Coda di scimmia, dedos de muerto, peyote, biznaga: come nascono i nomi comuni delle succulente

Tutti gli appassionati di cactus e succulente hanno dimestichezza con nomi e nomignoli come “cuscino della suocera“, “albero di giada“, “sassi viventi“, “cappello del vescovo“, “Natalina“, “Peyote“. Ma che ne dite di “unghia di strega“, “dedos de muerto“, “estrella de la tarde“, “traveler’s friend“, “collana di perle“, “lingua del diavolo“, “blue barrel“, “ruga del deserto“?

La classificazione botanica risponde a precisi criteri scientifici e ci aiuta ad orientarci tra le varie famiglie di piante, succulente o meno, suddividendole in famiglie, generi, specie, sottospecie, varietà, ecc. In parallelo, però, da sempre è pratica comune in tutto il mondo attribuire “nomignoli” alle piante. Sono i cosiddetti nomi comuni o nomi “volgari” (da “volgo”, popolo). Nomi popolari o nomi vernacolari, potremmo dire. E in questo ambito la fantasia umana ha avuto modo di esprimersi ampiamente, riflettendo anche da un punto di vista sociale, storico e culturale le caratteristiche dei popoli. Basti un esempio: quello che in Italia è stato battezzato “cuscino della suocera” per via della sua forma a “pouf” per nulla invitante a causa delle forti spine, nel mondo anglosassone è noto come “golden barrel“, ossia botte d’oro. Due definizioni diverse, insomma, per la stessa cactacea, l’Echinocactus grusonii: una connotata dalla pungente ironia italica, l’altra dal pragmatismo britannico. 

Gli esempi sono pressoché infiniti e, oltre a rivelarsi una interessante chiave di lettura di quella che possiamo definire “l’anima dei popoli”, possono divertire, stupire, incuriosire. Possono indurre domande e possono insegnare. Nell’articolo che segue, ecco un’ampia raccolta dei più diffusi nomi comuni attribuiti nel mondo a cactus e succulente con la spiegazione delle possibili ragioni circa la scelta del “nomignolo”. L’elenco è in ordine alfabetico: per ogni nome botanico sono indicati i vari nomi comuni. (…)

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Le spine dei cactus: a cosa servono e perché si è passati dalle foglie agli aculei

Così come si riscontra un’ampia variabilità di forme e colori nelle foglie delle specie botaniche in generale, che possono presentarsi piatte, carnose, aghiformi, ovate, cuoriformi, lanceolate, ecc., altrettanta varietà troviamo nelle spine delle cactacee. Nel corso dei millenni l’evoluzione ha portato a un ventaglio di forme e colori notevole, con aculei che possono avere consistenza cartacea oppure elastica e finissima o, ancora, presentarsi rigide, tozze e corte, lunghe e larghe, piatte o affusolate, acuminate, uncinate, di colore nero, grigio, bianco, rosso, giallo.

In linea generale possiamo dire che i cactus sono le uniche piante ad essere dotate di spine, dal momento che in altri esemplari del mondo botanico non è del tutto corretto parlare di vere e proprie spine. Pensiamo alle comuni rose: quelle che noi chiamiamo spine sono in realtà escrescenze che si producono lungo gli steli, alternandosi alle foglie, delle quali i cactus sono invece privi. Dunque, cosa sono esattamente le spine e come sono arrivate le cactacee a evolversi con queste “armi” lungo il fusto? A quale funzione assolvono gli aculei nei cactus? Perché alcuni sono acuminati mentre altri sono uncinati? E perché esistono anche cactacee del tutto prive di spine?

A tutte queste domande diamo una risposta nell’articolo che segue (…)

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Operazione Atacama: un bell’esempio di lotta contro il traffico illecito di cactus

E’ stata battezzata “Operazione Atacama” ed è di fatto la più vasta operazione di polizia nella storia italiana del contrasto al traffico illecito di piante grasse. Conclusa nelle scorse settimane, l’operazione portata avanti dai Carabinieri italiani in collaborazione con la Polizia cilena ha condotto al sequestro di un migliaio di cactus rari (quasi tutti appartenenti ai generi Copiapoa ed Eriosyce), buona parte dei quali sono poi stati rispediti in Cile per tentare il reintegro nel loro habitat naturale.

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Il marciume colpisce il mio Astrophytum di oltre 25 anni: ecco cosa ho fatto per salvarlo

Questa è una di quelle “sorprese” che non vorresti mai ricevere quando fai un salto in serra a controllare le tue piante. Che qualche pianta, specie in primavera, possa essere colpita da marciume radicale è inevitabile, soprattutto quando si coltivano centinaia di piante. Che a marcire sia proprio quell’esemplare che è con te da vent’anni, che hai visto crescere e fiorire ogni anno e che magari ha un valore affettivo particolare (ad esempio perché ti era stato regalato in una determinata occasione)… beh, è sempre dura da mandare giù, anche per il coltivatore più esperto. In questo caso, però, non è ancora detta l’ultima parola: l’Astrophytum myriostigma che vedete nelle foto è una delle piante con me da più tempo, è messo male ma non è ancora spacciato.

Ecco cosa è successo e come sto cercando di salvarlo. (…)

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Cactus e malattie: stop all’ansia, a volte non possiamo far altro che lasciar fare alla Natura

Parliamo di cactus e malattie partendo da una semplice foto. La pianta che ha dato spunto a questo articolo, e che vedete qui in alto, è (o meglio, era) un Ancistrocactus (=Glandulicactus) mathssonii. Avevo ottenuto questo esemplare con una mia semina circa dieci anni fa e fortunatamente altri otto o nove “fratelli” di questa pianta sono ancora in perfetta salute, crescono e fioriscono regolarmente. Questa particolare pianta, pur trattata esattamente come gli altri esemplari di quella semina e piantata nello stesso tipo di substrato in cui vivono i miei altri mathssonii (terra di campo, poca marna e un 60% di inerti) un paio di anni fa si è presa qualche “fungo” e nel giro di poche settimane è morta. Credo si trattasse di fusarium, ma ad oggi poco importa, perché la malattia ha fatto il suo corso e quel che resta è… l’armatura di questo cactus, ossia un bellissimo intreccio di spine che abbraccia il vuoto lasciato dal fusto che, con il tempo, si è seccato fino a decomporsi e a sparire del tutto. 

L’osservazione di quel che rimane di questa pianta, che da un paio di anni tengo lungo un muretto non distante dalla serra, dove di solito sposto le piante malate (per malattie, in questo caso, intendo genericamente patogeni e parassiti) per evitare che possano contagiare altri esemplari, mi ha portato ad alcune considerazioni sulla coltivazione e sul trattamento delle malattie delle piante. Considerazioni che ho condensato nell’articolo che segue. (…)

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