Generi dalla D alla F

Denmoza
Denmoza rhodacantha a spine lunghe
Denmoza rhodacantha a spine lunghe

Relativamente a questa pianta la tassonomia è piuttosto fuorviante. Per molti autore il genere Denmoza ha una sola specie, la rhodacantha. Per altri, oltre alla rhodacantha c’è la specie erythrocephala. Altri ancora considerano erythrocephala sinomimo di rhodacantha. Alcuni coltivatori, infine, sostengono che la specie sia una soltanto (rhodacantha) ma che presenti almeno una varietà, battezzata col termine di “diamantina” e con le spine di colore più chiaro rispetto alla varietà tipo. Nel 1920 Britton e Rose collocarono le piante di questo genere in un’unica specie, la rhodacantha. «Per loro – annota Giuseppe Lodi –, e anche per Spegazzini, la rhodacantha era la forma giovanile, la erythrocephala la forma adulta».
Ad oggi pare che la classificazione a opera di Britton e Rose, confermata da Hunt e Taylor nel 1986 e nel 1990, rimanga la più affidabile per la maggior parte degli autori.

Ad ogni buon conto, il genere Denmoza è originario dell’Argentina. Anderson, in “The Cactus Family” riporta che probabilmente il nome dato al genere deriva dall’anagramma di “Mendoza”, la provincia argentina dalla quale proveniva l’esemplare esaminato da Britton e Rose. Ma di questo non c’è certezza. Per certi versi sembrano insomma piante avvolte dal mistero, quelle appartenenti a questo genere.

Denmoza rhodacantha
Denmoza rhodacantha

D. rhodacantha è una pianta solitaria, inizialmente globosa, tendente ad allungarsi con l’età fino a raggiungere un metro e mezzo in altezza. Le coste possono essere fino a 30 (secondo Anderson) o fino a una ventina secondo Lodi. Le spine sono forti, molto robuste, acuminate e leggermente ritorte verso l’interno. Le radiali fasciano il fusto avvolgendolo. L’apice è lanoso e da qui spuntano i fiori di colore rosso.

Ne ho due esemplari e posso se non altro confermare l’estrema variabilità di queste piante. Sono infatti entrambe classificate come D. rhodacantha ma presentano significative differenze l’una dall’altra. La prima, leggermente più piccola, ha spine robuste ma più corte della seconda. Inoltre, le spine vecchie della prima pianta sono di colore grigiastro (rossastre quelle all’apice), mentre le spine della seconda sono di color arancione scuro e bagnate diventano di un rosso acceso. In entrambi i casi le spine sono molto spesse, sia la centrale che le radiali, ricoprono il fusto e, nel caso della seconda pianta, arrivano fino a sei/sette centimetri di lunghezza.

Non ho notato particolari difficoltà nella coltivazione. Le tengo in terriccio “standard”, con pomice, lapillo e un 20% di torba, ma quest’anno ne ho rinvasata una in terra di campo, inerti e torba al 10%. Le annaffio abbondantemente da metà marzo fino a metà settembre per tenerle in asciutta totale nel periodo autunnale/invernale. Do loro moltissima luce, ma non ho mai provato a tenerle al sole diretto perché, anche se tenute in serra, hanno sempre prodotto spine notevoli. In inverno hanno retto senza problemi minime fino a -7 gradi.
Solo una per ora ha fiorito e lo ha fatto per la prima volta lo scorso anno.

Echinocactus
Echinocactus grusonii
Echinocactus grusonii da mia semina

Cuscino della suocera” dalla fantasia degli italiani; “golden barrel” dalla pragmaticità anglosassone. Chiamalo come vuoi, ma l’Echinocactus grusonii resta il più conosciuto e apprezzato tra i rappresentanti di questo interessante genere originario delle zone subdesertiche dell’America settentrionale. Come regola generale, suggerisce Anderson, il modo più semplice per distinguere i cactus del genere Echinocactus da quelli del genere Ferocactus è tenere presente che i primi sono caratterizzati da dense, lanose corone al loro apice.

Da qui spuntano i fiori. Con calma, però. Con estrema calma, almeno per il grusonii, che impiega qualche decade prima di cacciare piccoli fiori giallo-oro (relativamente deludenti, considerato il tempo di attesa) attorno alla corona apicale.

Echinocactus horizonthalonius in fiore
Echinocactus horizonthalonius in fiore

E. grusonii – purtroppo quasi estinto in natura a causa dell’urbanizzazione sconsiderata nei luoghi d’origine – è tra le specie di cactus più propagate e vendute al mondo. Merito del suo aspetto, del suo potenziale “decorativo” (sic), ma anche dalla facilità di germinazione e crescita delle plantule.
Ne ho svariati esemplari, la maggior parte ottenuti da mie semine. Crescono abbastanza svelti, almeno nei primi anni, e si prestano ottimamente alla coltivazione wild in pieno sole, a patto di abituarli gradualmente all’esposizione agli inizi della primavera.

Qui trovate un approfondimento sulla specie Grusonii.

Coltivare grusonii è facile. Altrettanto facile è coltivarli male. Non a caso in giro si vedono vere e proprie tristezze di piante con spine sottili (quando non del tutto eziolate). Io li tengo in svariate miscele, per testarne gli effetti sulla crescita. Devo dire che ho ottenuto risultati più che apprezzabili anche nel classico mix torba-lapillo-pomice, anche se la composta a base di terra di campo è decisamente quella che mi ha dato più soddisfazione. Certo, le piante crescono un po’ più lentamente, ma la forma del fusto e la spinagione ne giovano.

Echinocactus parryi
Echinocactus parryi

Alcune piante le tengo in serra non ombreggiata, altre in pieno sole da aprile a ottobre. In autunno tiro le somme… e c’è poco da fare, gli Echinocactus in pieno sole hanno spine molto più robuste e fitte. Il fusto è di un verde meno carico rispetto a quello degli esemplari in serra ed è densamente coperto di spine, spinte a crescere con maggiore vigore anche per dare protezione al fusto stesso.

Il genere annovera altre interessanti specie, a partire dal robusto E. horizonthalonius, che fiorisce precocemente (dopo sette/otto anni, a quanto ho potuto vedere), E. texensis (che gli americani chiamano “horse crippler“, ossia “azzoppa cavalli” per via delle spine), E. parryi, dalla crescita lenta ma con una spinagione che ripaga ampiamente l’attesa.

Echinocactus texensis in fiore
Echinocactus texensis in fiore

A proposito di questa specie: ho sempre sentito dire che è delicatissima, che guai a rinvasarla, che perde le radici con niente, che marcisce con estrema facilità… Francamente, coltivo E. parryi da alcuni anni (non l’ho ancora seminato però), ne ho una decina di esemplari e non ho trovato alcuna corrispondenza con quanto si dice. Anzi, è una pianta molto robusta e l’unica sua vera richiesta è il sole: molto meglio quello diretto che non quello filtrato anche dal solo telo trasparente della serra. Non si scotta e produce spine notevoli.

Abbastanza comune è E. platyacanthus, che da semenzale ha il fusto di un bellissimo color azzurro (ne ho una ventina di esemplari da mia semina di 4 anni fa: crescono rapidi e producono spine a spada, rade ma pericolose negli esemplari adulti).
Infine, E. polycephalus, pianta stupenda, in particolare quando ha qualche anno, con spine da urlo, ma decisamente rognosa. Almeno per la mia limitata esperienza. Ne ho un solo esemplare, piuttosto giovane: è inchiodato da due anni e non ne vuole sapere di ripartire.

Echinocereus
Echinocereus pentalophus
Echinocereus pentalophus

Il genere Echinocereus è uno tra i più “affollati” della famiglia delle cactacee: conta circa 60 specie e diverse sottospecie. Fu descritto per la prima volta nel 1848 da George Engelmann, che coniò il termine Echinocereus unendo la parola greca echinos, ossia “riccio” o “riccio di mare”, con riferimento in particolare ai frutti, e cereus (“cero” o “candela”).

Engelmann, tuttavia, non ritenne opportuno creare un genere a sé e preferì inserire queste piante nel genere Cereus. Anni più tardi, abbracciando l’orientamento di altri ricercatori, Karl Schumann, tra il 1897 e il 1898, stabilì che Echinocereus meritasse un posto a sé nella classificazione delle cactacee.

Le piante di questo genere sono di medie o piccole dimensioni, molto variabili nelle forme, che vanno dalla brevicilindrica alla globosa, quasi sempre accestite o ramificate. Anche le spine sono molto variabili e possiamo avere piante con spine corte, sottili, pettinate o rade, così come esemplari con spine lunghe, spesse e robuste. Le radici possono essere carnose in alcune specie oppure fibrose e molto ramificate in altre.

I fiori sono molto vistosi, tra i più belli delle cactacee: sono quasi sempre grandi, a imbuto, molto colorati e con il calice ricoperto di spine. I colori variano dal verdastro (E. viridiflorus) al magenta, all’arancio, al rosso, al giallo, al fucsia. In quanto a fioriture sono piante decisamente attraenti, senza contare che, a differenza della maggior parte delle cactacee, negli Echinocereus i fiori possono restare aperti per diversi giorni.

Echinocereus viridiflorus
Echinocereus viridiflorus

La coltivazione di questo genere è tra le più semplici: si tratta di piante robuste e con poche esigenze. Vogliono un terriccio ben drenante e tendenzialmente povero: un mix di terra di campo e inerti può andare benissimo, così come può essere d’aiuto l’aggiunta di una piccola frazione di organico (torba o humus), al massimo pari al 10 o 20%. Le annaffiature devono essere abbondanti in stagione di crescita, a partire da aprile.

Molti coltivatori suggeriscono di aspettare la completa formazione dei bocci prima di dare acqua, pena la perdita della fioritura. Francamente non ho mai avuto perdite di boccioli pur annaffiando quando questi ultimi non erano ancora ben formati. Di certo, gli Echinocereus sono molto resistenti alla siccità e possono stare tranquillamente all’asciutto fino alla primavera inoltrata. Per quanto riguarda l’esposizione, si tratta di piante che gradiscono molta luce, meglio ancora il sole diretto.

Echinocereus knippelianus
Echinocereus knippelianus

Nessun problema con le temperature: sono cactacee estremamente rustiche e molte specie reggono parecchi gradi sotto zero (anche -10 o –15 gradi), a patto che il terriccio sia asciutto.

Molto semplice è anche la semina: i tassi di germinabilità sono buoni e le piante non hanno bisogno di particolari accorgimenti nemmeno nei primi mesi di vita.

Le specie interessanti sono tantissime ed è davvero questione di gusti perché gli Echinocereus possono essere talmente diversi tra di loro da accontentare quasi tutti. Tra le specie a spina rada va ricordato E. knippelianus, dai bellissimi fiori rosa, mentre tra quelle a spina pettinata E. pectinatus, anche nella versione rubrispinus. Tra gli Echinocereus fortemente accestiti, è interessante, soprattutto per i bei fiori fucsia con la gola bianca, E. pentalophus. Per chi ama le spine robuste, consigliatissimo E. engelmanni, accestito e ricoperto da spine lunghe e spesse.

Echinocereus viereckii ssp morricalii
Echinocereus viereckii ssp morricalii

Poco significativa come pianta ma in grado di regalare belle fioriture gialle è E. subinermis, dal fusto verde intenso con spine corte e sottili. Molto belle le tante varianti di E. triglochidiatus (a fioritura rossa), così come interessante è E. viridiflorus, dai fiori verdastri e piuttosto piccoli per il genere. Tra gli Echinocereus di piccole dimensioni va ricordato sicuramente il davisii, una tra le specie più belle di tutto il genere in quanto a forma, spine e fioriture. Una cactacea “nana” decisamente affascinante.

Echinopsis
Echinopsis hybrid
Echinopsis hybrid

Quello degli Echinopsis è forse il genere più comune tra tutti quelli appartenenti alla famiglia delle cactacee. Diffusissime ormai da decenni, le piante di questo genere si possono vedere coltivate un po’ dappertutto: su balconi e terrazze, su davanzali, nelle città come nelle campagne. Si tratta infatti di piante molto robuste, rustiche, di facilissima coltivazione e molto tolleranti ai più svariati metodi di coltivazione. In più, regalano fioriture di breve durata ma molto appariscenti, abbondanti e a più riprese dalla primavera inoltrata fino all’autunno.
Diciamo che volessimo consigliare un cactus a chi si approccia per la prima volta alla coltivazione di queste piante, gli Echinopsis sarebbero certamente un valido suggerimento.

Si tratta di piante originarie dell’america del Sud, in particolare degli stati della Bolivia, del Perù, dell’Argentina, del Brasile, del Paraguay e dell’Uruguay. Furono inizialmente descritte da Joseph Zuccarini nel 1837, che coniò il nome Echinopsis unendo i termini greci “echinos” (riccio o riccio di mare) e “opsis” (ossia “aspetto”). Successivamente, tra il 1919 e il 1923, Britton e Rose inclusero 28 specie in questo genere, non senza rilevare le affinità con le piante del genere Lobivia. All’ampio genere Echinopsis, non a caso, nel corso degli anni e anche ai giorni nostri, molti autori sono stati e sono propensi a ricondurre non solo il genere Lobivia, ma anche i generi Trichocereus, Soehresia, Acanthocalycium.

Echinopsis vari
Echinopsis ibridi in fiore

Gli esemplari di Echinopsis sono solitamente globosi con tendenza ad assumere un portamento brevicilindrico con l’età; sono quasi sempre fortemente pollonanti, di medie dimensioni. Il fusto presenta coste poco marcate lungo le quali si formano le areole e le spine, che sono tendenzialmente corte, puntute e poco spesse.
Se le specie comprese in questo genere ammontano a 128 (stando a quanto riporta Anderson in “The Cactus Family”), gli ibridi ormai non si contano più. In particolare, negli ultimi decenni moltissimi coltivatori, in particolare tedeschi, hanno incrociato piante di Echinopsis con Trichocereus e varie specie di Echinopsis tra di loro, ottenendo incroci caratterizzati da fioriture davvero di tutti i colori e di tutte le sfumature: dal giallo al bianco, dal rosso all’arancio, per passare al rosa, al color pesca, salmone, viola, fino a creare fiori variegati, striati, con doppie sfumature. Insomma, volendo c’è di che sbizzarrirsi e non sono pochi gli appassionati di cactus che hanno creato intere collezioni unicamente di Echinopsis o Trichocereus.

Il fiore è quasi sempre a “tromba”, con un lungo stelo e gli ampi petali disposti a corolla. Le fioriture sono notturne: il bocciolo comincia ad aprirsi durante la sera per raggiungere la massima apertura intorno alla mezzanotte. Purtroppo, si tratta di fioriture effimere, tanto che alla volta del mezzogiorno successivo all’apertura i fiori cominciano ad afflosciarsi per appassire del tutto nell’arco di poche ore.

Echinopsis hybrid Sterntaler
Echinopsis hybrid Sterntaler

La coltivazione è quanto di più semplice si possa pensare per una cactacea. Gli Echinopsis si accontentano di comune terra di campo addizionata con alcuni inerti come pomice, lapillo, ghiaia e un po’ di torba. L’importante, insomma, è che si tratti di terra ricca di humus, a differenza della maggior parte delle cactacee. Le annaffiature devono essere abbondanti durante la stagione di crescita, ossia da fine marzo a tutto ottobre, per poi essere sospese per tutto l’inverno, così che la pianta possa entrare in stasi e preparare la fioritura dell’anno seguente. Ricordiamoci che gli Echinopsis “bevono” in abbondanza e che si potrà arrivare ad annaffiarle anche quasi tutti i giorni se il terriccio è corretto e asciuga rapidamente.
Le piante appartenenti a questo genere vogliono molta luce (va benissimo anche il sole diretto, a patto che siano abituate gradualmente in primavera) e sono in grado di sopportate temperature minime anche di alcuni gradi sotto lo zero, purché il terriccio sia asciutto.

La riproduzione non presenta alcun problema: i semi solitamente hanno buoni tassi di germinabilità e le plantule non necessitano di cure particolari rispetto alle altre cactacee. Molto facile è anche la riproduzione per talea, dal momento che si tratta di piante che pollonano in continuazione. Sarà sufficiente staccare un pollone ben formato ruotandolo delicatamente fino a staccarlo dalla pianta madre. A quel punto si lascerà asciugare il pollone per alcune settimane in una zona arieggiata ma in ombra, per poi poggiarlo su pomice pura oppure sabbia e nebulizzarlo spesso, così da favorirne la radicazione. Una volta che il pollone avrà radicato potrà essere rinvasato in terriccio idoneo e trattato come una pianta adulta.

Echinopsis oxygona
Echinopsis oxygona

Si dice che le piante pollonate fioriscano di meno. Francamente non ho avuto riscontri positivi in questo senso: mi pare che le piante, pollonate o meno, fioriscano senza problemi. Anche quelle fortemente accestite non si risparmiano in quanto a fioriture, per la mia esperienza. Per come la vedo io, lasciare o togliere i polloni è dunque una scelta personale che risponde più che altro a ragioni estetiche.

Le specie più comuni sono la subdenudata (priva di spine e a fioritura bianca), la eyriesii, la oxygona e la cultivar giapponese haku jo, dalla stranissima fioritura.

Epithelantha
Epithelantha micromeris in fiore
Epithelantha micromeris in fiore

Sono tra i più piccoli cactus esistenti. Sono anche, a mio avviso, tra i più affascinanti, con la forma inizialmente perfettamente sferica del fusto, densamente ricoperto di spine bianco-grigiastro. Crescendo, il fusto tende ad allungarsi per diventare cilindrico e addirittura leggermente prostrato negli individui di una certa età.
Le Epithelantha, un tempo annoverate nel genere Mammillaria, sono originarie del deserto di di Chihuahua, negli stati messicani di Coahuila, Nuevo Leon e San Luis Potosi, ma l’areale può spingersi fino al Texas del sud. Il nome di questo genere deriva dalla dai termini greci “epi”, ossia “su”, “thele” cioè “mammella” e “anthos” (fiore).

Dunque: fiore sulla mammella. Le infiorescenze sbocciano infatti all’apice delle piante e non tra i tubercoli, a corona, come avviene per le Mammillaria. I fiori sono piccoli, di colore da bianco a rosa pallido (giallognoli in E. polycephala). Alcuni li trovano insignificanti, in realtà sono belli pur nella loro semplicità, ma sono talmente contenuti come dimensioni e di colore talmente tenue da passare quasi inosservati tra la lanugine e le spine (generalmente più lunghe di quelle sul resto del fusto) che crescono all’apice della pianta formando un ciuffo.

Epithelantha micromeris con frutti
Epithelantha micromeris con frutti

Le dimensioni delle piante delle varie specie di Epithelantha sono, come detto, molto contenute. Gli esemplari adulti possono arrivare a 4 o 5 centimetri di larghezza e a 10/12 centimetri di lunghezza. La crescita in genere è piuttosto lenta, anche se i semenzali, da quanto ho potuto notare, se tenuti nel giusto terriccio hanno dei ritmi non necessariamente esasperanti.

Una delle particolarità delle piante di questo genere è che sono autosterili, ad eccezione di E. micromeris, che è autofertile. I frutti sono a forma allungata, fino a due centimetri, di colore rosso vivo. Sono molto attraenti dal punto di vista estetico, tanto che si fanno notare più che i fiori! I semi maturano in estate, alla volta del mese di agosto. In alcuni casi seccano senza crescere e restano nascosti tra le spine apicali per poi essere spinti fuori alla primavera seguente.

Epithelantha polycephala
Epithelantha polycephala

La coltivazione delle Epithelantha è decisamente semplice. Sono piante a crescita lenta ma robuste. Reggono benissimo il pieno sole grazie alla fitta copertura del fusto data dalle spine bianche (che riflettono la luce) e per far sì che mantengano la forma compatta, almeno nei primi anni, necessitano di luce intensa. Le specie di questo genere crescono benissimo in marna. C’è chi le coltiva su marna pura e chi su marna addizionata con inerti. Per la maggior parte delle mie Epithelantha uso marna al 50%, pomice, ghiaia o quarzite e un 10% di torba. Alcune le tengo in terra di campo, torba al 10% e inerti: crescono bene anche in questa miscela. Annaffiature abbondanti in stagione di crescita e asciutta totale da fine settembre a fine marzo. Con la disidratazione alcuni esemplari si sgonfiano notevolmente, tanto che l’apice si infossa e le piante giovani assumono la forma che Giuseppe Lodi definiva “a tortellino”. Se tenute asciutte non hanno alcun problema con le basse temperature: le mie sono arrivate a picchi di -9 gradi.

Epithelantha unguispina
Epithelantha unguispina

La specie più diffusa è E. micromeris, che è poi quella che si potrebbe definire l’Epithelantha-tipo: globosa, fittamente ricoperta di sottili e corte spine bianche tendenti al grigio nella parte bassa del fusto. Le altre Epithelanthe da alcuni autori sono considerate specie distinte, da altri semplici sottospecie della micromeris.
Molto bella è la unguispina, con la spina centrale più lunga delle altre, dritta e scura. C’è poi la polycephala che, come indica il nome, ha un fusto centrale in genere allungato attorno al quale spuntano numerose altre teste (o semplici polloni). Leggere varianti rispetto alla micromeris caratterizzano infine E. bokei, E. pachyrhiza (così denominata per via delle radici spesse e larghe, quasi a tubero).

La semina non presenta problemi. Il fatto che la pianta sia autofertile semplifica le cose per quanto riguarda l’approvvigionamento dei semi, che sono piccoli, sferici e neri, facili da togliere dal frutto quando quest’ultimo è secco. La germinabilità dei semi freschi è tendenzialmente alta e i semenzali non sono difficili da trattare. Nell’arco di un paio di anni è possibile ottenere esemplari ben formati e robusti. Ne ho parecchi da mia semina e, salvo il caso di alcuni che ho ripicchettato in terriccio troppo povero (solo terra di campo e inerti), sono cresciuti relativamente svelti assumendo in tre anni l’aspetto delle piante adulte. Per i primi due anni è sconsigliato l’uso della marna in percentuali significative (oltre il 20%) a meno che non si voglia rallentare ulteriormente la crescita di queste piante.

Escobaria
Escobaria minima
Escobaria minima

Piante perfette per chi ha poco spazio a disposizione. Il genere Escobaria comprende infatti almeno 23 specie (il dato è fornito da Anderson in “The Cactus Family“), molto variabili tra di loro e tutte di piccole dimensioni. Inoltre, è un genere piuttosto generoso con le fioriture, solitamente abbondanti e appariscenti.

Il genere fu descritto da Nathaniel Britton e Joseph Rose nei primi decenni del ‘900, ma la classificazione di queste piante è stata lunga e controversa. Le Escobaria presentano in effetti non poche affinità con gli esemplari dei generi Coryphantha e Mammillaria. A complicare le cose, nel corso degli anni, è stata la decisione di alcuni autori di creare generi affini come Neobesseya, Cochiseia e Acharagma, nei quali sono confluite specie attualmente considerate appartenenti al genere Escobaria.

La distribuzione di queste piante è molto ampia e va dalle regioni del sud del Canada fino agli Stati Uniti, al nord del Messico e, per la specie cubensis, fino a Cuba.

Escobaria lloydii
Escobaria lloydii

La forma del fusto è piuttosto variabile e si va da quella globosa a quella brevicilindrica, fino alle forme accestite. I fusti di queste piante non presentano costolature ma tubercoli (di qui le affinità con Coryphantha e Mammillaria) e sono sempre ricoperti da una fitta spinagione. Le spine non sono mai spesse o lunghe come, ad esempio, nei Ferocactus: si tratta quasi sempre di spine corte, sottili e puntute, in alcuni casi (vedi E. minima) tozze e spesse.
I fiori spuntano all’apice dalla tarda primavera e le fioriture proseguono per tutta l’estate. I colori variano dal biancastro al rosa, fino al fucsia. I frutti sono oblunghi e a forma di baccello e spuntano anch’essi all’apice o attorno all’apice delle piante.

Escobaria (Acharagma) aguirreana
Escobaria (Acharagma) aguirreana

La coltivazione, almeno per la maggior parte delle specie, è semplice e le piante sono robuste e piuttosto rustiche, in grado di reggere molto bene il freddo, andando anche a diversi gradi sotto lo zero. Escobaria vivipara, ad esempio, tollera senza problemi inverni all’aperto anche nelle regioni del Nord Italia, con terriccio umido, poiché vegeta anche durante parte dell’inverno.

Le Escobaria crescono bene in terricci piuttosto poveri, a base di terra di campo non calcarea e inerti e pochissimo organico (un 10% di torba o humus sarà più che sufficiente). Alcuni esemplari, come E. aguirreana (denominata anche Acharagma aguirreana) li tengo in marna al 50% e crescono bene, mantenendo il fusto compatto e la fitta spinagione.

Generalmente le Escobaria vogliono molta luce, annaffiature abbondanti durante la stagione di crescita da fine marzo a tutto settembre e asciutta invernale. Le specie che crescono più a nord (come E. vivipara) possono anche essere annaffiate occasionalmente anche durante il nostro inverno.

Escobaria vivipara
Escobaria vivipara

Le specie interessanti sono parecchie, a cominciare da E. minima, pianta dal portamento accestito e dalle copiose fioriture color fucsia. Molto bella è anche E. lloydii, anch’essa tendente ad accestire, con il fusto ricoperto da fitte spine bianche e fioriture abbondanti di color bianco crema. Tra le altre specie che meritano un posto nelle collezioni degli amanti di questo genere, E. aguirreana, E. roseana, E. sneedii, E. tuberculosa e, senz’altro, la citata E. vivipara, molto variabile a seconda dell’areale di provenienza e dalle bellissime fioriture fucsia.

Particolare, infine, è Escobaria abdita, diventata piuttosto ricercata dagli appassionati negli ultimi anni. Si tratta di una pianta nana, a crescita lenta e il cui fusto è avvolto da splendide spine bianche curvate e carnose. Ne ho un paio di esemplari giovani: la sfida, con questa specie, è riuscire a mantenere compatto e basso il fusto, che in caso di eccessive annaffiature e terriccio non idoneo (ad esempio perché troppo ricco di organico) tende ad allungarsi perdendo completamente il suo portamento sferico.

Ferocactus
Ferocactus sp, particolare del fiore
Ferocactus sp, particolare del fiore

Se non si amano le spine, meglio lasciar perdere. Salvo poche eccezioni, le piante del genere Ferocactus è con le spine che si fanno notare e amare da parecchi appassionati di cactaceae. Larghe, robuste, lunghe e uncinate, dritte e acuminate, colorate e contorte: davvero, in fatto di spine, con i Ferocactus ce n’è per tutti i gusti.
Il nome attribuito al genere, d’altra parte, dice già molto: l’etimologia è ferox, feroce. Eppure, prima di approdare all’attuale classificazione, le specie di questo genere sono rimaste a lungo entro i confini dell’Echinocactus, genere col quale effettivamente ci sono diverse affinità.

I Ferocactus sono originari delle zone desertiche del Messico e del Nord America (Arizona, California, Nuovo Messico e Texas. In natura, da globose queste piante assumono una forma cilindrica, che con l’età può raggiungere dimensioni notevoli e altezze fino a tre metri. Hanno quasi sempre coste molto marcate, possono essere cespitose o pollonare alla base con l’età. Per le fioriture in genere si fanno attendere.

Ferocactus glaucescens f. inermis
Ferocactus glaucescens f. inermis

Sì, perché se alcune specie come F. macrodiscus fioriscono abbastanza presto (a cinque o sei anni), altre richiedono parecchi anni prima di regalare i primi fiori. Se la spinagione resta il punto di forza di queste piante, le fioriture non sono affatto trascurabili: i fiori spuntano all’apice, sono di media grandezza e hanno notevoli sfumature dal giallo al rosso, fino al rosa intenso (come nel macrodiscus).

La coltivazione è decisamente semplice, a patto di dare a queste piante il massimo della luce. Decisamente consigliata l’esposizione al sole diretto (possibilmente in modo graduale se d’inverno sono tenuti in zone poco luminose), che porta le piante a produrre spine più larghe e robuste. Con le giuste accortezze anche in vaso è possibile ottenere esemplari notevoli, anche se le spine degli esemplari in habitat sono davvero qualcosa di spettacolare. Ho visto alcuni F. gracilis in Baja California di un diametro di non più di quindici centimetri con spine talmente larghe e spesse da nascondere quasi completamente il fusto.

Ferocactus macrodiscus
Ferocactus macrodiscus

Li tengo in terriccio semplice, a base di argilla (almeno il 20%), pomice, ghiaia e poca torba (10 o 15%), perché ho visto che queste piante gradiscono un po’ di organico. Anche un po’ di gesso nella composta è utile: incoraggia la produzione di spine più robuste. Ho fatto anche qualche prova con la marna, che negli ultimi anni si sta aprendo un varco anche nella coltivazione di queso genere, e per ora sta dando ottimi risultati. Ho provato a tenere in substrati con percentuali dal 20 al 50% di marna alcuni latispinus, acanthodes e chrysacanthus: la crescita è meno veloce rispetto a quella degli esemplari coltivati in terriccio “tradizionale” (pomice, lapillo e torba in parti uguali) ma la spinagione è migliore e il fusto rimane compatto.

Molti esemplari, soprattutto mie semine, li tengo all’aperto, in pieno sole da fine marzo a tutto ottobre. Non c’è confronto con le piante tenute in serra: all’esterno, alla pioggia e al sole diretto crescono decisamente meglio e con spine più grosse.

Ferocactus chrysacanthus, una mia semina
Ferocactus chrysacanthus, una mia semina

Le specie sono parecchie e si può andare da quelle di dimensioni più contenute, come macrodiscus e latispinus, a quelle enormi, come pilosus e herrerae. Molto bello è il latispinus, con spine piatte, rosse e gialle, uncinate e molto larghe. Bellissimo anche il chrysacanthus, con grovigli di spine gialle, lunghe e anch’esse uncinate all’estremità. Ho diversi esemplari di F. acanthodes ottenuti da semina (i semi venivano da un frutto secco preso da una pianta in Arizona), alcuni gracilis, diversi herrerae (classici ma sempre belli!), poi glaucescens, glaucescens f. inermis (uno dei pochi Ferocactus privi di spine). Interessante è anche la specie peninsulae, con lunghe spine rosso cupo, più rade rispetto ad altri esemplari di questo vasto genere.

Ferocactus herrerae
Ferocactus wislizeni ssp. herrerae

Da tre anni ho seminato anche F. schwarzii: da giovane la pianta non dice granché, somiglia quasi ad un Echinocactus grusonii con spine sottili, ma da adulta guadagna in bellezza, formando coste molto marcate, una bella forma sferica e spine dritte, gialle e forti.

La semina è semplicissima. I tassi di germinabilità di queste piante, da quello che ho potuto constatare, sono molto alti e le plantule superano senza problemi il primo anno, con morìe limitatissime. Il risultato è che ho un numero esagerato di latispinus, acanthodes, schwarzii, herrerae… In questo modo, però, posso sperimentare terricci e regimi di coltivazione differenziati.

 

 

Elenco completo dei generi