Lophophora williamsii, il cactus “fuorilegge” in Italia: facciamo chiarezza sulla normativa

Lophophora

Sì, si può coltivare ma non vendere. No, non si può coltivare né vendere. Sì e no: si possono coltivare solo esemplari giovani perché dopo sette o otto anni la pianta produce la famigerata mescalina e diventa illegale (quindi va incenerita???). Sì, si può tenere ma solo se acquistata prima del 2006, perché è da quell’anno che la pianta è stata inserita nel testo unico sulle droghe.


Sulla coltivazione della Lophophora williamsii, cactacea conosciuta anche come “peyote”, negli ultimi anni in Italia si è detto di tutto e il contrario di tutto e questo anche perché, come spesso accade, la nostra normativa è farraginosa, lacunosa, oscura e, dal punto di vista logico, talvolta anche poco coerente. Ad esempio: nelle tabelle allegate al testo di legge italiano sulle droghe si parla della sola Lophophora williamsii, quando gli esperti di cactus sanno benissimo che di Lophophora, oltre alla williamsii, esistono diverse altre specie: decipiens, diffusa, fricii, koehresii, alberto-vojtechii.

Introduzione

Dunque? Solo la williamsii è bandita dall’ordinamento italiano, mentre le altre specie si possono coltivare e vendere tranquillamente? Anche questo è un argomento ampiamente dibattuto e – a quanto pare – ancora privo di una risposta univoca, sebbene la prudenza suggerisca che, per evitare rogne di natura anche penale oltre che pecuniaria, nel dubbio sia buona cosa livellarsi alla legge e considerare tutte le Lophophora alla stessa stregua. Anche perché una volta incappato in problemi giudiziari, vallo a spiegare al magistrato che quella pianta è sì una Lophophora, ma in realtà si tratta di una koehresii e non di una williamsii, e che la quantità e la qualità di alcaloidi che contiene non è la stessa e via discorrendo… Senza contare che molti altri cactus (vedi il Trichocereus pachanoi, cosiddetto “San Pedro”, ad esempio) – così come moltissime altre piante non succulente – producono sostanze tossiche e nonostante questo non sono considerate droghe da parte della legge italiana.

Ad ogni modo, dal momento che in internet si legge di tutto e di più e dal momento che le cronache – quelle vere – che raccontano di sequestri, arresti, condanne penali, ammende e multe per detenzione e vendita di “peyote” non mancano, proviamo a fare, per quanto è possibile, un po’ di chiarezza su un argomento spesso dibattuto tra gli appassionati di cactacee.

Descrizione
Lophophora williamsii
L. williamsii, giovani esemplari nell’areale di Nùnez, San Luis Potosì (Messico)

Anzitutto qualche nozione: Lophophora è un genere appartenente alla famiglia delle cactaceae che cresce spontaneo in alcune aree comprese tra il Sud del Texas e il Messico del Nord, negli stati del Querétaro e di San Luis Potosì. Alcuni studiosi accolgono due sole specie, williamsii e diffusa, mentre altri indicano anche le specie decipiens, fricii, koehresii e la più recente (in termini di identificazione) alberto-vojtechii. Una distinzione accolta da un buon numero di ricercatori precisa che il genere Lophophora è semplicemente diviso in due gruppi: il primo comprende le varie forme della specie williamsii, il secondo comprende le specie associate a Lophophora diffusa e viene identificato con il termine Sectio Diffusae.

Tutte le Lophophora sono accomunate dalla forma globosa del fusto, del diametro di una dozzina di centimetri negli esemplari adulti, di colore da verde ad azzurro, raramente accestito (ad es. nella forma caespitosa), caratterizzato dalla totale assenza di spine e dalla presenza di peluria sulle areole e sull’apice. La radice è sempre spessa, lunga e carnosa (a “fittone”, come negli Ariocarpus).

Si tratta di piante che vivono in terreni altamente argillosi e che durante la stagione asciutta si sgonfiano fino ad affossarsi quasi completamente nel terreno, lasciando un profondo solco lungo la circonferenza del fusto. Crescono quasi sempre confuse tra arbusti, sassi e bassa vegetazione, così da non essere completamente esposte al sole diretto. I fiori, che spuntano in tarda primavera dall’apice della pianta, sono piccoli e i colori possono variare dal bianco al rosa fino al rosa carico. I frutti consistono di bacche di colore rosa intenso, all’interno delle quali si formano i semi, neri e di piccole dimensioni.

Mescalina: nativi e controcultura

Così come avviene in moltissime altre specie vegetali, le piante di Lophophora producono sostanze tossiche nel tessuto che forma i loro fusti: si tratta di una difesa naturale contro animali erbivori come le capre, che potrebbero cibarsene. La più nota sostanza prodotta dalla Lophophora (alcuni ricercatori sostengono che solo la specie williamsii la produce) è la mescalina, un potente alcaloide isolato per la prima volta nel 1897 dal chimico tedesco Arthur Heffter e quindi sintetizzato nel 1919 dal chimico austriaco Ernst Spath.

I nativi americani, pur senza il bagaglio scientifico dei chimici europei, da centinaia di anni conoscono molto bene la potenza della mescalina, tanto che il cosiddetto peyote (o peyotl) è considerato da sempre sacro e viene utilizzato nelle cerimonie sciamaniche proprio perché la sua assunzione, in virtù della mescalina, provoca allucinazioni e alterazioni psichiche significative. In altre parole, secondo le credenze dei nativi, il peyote mette in contatto con gli dei, apre le cosiddette “porte della percezione” descritte per noi occidentali da Aldous Huxley e mette in contatto con realtà nuove e parallele. E’ anche da questa tradizione – e dalla sua accurata descrizione nei saggi di Huxley e successivamente di Carlos Castaneda – che tra gli Anni ’60 e ’70 il peyote assunse un ruolo primario tra le droghe allucinogene (tra queste il celebre LSD, dietilamide dell’acido lisergico) che si diffusero tra gli esponenti della controcultura prima americana poi europea e tra i movimenti artistici e di pensiero che trainarono la rivoluzione ideologica e di costume culminata con la Summer of love (basti pensare al celebre gruppo rock dei The Doors, che adottò il nome semplicemente prendendo la prima parte del titolo del saggio di Huxley, “The Doors of Perception”).

Ancora oggi l’uso del peyote è alla base delle cerimonie sciamaniche, ma solo un numero limitato e autorizzato di autentici nativi – gli sciamani – ha il permesso legale di raccogliere e consumare la “testa” della Lophophora: della pianta viene infatti recisa solo la parte apicale per evitare che l’esemplare muoia, e anche da questo accorgimento è evidente il rispetto che queste popolazioni hanno per questa pianta e, in generale, per la Natura.

La normativa italiana

Arrivando ora al nocciolo della questione e a ciò che interessa chi coltiva cactus per passione: in Italia è consentita la commercializzazione e la coltivazione della Lophophora? La risposta, senza dubbio per quanto riguarda la specie williamsii, ma in via prudenziale anche per le altre specie, è no. La legge ne vieta espressamente la coltivazione e, a maggior ragione, è da escludere che le piante di Lophophora possano essere commercializzate in territorio italiano. Altri stati europei hanno normative simili alla nostra, altri, invece, non considerano affatto illegale la coltivazione e la vendita del peyote.

Lophophora williamsii
L. williamsii, piante in stagione di asciutta, areale di Nùnez, San Luis Potosì (Messico)

In Italia la normativa di riferimento è il DPR (Decreto del Presidente della Repubblica) n. 309 del 1990 – “Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza” – con le integrazioni e le modifiche apportate dalla Legge n. 49 del 21 febbraio 2006, che, tra le altre cose, aggiunge alcune tabelle contenenti l’elenco delle sostanze stupefacenti e psicotrope, e le ulteriori integrazioni apportate dalla più recente Legge 16 maggio 2014, n. 79.

L’art. 26 del DPR n. 309 è dedicato alle “Coltivazioni e produzioni vietate” e precisa espressamente che “è vietata nel territorio dello Stato la coltivazione delle piante comprese nelle tabelle I e II di cui all’articolo 14” del DPR stesso.
L’articolo 14 presenta un lungo elenco di sostanze e piante, tra le quali compaiono, ad esempio, le foglie della coca, l’oppio, le sostanze di tipo amfetaminico, la cannabis indica. Il punto 7 dell’articolo aggiunge all’elenco “ogni altra pianta o sostanza naturale o sintetica che possa provocare allucinazioni o gravi distorsioni sensoriali e tutte le sostanze ottenute per estrazione o per sintesi chimica che provocano la stessa tipologia di effetti a carico del sistema nervoso centrale”.

Ebbene, la Lophophora williamsii, come si è detto e come è provato ampiamente da studi scientifici, contiene la mescalina, che è certamente in grado di “provocare allucinazioni o gravi distorsioni sensoriali”.
A ulteriore conferma, è sufficiente leggere le tabelle accluse al DPR (integrate dalle modifiche successivamente intervenute) per trovare la seguente indicazione (Tabella I): “Lophophora williamsii pianta (Peyote)”. Poco oltre, nella stessa Tabella I, è indicata anche la mescalina.

Chi volesse consultare una fonte attendibile sul DPR 309 aggiornato con le successive modifiche e integrazioni può consultare questo link che rimanda direttamente al portale del Ministero della Salute.

Ora, questo è quanto prevede la normativa italiana, dalla quale se ne deduce inequivocabilmente che la coltivazione (e di conseguenza la vendita) di Lophophora williamsii è vietata. Da autentici cactofili, interessati alle piante e non allo “sballo”, si può legittimamente storcere il naso, ma questa è la realtà. Tuttavia, scorrendo in internet è facile incappare in moltissime considerazioni – spesso tra loro discordanti – a partire da quella in base alle quale le Lophophora, se coltivate in vaso e alle nostre latitudini, non sono in grado di produrre la stessa quantità di mescalina prodotta dalle piante in habitat, cosa che renderebbe le piante nostrane inefficaci o quantomeno molto deboli dal punto di vista allucinogeno. Non sono un chimico e non ho mai condotto esperimenti per verificare se questo sia vero o meno, ma resta il dato che, indipendentemente dal quantitativo di alcaloide contenuto in una pianta, se questa pianta è una Lophohora williamsii la legge italiana la considera alla stregua della cannabis.

C’è anche chi sostiene che la Lophophora è in grado di produrre mescalina solo dai sette, otto anni in avanti. Anche qui: non sono un chimico e non ho mai verificato la veridicità di questa affermazione, ma la legge, oltre a non fare alcuna menzione circa l’età delle piante, non lascia grande spazio all’interpretazione creativa e se si tratta di Lophohpora williamsii, si tratta di Lophophora williamsii, sia che la pianta in questione abbia tre anni sia che ne abbia quindici.

Discorso simile per chi chiama in causa i quantitativi di sostanza stupefacente contenuti nella pianta (in questo caso la mescalina) o le finalità della coltivazione, equiparando ad esempio la mera coltivazione al cosiddetto “uso personale” e la vendita allo spaccio. In sintesi: chi chiama in causa il quantitativo di alcaloidi sostiene che se la mescalina contenuta nella pianta non supera certi limiti, allora è consentito coltivarla. Già, ma dove sono indicati questi limiti per quanto riguarda la mescalina nel peyote? La tabella allegata al Testo unico indica tre parametri per le sostanze vietate: denominazione comune, denominazione chimica e “altra denominazione“, senza elencare quantitativi o concentrazioni. Inoltre, come fai a sapere quanta mescalina contiene quella precisa Lophophora? Quanto alla seconda considerazione (coltivazione uguale a uso personale e vendita uguale a spaccio), la legge è piuttosto chiara e vieta tout court la coltivazione, figurarsi la coltivazione ai fini della vendita.

Volume Lophophora 2006
Il volume “Lophophora 2006” edito dall’Associazione Cactus Trentino

Qualche piccolo margine d’interpretazione potrebbe restare sulla specie. Uso volutamente il condizionale perché, lo ribadisco, siamo nel campo della mera interpretazione. La normativa parla unicamente di Lophophora williamsii. Se ne potrebbe dedurre – a stretto rigore interpretativo – che tutte le altre specie (diffusa, decipiens, fricii, koehresii, alberto-vojtechii) sono invece coltivabili e commerciabili. Ciò che non è espressamente vietato, in effetti, è tacitamente consentito. Francamente sarei di questo avviso, ma in via prudenziale non mi sentirei mai di incoraggiare qualcuno nella coltivazione e nella vendita anche solo di quelle specie di Lophophora non menzionate dal DPR. Questo semplicemente per ragioni pratiche: in caso di segnalazione (o ispezione in serre e vivai commerciali, come documentano le cronache) una volta identificata la pianta come Lophophora, scatta la denuncia e tra questa e il definitivo accertamento in via giudiziale che quella o quelle piante non appartengono alla specie williamsii bensì, ad esempio, alla specie fricii (senza considerare che sulle specie diverse dalla williamsii e dalla diffusa gli stessi ricercatori sono divisi), potrebbero intercorrere molti brutti mesi e una discreta quantità di denaro da versare all’avvocato… Ammesso e non concesso che il giudice sposi la tesi dell’interpretazione letterale e non propenda invece per un’interpretazione estensiva, assimilando alla williamsii qualsiasi altra specie di Lophophora.

Semi e frutti

Piuttosto curioso, infine, il silenzio normativo per quanto riguarda i semi e i frutti di Lophophora williamsii: qui pare accertata anche da fonti autorevoli la tesi secondo la quale per semi e frutti non esiste alcun divieto di commercializzazione né detenzione. In altre parole, si possono legittimamente tenere, scambiare e vendere semi e frutti di Lophophora williamsii (e conseguentemente di tutte le altre specie di Lophophora). La legge, su questo nulla dice. Anzi, il DPR recita testualmente: “è vietata nel territorio dello Stato la coltivazione delle piante comprese nelle tabelle (…)”. La legge parla di piante, non di semi e frutti.
Chiaro, no? Perché i frutti di Lophophora sono notoriamente prelibati e solitamente i semi si conservano per ricordo e non per essere seminati… I paradossi della legge italiana.

Fonti

Per la costruzione di questo articolo ho consultato, tra le varie fonti, il volume “Lophophora 2006” edito dall’Associazione Cactus Trentino – Südtirol, il volume “The Cactus Family”, il sito ufficiale del Ministero della Salute e il sito Altalex – Quotidiano di informazione giuridica.

Link utili

9 pensieri riguardo “Lophophora williamsii, il cactus “fuorilegge” in Italia: facciamo chiarezza sulla normativa”

  1. Grazie per aver dato un chiarimento su questo argomento molto discusso tra noi collezionisti, ottimo articolo, come sempre

    1. Grazie Marcello, ho cercato di dare un quadro il più possibile preciso e dettagliato proprio perché l’argomento è da sempre piuttosto controverso… Mi fa piacere che tu abbia apprezzato!

  2. Ancora una volta un grande articolo esaustivo per portare a conoscenza ciò che è quasi sempre interpretabile, grazie a delle leggi poco chiare. Grazie.

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