La marna come substrato per i cactus: è davvero il Sacro Graal dei cactofili?

L’utilizzo della marna come componente del substrato per la coltivazione di cactus è diffuso ormai da anni, in particolare in Italia, soprattutto grazie agli studi e alle ricerche condotte dall’amico Andrea Cattabriga, coltivatore, ricercatore ed esperto di succulente a livello internazionale.

Ma di cosa parliamo, quando parliamo di marna? Molto banalmente, di una roccia grigiastra e altamente friabile, al punto da sfaldarsi in scaglie fino a diventare polvere. Unita in determinati dosaggi ad altri materiali come quarzite, pomice, sabbia, ghiaia, lapillo, torba, terra di campo, la marna è usata per creare substrati per la coltivazione di molti cactus e di alcune piante succulente.

In questo articolo approfondiamo i benefici dell’utilizzo della marna nella coltivazione dei cactus, vediamo come realizzare un buon substrato a base di marna e cerchiamo di capire, soprattutto, con quali generi di cactacee può funzionare questo materiale e con quali va invece evitato.

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Cactus e rinvasi: il classico mix pomice, lapillo, torba (poca) per velocizzare la crescita

In genere comincio i rinvasi da metà dicembre in avanti, per terminare entro i primi mesi del nuovo anno. Quest’anno, considerato il numero di piante da mia semina che necessitano di un rinvaso (gli “esuberi” che ogni tanto cedo ad amici o conoscenti), ho cominciato con largo anticipo.

Nonostante le temperature ancora alte per il periodo, infatti, le piante sono già in stasi e si può procedere senza problemi. Il periodo del rinvaso è uno degli argomenti più dibattuti, insieme alla composizione dei terricci di coltivazione: c’è chi travasa solo piante in vegetazione, chi solo in primavera, chi durante l’inverno e chi travasa in qualsiasi periodo dell’anno.

Diciamo che non c’è una regola fissa: io stesso, nel corso degli anni, ho rinvasato praticamente in tutte le stagioni, a seconda delle esigenze, e non ho mai riscontrato problemi. L’importante è attenersi a quell’unico accorgimento davvero utile che è quello di evitare di annaffiare subito dopo il rinvaso. Occorre dare alle radici danneggiate o tagliate durante il rinvaso il tempo di cicatrizzare in terriccio asciutto, così da evitare il rischio che possano innescarsi marciumi.

Il resto è questione di scelte. Personalmente preferisco cambiare terra alle piante durante la stagione invernale, o comunque quando i cactus e le succulente sono in stasi vegetativa, ad esempio appena prima della primavera, così che tra il rinvaso e la prima annaffiatura intercorrano diverse settimane. Da anni seguo questa “regola” e non ho mai avuto problemi. Certo, può capitare che qualche pianta faccia fatica a ripartire dopo un rinvaso, al punto da restare bloccata anche per un anno intero, ma questo può succedere rinvasando in qualsiasi periodo. Non dimentichiamo che per le piante il rinvaso è in ogni caso uno “stress” non da poco. Anche per questo prediligo l’inverno, quando le cactacee sono a riposo e gli effetti del rinvaso sono meno “traumatici”.

Approfondiamo il tema dei rinvasi e dei substrati per cactus nell’articolo che segue.

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Terra, terriccio, composta, mix: in altre parole, il substrato per cactus e succulente

Sarò tranchant, ma voglio sgombrare subito il campo da equivoci e falsi miti: la terra giusta per i cactus non esiste. Esistono tanti tipi di terricci (o composte, substrati, miscele, la questione non cambia) e ci sono generi che prediligono determinate sostanze e altri che ne richiedono altre ancora.

Stabilito questo e depennata una delle prime Faq (Frequently Asked Questions) del cactofilo alle prime armi – «Quale è la terra migliore per i miei cactus? – si può dire semmai che da una parte ci sono le caratteristiche che un buon terriccio per cactus deve necessariamente avere; dall’altra le esigenze delle singole piante.

Mammillaria hahniana una mia semina
Mammillaria hahniana, una mia semina in terra di campo e inerti

In origine la questione era semplice e la relativa risposta ce la dava il buon Giuseppe Lodi, il quale, dopo aver osservato “i mozziconi di radici di certe importazioni” e aver notato come questi fossero “incrostati di terra argillosa”, suggeriva un “terriccio base” decisamente “naturale” e versatile: “Si può partire da una miscela di terra comune argillosa (di campo o di giardino), sabbia grossolana e terriccio di foglie, in parti uguali. Di questi tre componenti nessuno può bastare, da solo”.

Salvo forse per la difficile reperibilità del terriccio di foglie (attenzione ad andare per boschi e uscire con sacchi di fogliame decomposto: ci sono multe per prelievi di questo tipo), la ricetta fornita dal pioniere italiano nella coltivazione di cactus e piante grasse era più che sensata, oltre che sperimentata. Al limite, considerata la difficoltà di reperimento del terriccio di foglie (Lodi consigliava foglie di faggio o castagno), che oltretutto deve essere ben decomposto (e anche in questo caso può contenere funghi e batteri pericolosi per le piante), si può sostituire questo elemento con della torba di buona qualità, setacciata fine e privata di grumi e filamenti.

Peccato che nel corso degli anni ci si è un po’ persi per strada, accantonando i consigli del Lodi per puntare tutto su quello che per molti è ancora il substrato standard a base di torba, lapillo e pomice in parti uguali. Standard al punto da andare bene per qualsiasi genere e specie di succulenta.

Vediamo in questo articolo quali sono i migliori substrati per la coltivazione di cactus e piante grasse sulla base della mia esperienza e a seguito di prove e sperimentazioni con varie miscele nel corso degli anni.

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La torba è davvero un killer di cactus? Miti e conferme sui materiali di coltivazione

Ci metto il lapillo o solo la pomice? La torba è davvero un demonio ammazza-cactus, così come si sente dire in giro? Ma allora com’è che i vivaisti coltivano in torba quasi al 100% e non passano le giornate a contare i morti in serra? E’ un campo (e il termine ci sta tutto) sterminato, quello dei materiali e degli elementi che possono finire in una composta per cactus e piante grasse.

Un campo sterminato in primo luogo perché le variabili sono infinite e vanno dai regimi di coltivazione, ai fattori ambientali, alla latitudine, fino alla tipologia di pianta (ci sono differenze tra le esigenze, in termini di substrato, tra una caudiciforme e un cactus, per esempio). Poi perché gli stessi elementi, si pensi alla terra di campo, possono variare immensamente tra loro. Ad esempio in base alla zona di “prelievo”: chiaro che la terra della Pianura Padana non può avere le stesse caratteristiche chimiche di quella di una certa zona della Bolivia, per dirne una.

Sicché, come ci si orienta tra i tanti elementi e materiali che possiamo reperire – alcuni facilmente, altri meno – per poi miscelarli e realizzare una buona composta? Una prima risposta, banale finché vogliamo ma sempre sensata, è l’esperienza. L’osservazione diretta. La sperimentazione, insomma. Un’altra risposta banale e forse proprio per questo spesso lasciata cadere nel vuoto è la conoscenza. Conoscenza delle proprietà dei singoli “ingredienti” che vanno a creare il substrato e conoscenza delle esigenze della singola pianta.

Ecco allora, nell’articolo che segue, una panoramica di alcuni elementi che nel corso degli anni ho usato nelle mie miscele: alcune studiate, frutto di confronto con amici coltivatori o di letture di libri scritti da attendibili cactofili, altre incoscientemente (o criminalmente?) assemblate con lo scopo di testare il livello di sopportazione di questa o quella pianta. Lascio a un post specifico l’approfondimento dei substrati.

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