretto per tutta la giornata: si trovano spesso ombreggiati da arbusti e rocce e prosperano al riparo di grosse piante o tra l’erba che ne ricopre parzialmente il fusto.

Ho voluto comunque tentare con alcune specie, ma ho scoperto che anche la spegazzinii, pianta decisamente spinosa, risponde male al pieno sole. Forse gli esemplari che ho utilizzato per il test erano troppo giovani (4 o 5 anni al massimo), fatto è che in serra la stessa specie è cresciuta decisamente meglio. Male anche la specie monvillei, che in pieno sole, da quel che ho constatato, cresce pochissimo e in ogni caso non produce spine di consistenza maggiore rispetto a quelle degli esemplari coltivati in serra.

Opuntia azurea al sole diretto
Opuntia azurea coltivata all’esterno

Tutt’altro discorso per Astrophytum, Ancistrocactus, Lobivia, Thelocactus, Echinomastus e soprattutto Ferocactus ed Echinocactus, generi che in natura crescono in pieno sole, esposti ai raggi diretti per quasi tutte le ore diurne. Ovviamente solo le piante nate da semi caduti in zone favorevoli – ad esempio a ridosso di un esemplare adulto o all’ombra di qualche roccia – sono in grado di svilupparsi fino a raggiungere lo stadio in cui il sole del Messico o del Sud Ovest degli Stati Uniti è per loro tollerabile. Superati i primi anni di vita, queste piante possono, anzi devono, prendere tutto il sole possibile: per questo tengo fuori dalla serra solo gli esemplari di almeno tre o quattro anni.

Echinocactus platyacanthus mia semina
Una mia semina di Echinocactus platyacanthus

Le differenze rispetto alle piante dello stesso genere e specie che crescono in serra, sebbene non ombreggiata, sono notevoli. La prova del nove si ha paragonando la crescita in serra e fuori serra di un certo numero di esemplari coltivati nello stesso tipo di terriccio e ottenuti da identica semina, così da ridurre le differenze a livello genetico. In serra non ombreggiata Ferocactus ed Echinocactus crescono bene, intendiamoci: mantengono la forma compatta e producono ottime spine. All’aria aperta, però, è tutta un’altra cosa. Vuoi per la maggiore incidenza del sole, vuoi per la maggiore aerazione o per la qualità dell’acqua (c’è molta differenza, in termini di pH, tra l’acqua piovana e quella di pozzo), le piante coltivate all’esterno producono spine di gran lunga migliori, più spesse e larghe. Anche l’aspetto complessivo della pianta è differente: il colore del fusto e delle spine varia sensibilmente tra esemplari cresciuti in serra ed esemplari coltivati “wild”.

Qui un approfondimento su quella che chiamano coltivazione “wild”.

Certo, coltivando piante in uno spiazzo in mezzo ai campi, ad altezza terra e non su bancali, senza una serra a ripararle, c’è da mettere in conto una massiccia infestazione di erbacce nei vasi, ma con qualche intervento manuale la situazione può essere mantenuta sotto controllo. Senza contare che qualche filo verde aggiunge quel tocco “naturale” che a molti coltivatori, me per primo, non dispiace affatto.

Astrophytum myriostigma nudum macchiato
Astrophytum myriostigma: l’epidermide macchiata negli anni scorsi si è seccata e il fusto si è notevolmente ispessito al sole

Coltivando in esterno è da mettere in conto anche la minaccia delle lumache, specie nel caso di cactacee prive di spine o di succulente a foglia tenera (Crassula, Sempervivum, ecc.). Le lumache possono letteralmente devastare piante giovani o a foglia, dal momento che aggrediscono i tessuti teneri e li divorano. Fortunatamente, nel mio caso, pur trovando molto spesso lumache tra le piante, non ho mai riscontrato danni di questo genere. Al massimo, sulle piante ho trovato la classica scia che le chiocciole lasciano al loro passaggio. D’altra parte, uno degli effetti della coltivazione al sole diretto e all’aria è anche quello di ispessire i tessuti delle succulente. L’epidermide dei cactus, in particolare, diventa spessa e molto robusta e credo che anche questo contribuisca a scoraggiare le lumache dal tentare l’assaggio.

Ferocactus herrerae wild
Ferocactus herrerae: una pianta da mia semina coltivata all’esterno da almeno tre anni

Un altro fondamentale effetto della coltivazione all’aperto è che le piante si irrobustiscono notevolmente e vanno meno soggette all’attacco di parassiti o batteri. Ne è prova anche il fatto che da anni tratto pochissimo con fungicidi o acaricidi le succulente che coltivo fuori dalla serra: giusto una passata in primavera e una in autunno. Salvo in un paio di casi, negli ultimi tre anni non ho mai avuto perdite tra le piante coltivate all’esterno, nemmeno a seguito di pioggia prolungata per una settimana di fila. Men che meno ho riscontrato attacchi da parte di parassiti come cocciniglia o ragnetto rosso.

Una cosa importante da rilevare, osservando i risultati di una coltivazione all’esterno, spartana e del tutto o quasi lasciata alle regole della natura, è che la composizione del substrato influisce fino a un certo punto. Le piante che tengo all’esterno, così come quelle che coltivo in serra, crescono in vari tipi di terriccio, dal classico pomice/lapillo/torba in parti uguali, al terriccio a base di terra di campo argillosa, fino a substrati con marna in percentuali che possono arrivare al 50%. Le piante su cui sperimento i vari tipi di terriccio derivano tutte da identiche semine: per i primi anni sono coltivate alla stessa maniera, in uniche cassette e in terricci semplici, con torba e inerti, annaffiate e fertilizzate insieme e collocate tutte nella stessa posizione in serra. Quando le piante hanno almeno tre anni comincio a dividerle rinvasandole in terricci specifici (a questo link un articolo su questo argomento). Cerco sempre di avere almeno sette o otto esemplari nello stesso substrato, per poi portarne alcuni fuori dalla serra. Dopo alcuni anni è possibile raffrontare la crescita di piante da unica semina in vari tipi di substrato, ma coltivate in condizioni differenti.

Tutto sui terricci per cactus e succulente.

Ferocactus latispinus al sole diretto
Ferocactus latispinus, mie semine coltivate in pieno sole

Le piante tenute in serra ricevono acqua di pozzo ogni 10-15 giorni, quelle all’esterno ricevono acqua piovana da fine marzo a metà settembre. Solo se non piove per troppo tempo intervengo con una o due annaffiature manuali anche su quelle in esterno. Le piante in serra vengono fertilizzate due o tre volte per stagione mentre quelle all’esterno ricevono fertilizzante solo una volta nel corso della stagione di crescita. All’esterno le piante ricevono sole non filtrato e sono soggette a violenti acquazzoni, vento, pioggia prolungata, ecc. Le piante all’esterno, infine, ricevono solo un paio di trattamenti a base di fungicida e acaricida, mentre quelle in serra vengono trattate almeno due o tre volte nel corso della stagione di crescita.

Il terriccio, in sostanza, da quello che ho potuto constatare in questi anni, può incidere sulla crescita della pianta, ma le vere differenze a mio avviso le fanno gli altri fattori della coltivazione: luce, acqua, temperature, aria.

Ferocactus acanthodes raffronto coltivazione fuori e dentro serra
Ferocactus acanthodes, due mie semine: in alto una pianta coltivata in serra, in basso una coltivata all’aperto (stesso tipo di terriccio)

Non ritengo di avere conclusioni o formule definitive, per carità, ma dopo qualche anno di esperimenti, il dato saliente mi sembra questo. E credo che l’aspetto delle piante, testimoniato dalle foto a corredo di questo articolo, possa confermare che, per quante attenzioni possiamo dare a una cactacea, non c’è condizione migliore per la sua crescita che non sia una giusta collocazione, il più possibile in linea con quanto accade in natura e una coltivazione il più possibile “spartana” e ridotta all’indispensabile. In questo modo si ottengono, oltre che piante belle, piante sane, robuste e dall’aspetto complessivo in linea con quello degli esemplari che crescono in habitat.

Certo, a meno che non si preferiscano piante perfette, senza un graffio, gonfie e verdissime, simili a quelle che possiamo trovare anche nei supermercati, ormai. Piante che di naturale hanno poco o nulla, soprattutto se raffrontate con quelle che prosperano nei loro luoghi di origine.

Link utili

 

5 pensieri riguardo “Coltivazione spartana in pieno sole, e i risultati si vedono: piante sane e spine robuste”

  1. Come direbbe mio nonno parole sante coltivare all’aperto è un altra cosa si perde estetica ma le piante sono di gran lunga superiori in qualita e sviluppo spine ,ho potuto notare negli anni che non si ammalano nemmemo ragnetti e coccinigle non attaccano mentre in serra la storia è diversa si dovrebbero montare ventilatori potenti e farli andare almeno ogni 15 minuti alterni per tutto il giorno.Grande articolo sei forte è bello scambiare opinioni a riguardo e comunque devo dire chi in Italia siamo diventati bravi da nord a sud ognuno con le sue tecniche esperimenti vari ormai abbiamo acclimatato i nostri esemplari io coltivo estremo nord ho piante che è 30 anni che vivono con mè.Un saluto alla prossima.

    1. Ciao e grazie, mi fa piacere che tu abbia avuto riscontri simili ai miei e condivido perfettamente l’accenno al fatto che le piante coltivate in modo naturale siano anche meno soggette ad attacchi di parassiti e batteri. Su una cosa non sono d’accordo: coltivando in modo più naturale non si perde affatto in “estetica”, a mio parere. Anzi, le piante sono molto più belle proprio perché più naturali rispetto a quelle coltivate in condizioni iper protette 🙂

      1. Esattamente… Nel mio piccolo coltivo singoli esemplari rigorosamente all’aperto tutto l’anno, alcuni anche alla libera pioggia. Negli anni mi sono abituato ad avere piante grasse praticamente come natura crea nella mia zona, la pianura padana veronese. Una volta ero un esteta che voleva solo esemplari perfetti che pensavo gli unici belli… Ma non è così: quelli belli veramente sono gli esemplari adattatisi a clima, sole e… vaso, nonché terra che capita (causa mia pigrizia ma anche desiderio di sperimentare), nel senso che anche quella negli anni si “modifica” e diventa naturale, un tutt’uno con la pianta. Come afferma il prof. Stefano Mancuso, le piante hanno una loro “intelligenza” che le fa adattarsi praticamente a tutto, stupendo noi umani che le osserviamo con spirito indagatore. Grazie per il sito e per gli articoli che ci regala. Giuseppe

        1. Ciao Giuseppe e grazie per l’ottima testimonianza: direi che hai colto esattamente lo spirito di questo articolo e di questo sito in generale! Se vuoi puoi postare le foto delle tue piante sulla pagina Facebook di questo sito, mi piacerebbe vederle!

          1. Ti potrà sembrare strano ma no ho profilo facebook e nemmeno mi sono troppo preoccupato di fotografare i miei esemplari… Posso fare qualche foto col telefonino nei prossimi giorni e inviarle per mail. A presto. Giuseppe

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