La forza della Natura: storia di una mia Opuntia in piena terra, morta e… rinata

Opuntia wild

Da un esperimento fallimentare a una bella sorpresa. Ecco cosa ho scoperto nei giorni scorsi all’esterno della mia serra, in una zona dove passo raramente: una pala di Opuntia spuntata tra la vegetazione spontanea ormai secca. Il Nord Italia non è certamente la zona ideale per la coltivazione di piante succulente all’esterno, a causa soprattutto degli inverni freddi, umidi e piovosi. Tuttavia, diverse succulente possono adattarsi e sopravvivere anche qui in Pianura Padana, come le Agavi e alcune Opuntia. E’ per questo che un paio di anni fa ho voluto fare un esperimento di coltivazione (uno dei tanti che faccio regolarmente), collocando in piena terra, accanto alla mia serra, una pala ben radicata di Opuntia (credo si tratti della specie ficus-indica).

Tempo un anno e a metà del primo inverno la pianta è marcita. Ha cominciato con un ingiallimento lungo i bordi, proseguito con l’annerimento della parte apicale e con l’espansione del marciume fino alla base. In primavera, preso atto del fallimento, non ho fatto altro che tagliare di netto la pala marcita al livello del terreno, per poi ricoprire tutto con normale terra di campo. 

Qualche giorno fa, con mia sorpresa, ho scoperto che la pianta non era affatto morta. Anzi, con la tenacia e l’attaccamento alla vita che è proprio delle cactacee, l’Opuntia è rinata e ha dato vita a un nuovo “articolo” (le cosiddette “pale”), che immagino essere temprato e pronto ad affrontare il nuovo inverno con più chances della pala originaria.

Ma andiamo per ordine e raccontiamo la storia dall’inizio…

Anni fa, visitando la grande serra di un amico collezionista di lungo corso, passando in rassegna le sue piante notai alcuni cactus più di là che di qua, ossia moribondi, secchi, palesemente malmessi se non del tutto morti, quantomeno a un’occhiata superficiale. Le piante erano su uno scaffale, distanti da quelle sane e la domanda mi venne spontanea: “Queste ormai sono andate, che te ne fai?“. Lui, senza scomporsi, rispose sorridendo lasciandomi implicitamente una lezione importante: “Non sai mai quello che può succedere finché una pianta non è morta con certezza. E a volte anche le piante che riteniamo morte non lo sono del tutto. Non dal loro punto di vista, almeno“.

Il mio amico aveva ragione e ad insegnargli una lezione importante, che involontariamente o chissà, volontariamente, mi trasmise, era stata la sua lunga esperienza nella coltivazione delle succulente. Da allora ho abbracciato la sua filosofia (che è poi quella descritta dal buon Giuseppe Lodi nel suo libro) e ho cambiato il mio approccio con le piante in sofferenza. All’occorrenza intervengo e tratto con i prodotti del caso, ma quando penso che non ci sia altro da fare non butto la pianta, mi limito a spostarla in un luogo riparato, distante dalle altre, e lascio fare alla natura (ne ho parlato anche in questo articolo). Alcune compiono il loro corso e se ne vanno definitivamente, altre si “inventano” qualcosa di inatteso e quando questo accade, anche dopo quasi trent’anni di coltivazione, non posso che scoprirmi sorpreso, oltre che contento. E’ capitato anche di recente con un Echinocereus completamente avvizzito e ingiallito che ho dato per spacciato. Beh, ci crediate o no, l’ho lasciato fuori dalla serra per tutto l’inverno scorso e nella primavera di quest’anno ha ripreso a vegetare regalandomi anche una splendida fioritura in due tempi.

E qui, esaurita la premessa, torniamo alla mia rediviva Opuntia. Era una semplice pala che ho raccolto qualche anno fa durante una vacanza a Malta, dove queste cactacee crescono spontanee e in abbondanza. Una volta arrivata in serra, l’ho messa a radicare in pomice e sabbia e dopo un annetto, quando ho visto che aveva ormai sviluppato il suo apparato radicale, l’ho rinvasata in comune terriccio per succulente (torba, pomice e lapillo in parti uguali). La pala è cresciuta notevolmente, ma senza sviluppare nuovi articoli: si è semplicemente ingrossata e ispessita. Un paio di anni fa occupava un vaso cilindrico di una ventina di centimetri di diametro.

Verso la fine dell’estate del 2020 ho così deciso di piantarla in piena terra per vedere se potesse adattarsi e svilupparsi. Ho scelto un’area all’esterno della serra, esposta a sudest e normalmente invasa da erbe infestanti. Ho ripulito una porzione di terreno, ho scavato una buca grossa il doppio rispetto al pane di terra dell’Opuntia e ho messo a dimora la pianta rabboccando con comune terra di campo argillosa. Per alcuni mesi l’Opuntia è rimasta tale e quale, non è cresciuta ma nemmeno ha dato segni di sofferenza. Non l’ho mai annaffiata, lasciando fare alla pioggia, e non l’ho mai trattata con prodotti o fertilizzanti. Alla volta di gennaio o febbraio di quest’anno ho notato che i bordi si erano ingialliti e nel giro di un mese la pianta ha cominciato a mostrare alcune macchie nere. Pessimo segnale. Ho deciso comunque di non effettuare alcun trattamento e in primavera la pianta si presentava quasi del tutto annerita e avvizzita. L’inverno scorso è stato piuttosto umido e lo stato di salute della pianta, non abituata alle condizioni climatiche del Nord Italia (al di fuori della serra), ne ha evidentemente risentito. Ho atteso ancora un paio di mesi e prima dell’estate, considerandola ormai persa, l’ho tagliata alla base, proprio a filo del terreno con un cutter. Senza aspettare che il taglio cicatrizzasse, ho ricoperto tutto con terra di campo e ho considerato chiuso l’esperimento.

Opuntia wild
L’Opuntia rinata tra l’erba infestante ormai secca

Un paio di settimane fa, passando da quel lato della serra, ho notato la piccola pala (circa una decina di centimetri di altezza) spuntare dalla vegetazione ormai secca che la circonda. La nuova pala è perfettamente pulita, non presenta alcuna macchia e ha il classico colore verde brillante tipico dei nuovi articoli delle Opuntia. In questi mesi sono passato di rado da quella zona, ma anche le volte che sono passato non ho notato niente, un po’ perché non mi aspettavo di vedere niente e un po’ perché la vegetazione spontanea ha evidentemente nascosto e riparato la nuova pala fino ad oggi. Ora che le erbacce sono secche, l’articolo di Opuntia spicca solitario e si fa notare eccome.

In tutto questo tempo la pianta non ha ricevuto altra acqua se non quella piovana e sicuramente ha anche attinto dalle riserve idriche di quel che restava, sottoterra, della pala marcita. Il marciume, dunque, non è passato dalla vecchia pala tagliata alla nuova: probabilmente il fungo è morto e la pianta è riuscita a produrre il nuovo getto. Nei prossimi mesi mi limiterò a tenerla d’occhio, ma sono convinto che questa volta l’Opuntia rinata può superare l’inverno. Le piante si adattano e si fortificano e credo che questa abbia dimostrato tutta la sua voglia di vivere anche nella nuova collocazione (ben diversa rispetto a quella originaria, a Malta!). 

Mai dare qualcosa per scontato, soprattutto quando si ha a che fare con i cactus, veri e propri campioni di sopravvivenza e adattabilità!

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patty

Certo che le piante ci stupiscono in continuazione! Deve essere stata veramente una bellissima esperienza, come la fenice che risorge dalle sue ceneri. D ora in avanti non butto più nulla🤣. E penso anche tu abbia ragione nel dire che spesso buttiamo piante troppo frettolosamente senza dar loro il tempo di curarsi da sole come avviene in natura. Un saluto, Federico, sempre molto interessanti i tuoi articoli😊

Marcellaromeo

L’articolo mi ha fatto venire quasi un senso di colpa: chissà di quante piante mi sono frettolosamente e superficialmente disfatta considerandole morte e magari pericolose per le altre! Bella lezione di speranza.Grazie

liponeofita

ho comprato un piccolo aztekium di quelli ondulati in stile inca e credo per il troppo caldo se ne è bruciata una parte che è diventata tipo carta. Ero quasi convinto, la prima volta che l’ho notato, che da lì a breve sarebbe morta tutta la pianta invece dopo 10 mesi è ancora viva e vegeta. Ho provato a rimuovere delicatamente la parte necrotica ma ho avuto paura di fare danni. Più che altro ero curioso di vedere se sotto la lesione si fosse riformato qualcosa di non orrendo. Vorrà dire che aspetterò con pazienza che la parte morta si… Leggi il resto »

liponeofita

Avrei una domanda da sottoporre al “capo”….Più di un anno fa ho comprato un ariocarpus retusus di circa 10 cm di diametro e non sapendo ancora quasi niente di terricci adatti, credo, se ben ricordo, di aver utilizzato della terra per piante grasse già preparata e quindi troppo ricca di torba per un ariocarpus. Il risultato che inizialmente credevo positivo, è stato che la pianta in un solo anno è cresciuta davvero tanto. Il problema però è che si è anche alzata tipo pigna perdendo i connotati di pianta desertica appiattita e mimetizzata. Del resto nei deserti non credo ci… Leggi il resto »

liponeofita

Grazie per la gradita e preziosa risposta. Per dirla tutta oggi ho riguardato il tuo filmato su you tube sugli ariocarpus retusa (le piante in latino sono femminili…vedi populus alta (pioppo alto), a meno che non sia della quarta declinazione…boh?, chiederò a mia sorella che è prof di latino) e devo dire che l’aspetto di tutte le specie che coltivi è notevolmente migliore di quanto non si trovi in commercio. In particolare ho notato che tutti i tuoi esemplari hanno tubercoli meno numerosi ma più consistenti a parità di diametro. Direi che le tue piante sono piacevolmente sofferenti e travagliate… Leggi il resto »