Generi dalla M alla R

Mammillaria
Mammillaria theresae
Mammillaria theresae

Anche se non si è appassionati di questo genere è difficile restare indifferenti a una Mammillaria in piena fioritura. I fiori, generalmente piccoli ma molto graziosi, spuntano tutto intorno all’apice della pianta, creando la classica corona che tradisce immediatamente il genere.

Nell’ampia famiglia delle cactacee il genere Mammillaria è quello che conta il maggior numero di specie: oltre duecento secondo alcuni autori. Non a caso, per molti anni, il genere è stato classificato suddividendolo in sottogeneri e serie.

Non pochi cactofili, inoltre, considerate le notevoli variabili tra specie e specie coltivano esclusivamente Mammillaria.

Inizialmente descritte da Adrian Haworth nel 1812, le Mammillaria prendono il nome dalla somiglianza dei caratteristici tubercoli con delle mammelle. I tubercoli possono essere pronunciati, lunghi o corti e le varie specie possono essere a loro volta globose, solitarie, cilindriche, accestite, allungate e a crescita prostrata, ma sempre di piccole o medie dimensioni e a crescita piuttosto lenta.

Mammillaria polythele cv un pico
Mammillaria polythele cv un pico

Le areole sono sempre all’apice dei tubercoli e in alcuni casi le piante di questo genere producono una fitta peluria (ad es. M. hahniana, M. bocasana e M. plumosa). Le spine possono essere corte, fitte, lunghe e puntute oppure pettinate, spesso sottili e uncinate.

Le Mammillaria sono originarie dell’area del Sud-Ovest degli Stati Uniti e del Messico, ma se ne trovano alcune specie anche nell’America centrale e in alcuni stati al nord dell’America latina, come Colombia e Venezuela.
I caratteristici fiori spuntano sempre dall’ascella dei tubercoli, attorno all’apice della pianta e generalmente sono piccoli. Non mancano tuttavia Mammillaria dalle fioriture, oltre che abbondanti, molto vistose, come M. longimamma, M. theresae, M. senilis. I colori sono molto variabili e possono andare dal rosa pallido al giallo, fino al rosso e al fucsia. Sbocciano quasi sempre contemporaneamente e in gran quantità creando corone all’apice dei soggetti. Le fioriture, a seconda della specie, possono andare dalla fine dell’inverno fino a tutto l’autunno.
Anche le radici possono essere variabili ed essere sottili oppure carnose e allungate, come nel caso di M. luethyi, M. aurelianata, M. guelzowiana.

Mammillaria herrerae albiflora
Mammillaria herrerae albiflora

La coltivazione delle Mammillaria, salvo che per alcune specie (un po’ più delicate e lente), è molto semplice. Vanno tenute in piena luce, se non sole diretto, annaffiate abbondantemente durante la stagione di crescita e in asciutta totale da fine settembre a marzo. Sono piante resistenti al gelo e se tenute ben asciutte e possono tollerare temperature ben al di sotto dello zero. Sono anche piante adattabili e poco esigenti in fatto di terriccio (salvo nel caso delle specie a radice fittonante) e possono stare nella composta tradizionale a base di pomice, lapillo e torba, oppure in substrati a base di terra di campo e inerti. Ho ottenuto buoni risultati anche con la marna, che ho usato però solo per le specie a crescita lenta e con radice carnosa, come M. magallanii, M. lenta, M. luethyi, M. lasiacantha, M. herrerae.

Molto semplice è anche la semina, anche se in genere i semi sono piuttosto piccoli e difficili da maneggiare. Per la maggior parte delle specie i tassi di germinabilità sono buoni e ottenere esemplari di discrete dimensioni nel giro di soli sette, otto mesi non è affatto difficile. Ho seminato ad esempio diverse M. bocasana e M. candida e da fine marzo, da quando i semi sono germogliati, fino al loro primo inverno le piante erano sufficientemente robuste e grandi da poter essere trattate come esemplari adulti ed essere ripicchettate la primavera seguente.

Mammillaria hahniana
Mammillaria hahniana

Dare indicazioni complete sulle varie specie è praticamente impossibile nell’ambito di una scheda, considerata l’ampiezza di questo genere. Un’ottima lettura, in proposito, è il volume “Mammillaria” di John Pilbeam, della collana “The Cactus File Handbook”.

Personalmente apprezzo molto le “mammillaria bianche” (ossia coperte di fitte spine bianco/grigio), come M. lasiacantha, M. candida, M. magallanii, M. humboldtii. Molto belle sono anche M. senilis, dai grossi fiori color rosso vivo, M. theresae, che produce abbondanti fioriture color violaceo, poi M. pectinifera, M. herrerae (soprattutto nella versione albiflora), M. napina e M. perezdelarosae, una delle più affascinanti di tutto il genere, a mio avviso.

Mammillaria luethyi
Mammillaria luethyi

Tra le specie con fioriture spettacolari c’è la longimamma, che produce grossi fiori giallo intenso e M. luethy, credo la Mammillaria con la fioritura più bella in assoluto, grazie alla gola bianca del fiore, che passa poi al violetto da metà dei petali. A proposito di M. luethy, si dice sia una pianta molto rognosa, difficile da coltivare e facile a marcire. Se ne trovano infatti esemplari innestati, che a mio avviso andrebbero evitati perché il fusto perde completamente la sua forma compatta. Ne ho un esemplare ormai da parecchi anni che tengo in marna al 50% e, salvo la crescita lenta, non mi ha mai dato particolari problemi.

Matucana
Matucana aureiflora in fioritura
Matucana aureiflora in fioritura

Molti vivaisti e alcuni collezionisti si fermano alla specie madisoniorum, la più diffusa di questo genere. Al massimo si spingono alla varietà albiflora, a fiore bianco anziché rosso. Le Matucana, tuttavia, possono sorprendere per numero di specie e varietà, alcune anche piuttosto “cattive” in fatto di spina.

Il genere è originario delle Ande peruviane e presenta non poche affinità con Oroya e con Denmoza. Sono generalmente globose con tendenza a svilupparsi in forma cilindrica col tempo. Ne ho diversi esemplari delle specie madisoniorum, aureiflora, intertexta e oreodoxa.

La classica madisoniorum è molto variabile: alcuni esemplari sono del tutto privi di spine, altri le sviluppano col tempo ma sempre diradate. Caratteristico è il fusto, verde intenso e ruvido, con costolature appena accennate nei giovani esemplari e più marcate in quelli adulti.

Una mia semina di Matucana madisoniorum
Una mia semina di Matucana madisoniorum

Si coltiva facilmente: i primi tempi la tenevo in composta tradizionale con pomice, lapillo e poca torba, ma negli ultimi anni le ho passate in terra di campo, pomice, ghiaia, torba al 20% e quarzite. Non sono particolarmente delicate ma temono il freddo umido, che tende a macchiarle di giallo.

Molto generose in quanto a fioritura sono le aureiflora, dal fusto verde brillante (liscio e non ruvido come per madisoniorum) e spine inizialmente giallo oro, poi brune. In primavera producono in abbondanza fiori di un giallo intenso (aureiflora non a caso). Le tratto esattamente come le madisoniorum.

Tra le Matucana spinose trovo interessanti la oreodoxa (fiore arancio, allungato come per madisoniorum) e intertexta (fiore rosso), dalla particolare spina bianca con la punta nera, molto fitta attorno al fusto globoso.
Le tengo tutte in serra, senza ombreggiatura se non quella data dal telo di copertura, e hanno retto temperature fino a -7 senza danneggiarsi. Solo una mia semina di madisoniorum, durante l’inverno, ha patito il freddo più delle altre e ha riportato macchie all’epidermide, poi quasi scomparse con la crescita.

Matucana intertexta
Matucana intertexta

Riguardo alle annaffiature, uso lo stesso regime che riservo alle cactaceae in genere: abbondanti in stagione vegetativa, ogni 10/15 giorni, per sospenderle del tutto dalla fine di settembre, inizi di ottobre. Le Matucana sono tra i generi che si sgonfiano rapidamente, come i Gymnocalycium, ma alla ripresa bastano un paio di irrigazioni e riprendono la loro forma piena.

La semina non presenta problemi, anche se per ora posso parlare della sola madisoniorum (altre specie non le ho ancora seminate): crescono relativamente veloci e sviluppano radici robuste e piuttosto lunghe rispetto, ad esempio, a quelle dei Ferocactus o degli Echinocactus.

Melocactus
Melocactus matanzanus: mie semine
Melocactus matanzanus: mie semine

Piante molto diffuse, facilmente reperibili in commercio eppure particolarmente “rognose” dal punto di vista della coltivazione, i Melocactus rappresentano un genere davvero particolare di cactacee. Con buona probabilità furono i primi cactus osservati dagli europei durante i loro viaggi nelle Americhe. Secondo diverse fonti, i Melocactus furono osservati anche da Colombo nelle Indie Occidentali, al suo approdo sul continente americano. Si tratta dunque di cactacee con una storia intrigante, probabilmente all’origine del termine kaktos, da cui cactus, anche se pare che questa denominazione, utilizzata dal celebre botanico e naturalista Linneo per indicare piante spinose in generale, fosse in uso anche prima della sua nascita, nel 1707.

I Melocactus sono originari di svariate zone calde del continente americano, in particolare Antille, Cuba, Brasile, Colombia, ma anche Venezuela, Perù ed Ecuador. Sono tra le poche cactacee, insieme ad esempio ai Discocactus, a non tollerare il freddo, in particolare quando gli esemplari hanno superato i tre o quattro anni di età.
La forma del fusto delle varie specie appartenenti a questo genere è quasi sempre globosa, ma col tempo può assumere un portamento brevicilindrico e in molti casi pollona abbondantemente dando vita a “cespi” con più teste. Il fusto, da verde chiaro a verde scuro fino ad azzurro (in M. azureus) è solcato da coste piuttosto marcate, lungo le quali si formano le areole che portano spine di varia forma: da quelle corte e robuste a quelle lunghe e sottili (ad esempio nella specie ernestii).

Melocactus, particolare del cefalio
Melocactus, particolare del cefalio con frutti

La particolarità di queste piante sta tuttavia nel “cefalio”, quella sorta di “cappello” che spunta nelle piante adulte e che rende il genere altamente riconoscibile. Dopo alcuni anni i Melocactus smettono infatti di crescere e cominciano a formare un fitto intrico di sottilissime spine (più che altro una sorta di peluria) all’apice. Col tempo, questa formazione, di colore bianco o rosso, si allarga e comincia a crescere in altezza (in natura può arrivare fino a una trentina di centimetri): questo è il cefalio e da qui spunteranno i piccoli fiori bianchi, rosa o fucsia. Più avanti rispetto alla fioritura, dalla peluria del cefalio spunteranno i frutti, molto decorativi, a forma di bacca di colore dal rosa al rosso.

Da quando i Melocactus mettono il cefalio diventano particolarmente “permalosi”, non tollerano più temperature inferiori a dieci/dodici gradi e, in caso di perdita di radici, faticano a riprendersi, sgonfiandosi col tempo fino a seccare e a morire. Anche per questo si consiglia, una volta che la pianta ha messo il cefalio, di non rinvasarla più, per evitare di “disturbare” il delicato apparato radicale.

La coltivazione di questo genere non è difficile, a patto di mettere in conto che si tratta di piante capricciose, che possono bloccarsi e perdere le radici con facilità. Durante la stagione di crescita, da aprile a ottobre, vogliono molta luce ma non necessariamente sole diretto, annaffiature abbondanti e terriccio molto drenante e sabbioso ma non privo di una percentuale di organico (attorno al 20%). Gradiscono anche un certo tasso di umidità ambientale.

Melocactus ernestii
Melocactus ernestii

D’inverno vanno riparate in casa o in ambiente con temperature non inferiori ai 14 gradi e vanno annaffiate una volta al mese, non di più. Gli esemplari giovani sono meno delicati: in inverno ne ho tenuti alcuni da mia semina a temperature tra 1 e 2 gradi di minima, all’asciutto da ottobre ad aprile, e hanno resistito. Solo alcuni hanno riportato danni all’apice che si sono evoluti in un pollonamento anomalo che ha portato le piante ad assumere un aspetto cespitoso, comunque molto interessante.

La semina è semplice e segue le regole valide per la maggior parte delle cactacee. Ho ottenuto moltissimi esemplari di M. matanzanus, la maggior parte dei quali, dopo soli cinque anni, hanno cominciato a mettere il cefalio. Procurarsi i semi è decisamente semplice, dal momento che i Melocactus sono autofertili (ossia in grado di impollinarsi da soli) ed è sufficiente avere un esemplare adulto e aspettare i frutti, che andranno lasciati seccare per poi recuperare i semi.

Melocactus matanzanus
Melocactus matanzanus

Va detto che la specie matanzanus è tra le più precoci: il fusto è di piccole dimensioni (è forse la specie di Melocactus più piccola di tutto il genere) e smette di crescere abbastanza presto per mandare avanti il solo cefalio, dal quale spuntano piccoli fiori color fucsia e frutti di colore rosa.

Tra le specie più interessanti di questo ampio genere, oltre al già citato M. matanzanus, M. bahiensis, M. azureus ed M. ernestii, dalle spine lunghe e sottili.

Qui trovate un approfondimento sul genere Melocactus.

Neoporteria (Eriosyce)
Neoporteria nidus
Neoporteria nidus

Piante originarie del Sud America, in particolare del Cile e delle Ande dell’Argentina. Il genere Neoporteria è, dal punto di vista della classificazione, piuttosto destabilizzante: nel 1994 Fred Kattermann lo ha completamente rivisto e ha ricondotto queste piante sotto il nuovo genere Eriosyce, che comprende, oltre alle cactacee un tempo classificate come Neoporteria, anche quelle dei generi Neochilenia, Islaya, Pyhrrocactus, Thelocephala, Rodentiophila e altre ancora. Tuttavia, per molti coltivatori, il nome Neoporteria sopravvive.

Sono piante generalmente molto spinose, a forma globosa o brevicilindrica e a crescita relativamente lenta. Giuseppe Lodi le definiva “delicate”, e in effetti qualche accortezza è opportuna per coltivare questi generi. Anzitutto ho notato che, evidentemente per via del fatto che crescono sostanzialmente nelle stesse zone, si comportano come le Copiapoa: rallentano la crescita nei mesi più caldi e centrali per riprendere a vegetare alla volta di settembre, fino a tutto ottobre.

Neochilenia napina
Neochilenia napina

Per questo è bene sospendere le annaffiature dalla metà di giugno e riprendere da settembre e fino a tutto ottobre. Qualche sporadica annaffiatura durante l’inverno, nelle giornate calde, può essere utile, ma devo dire che fino ad ora gli esemplari che coltivo li ho sempre lasciati del tutto asciutti da novembre a tutto marzo, senza alcun problema.

Temono i ristagni idrici più di altre succulente e per questo con le Neoporteria (Eriosyce) è opportuno usare terricci poveri, prevalentemente minerali. Una buona soluzione è terra di campo (al 20%) e il resto inerti. Oppure terra di campo, inerti e poca torba (al massimo un 10%).
Durante la stagione di crescita vogliono molto sole, soprattutto per far sì che mantengano la forma del fusto compatta e la fitta spinagione. Il sole diretto va benissimo, a patto che le piante siano state abituate gradualmente. Per quanto riguarda le temperature, le ho tenute fino a minime di -5 gradi senza alcun problema (con terriccio asciutto).

Le specie riconducibili al genere Eriosyce sono moltissime, quasi tutte accomunate dalla fitta spinagione: in alcuni casi le spine sono corte e robuste, in altri sono sottili ma talmente addensate da nascondere completamente il fusto.

Neoporteria (neochilenia) chilensis
Fiori di Neoporteria chilensis

I fiori sbocciano in primavera, dall’apice delle piante, e sono molto appariscenti, con colorazioni che vanno dal rosa al fucsia.

Tra le specie interessanti, sicuramente Neoporteria nidus, del tutto avvolta dalle spine bianco grigiastre, poi Neoporteria villosa, dalle forti spine color marrone, e Neoporteria napina, una delle poche con spine rade e corte, ma dal bel fusto color grigio. Altre specie interessanti sono Rodentiophila atacamensis, a crescita molto lenta, e quasi tutti i Pyhrrocactus.

Per ora ho seminato solo Rodentiophila atacamensis e Islaya maritima e non ho notato particolari difficoltà rispetto ad altre cactacee. Di sicuro, la coltivazione di questi generi non è delle più facili e occorre un po’ di esperienza. Gli esemplari adulti, tuttavia, ripagano ampiamente gli sforzi con spine davvero notevoli, come nel caso della rara (e rognosissima) Eriosyce umadeave. Non mi è ancora capitato di vedere piante adulte di questa specie in coltivazione, ma gli esemplari che si vedono nelle foto di habitat sono davvero impressionanti.

Obregonia
Obregonia denegrii
Obregonia denegrii

Obregonia è un’altra cactacea molto particolare, al pari della Luchtenbergia. L’aspetto è infatti più simile a quello di una pianta succulenta che non al classico cactus, sebbene possa vagemente ricordare un Ariocarpus. Diversi autori hanno ipotizzato affinità tra Obregonia e i generi Ariocarpus, Strombocactus e persino Lophophora.

Questa pianta è stata scoperta nel 1923 nella valle di Jaumave, nello stato messicano di Tamaulipas. Il genere conta una sola specie: O. denegrii, che venne classificata dal botanico Alberto Vojtěch Frič.

Il nome dato a questa specie omaggia Álvaro Obregón, uno dei leader della Rivoluzione Messicana e in seguito presidente del Messico dal 1920 al 1924. Obregonia denegrii è una pianta solitaria, a forma globosa, schiacciata, con tubercoli triangolari che terminano in corte e sottili spine. Il diametro massimo della pianta può arrivare a superare i venti centimetri e il colore del fusto è verde scuro, con i tubercoli vecchi spesso secchi e tendenti al marrone. L’apice è lanoso e da qui spuntano i fiori in tarda primavera: sono relativamente piccoli e di colore bianco con leggere striature color marroncino, talvolta con la gola rosata.

Obregonia denegrii
Obregonia denegrii

La radice è carnosa, molto sviluppata e quasi napiforme: col tempo cresce a tal punto da deformare i vasi, un po’ come accade con gli Ariocarpus.
In natura cresce su rocce calcaree, tra la vegetazione del deserto di Chihuahua. La pianta è catalogata nell’appendice I della convenzione Cites, dal momento che è stata oggetto di collezionismo spinto e per il fatto che il suo limitato areale di provenienza è stato distrutto per fini agricoli.

La coltivazione della Obregonia non presenta particolari problemi, a patto di assicurare a queste piante un terriccio drenante e vasi ampi e profondi da contenere comodamente il grosso apparato radicale. Ne tengo alcuni esemplari in terra di campo e inerti e altri in marna e inerti. In entrambe le composte aggiungo al massimo un 10% di torba per evitare che la crescita venga spinta eccessivamente facendo perdere alle piante il loro aspetto naturale, basso e schiacciato.

Annaffiature regolari e abbondanti durante la fase di crescita, da aprile a settembre, e asciutta totale durante l’autunno e l’inverno. Non ho riscontrato particolari intolleranze alle basse temperature, diciamo fino a -5 gradi, purché in terriccio asciutto.

L’esposizione al sole di queste piante non deve essere troppo violenta: meglio sole filtrato, almeno nelle ore più calde della giornata. Ne ho un esemplare che tengo, come test, in pieno sole e in effetti ha rallentato notevolmente la crescita, infossandosi nel terriccio e assumendo un colore verde spento, con alcuni tubercoli giallognoli.

Obregonia denegrii, una mia semina tenuta in pieno sole
O. denegrii, una mia semina in pieno sole

La semina è semplice e le piante germinate in aprile a luce e calore naturali crescono senza problemi arrivando al loro primo inverno sufficientemente sviluppate da poter essere trattate come esemplari adulti, ossia all’asciutto e al freddo.

Una curiosità: Obregonia denegrii è anche detta “Artichoke cactus”, ossia “cactus carciofo”, per via del suo aspetto, che può vagamente ricordare quello di questo comune ortaggio.

Opuntia

E’ senza dubbio una delle cactacee più diffuse al mondo. Originaria delle Americhe, con un areale vastissimo che va dal Canada fino all’Argentina, l’Opuntia è ormai naturalizzata in moltissime altre parti del globo, dall’Europa (in particolare negli stati del Sud) fino all’Australia.

Opuntia azurea
Opuntia azurea

Le forme più comuni si distinguono immediatamente per la classica forma dei fusti, accestiti, composti da veri e propri ammassi di “pale” (detti anche “articoli”), ossia segmenti a forma cilindrica/ovoidale, appiattiti e di consistenza carnosa. L’esemplare più comune di questo genere di cactacea, in Italia, è quello che volgarmente viene chiamato “fico d’India” (Opuntia ficus-indica), che cresce ormai spontaneo in tutto il Sud del Paese ed è conosciuto anche per i suoi grossi frutti commestibili, di colore dall’arancio al rosso cupo, polposi, dolci e ricchi di grossi semi neri.

Le prime descrizioni di questo genere risalgono addirittura al Settecento, ad opera di Joseph Pitton de Tournefort che indivudò la specie classificandola e illustrandone la forma dei fiori e dei frutti. Una cinquantina di anni più tardi, nel 1754, grazie anche alla importante spinta alla classificazione impressa da Linneo con il suo fondamentale studio Species Plantarum (vero e proprio punto di partenza per quanto riguarda la nomenclatura delle specie vegetali), Philip Miller pubblicò ufficialmente la descrizione del genere Opuntia. Il nome scelto per queste piante deriva probabilmente da quello della regione greca Locris Opuntia, la cui capitale era Opus, dove crescevano diverse specie vegetali spinose.

Opuntia fragilis
Opuntia fragilis

Nel corso degli anni, come spesso accade nella classificazione delle piante, i ricercatori cominciarono a operare molte distinzioni, individuando diversi sottogeneri rispetto al genere Opuntia. Il Lodi, ad esempio, elenca i sottogeneri Platyopuntia (piante con articoli appiattiti), Cylindropuntia (con articoli cilindrici), Tephrocactus (con articoli globosi o brevicilindrici).
Tra gli studiosi c’è quindi chi considera vere e proprie Opuntia solo le specie riconducibili al sottogenere Platyopuntia, suddividendo le Opuntia con fusti cilindrici in tre generi: Cylindropuntia, Austrocylindropuntia (di origine sudamericana) e Corynopuntia (originarie degli Stati Uniti e del Messico). Molti ricercatori sono infine propensi a considerare Tephrocactus un genere a sé stante, ossia affine ma distinto da Opuntia. Personalmente, pur prendendo atto delle non poche affinità tra le piante in questione, sono di questo parere.

Lasciando ai ricercatori le distinzioni più “sottili” e considerando il genere Opuntia senza distinguere i sottogeneri Cylindropuntia, Austrocylindropuntia e Corynopuntia, il numero delle specie riconducibili a questo variegato genere sono centinaia. Le caratteristiche comuni sono in ogni caso la forma accestita di queste piante, con articoli (cilindrici o a forma di “pala”) che si sovrappongono l’uno all’altro e che si staccano facilmente, consentendo alla pianta di riprodursi naturalmente per talea molto facilmente. E’ infatti sufficiente staccare una pala o un articolo e poggiarlo su pomice o sabbia, in primavera, per far sì che radichi e generi un nuovo esemplare nell’arco di pochi anni.

Opuntia rhodantha
Opuntia rhodantha

Le spine delle piante appartenenti al genere Opuntia sono molto variabili: possono essere cortissime e sottili (ad esempio in O. microdasys), e in questi casi prendono il nome di glochidi, oppure lunghe sette/otto centimetri, flessibili, puntute, di colore da biancastro a grigio. I glochidi (presenti anche in molti Tephrocactus, alla base delle spine vere e proprie) sono uncinati e si staccano dalla pianta con estrema facilità: maneggiando le Opuntia senza guanti è facilissimo riempirsi le mani di queste spinette. Penetrano nello strato superficiale della pelle e si agganciano grazie al loro uncino. Non provocano dolore ma sono parecchio fastidiose e molto difficili da togliere.

I fiori delle Opuntia, così come le spine, sono molto variabili: spesso di medie dimensioni, possono essere campanulati e di colori che vanno dal giallo, al rosa, al rosso, all’arancio. Le Opuntia ne producono in grande quantità e, soprattutto in habitat, danno vita a fioriture spettacolari, che sembrano letteralmente dare vita alle zone subdesertiche in cui queste piante prosperano. Ai fiori segue la formazione del frutto, solitamente a forma globosa e, in alcuni casi, come nella citata O. ficus-indica, sono commestibili.

La coltivazione delle Opuntia è quanto di più semplice si possa pretendere da una cactacea: si tratta di piante estremamente rustiche, robuste, molto tolleranti al freddo (ad esempio le specie canadesi o nord americane, come la O. fragilis) resistono senza problemi a temperature di oltre dieci gradi sotto lo zero, anche con terriccio umido. Anche per questo, in moltissime regioni del Sud Italia, queste cactacee crescono spontaneamente e si riproducono velocemente. In anni passati, in Australia, le Opuntia divennero infestanti, tanto che per ridurne l’avanzata si ricorse alla cocciniglia, un predatore naturale che attacca spesso queste piante (così come le cactacee in genere).

Opuntia fragilis hybrid
Opuntia fragilis hybrid durante l’inverno

In generale, le specie appartenenti a questo genere crescono benissimo in pieno sole, in terriccio drenante ma un po’ più ricco rispetto ad altre cactacee (va benissimo la terra di campo con un 40% di inerti e un po’ di organico). In inverno si possono tenere all’aperto, anche al Nord Italia a temperature prossime allo zero. Alcune specie, particolarmente robuste (O. azurea, O. fragilis) superano l’inverno all’esterno anche se esposte alle intemperie e con terriccio umido. In molti casi, durante la stagione invernale, le pale sidisidratano fino ad accartocciarsi e assumono una colorazione rossiccia: saranno sufficienti le prime annaffiature primaverili per farle tornare carnose e del loro colore verde naturale.

La propagazione delle Opuntia avviene quasi esclusivamente mediante talea. La semina è comunque facile, anche perché i semi sono solitamente più grossi rispetto a quelli delle altre cactacee, ma la germinazione richiede più tempo. La talea è il mezzo più veloce e sicuro per propagare un determinato esemplare, con tutto il suo corredo genetico. E’ sufficiente staccare un articolo o una pala esercitando una lieve pressione e al tempo stesso facendolo ruotare sul suo punto di giuntura. Una volta staccato, l’articolo va lasciato asciugare per alcune settimane per poi poggiarlo su pomice oppure su pomice con uno strato superficiale di sabbia spesso circa un centimetro. Per le prime settimane è sufficiente qualche nebulizzazione: quando vedremo che la talea ha attecchito e sarà più salda, potremo cominciare ad annaffiare regolarmente una volta ogni due o tre settimane.

Ortegocactus

Genere monotipico, Ortegocactus conta unicamente la specie macdougallii. Si tratta di piante molto particolari, non sempre presenti nelle collezioni degli appassionati, spesso poco o per niente conosciute. Il genere Ortegocactus, d’altra parte, ha una storia relativamente recente, essendo stato identificato per la prima volta “solo” nell’inverno tra il 1951 e il 1952 da Tom MacDougall.

Ortegocactus macdougallii
Ortegocactus macdougallii

Queste piante furono individuate nello stato di Oaxaca, nel sud del Messico, non distante dal villaggio di San José Lachiguirí. Alcuni esemplari furono spediti al New York Botanical Garden, a Edward Alexander, il quale decise che nonostante le somiglianze di quegli esemplari con quelli del genere Mammillaria e Coryphantha, fosse necessario creare per loro un nuovo genere. Il nome, Ortegocactus, fu scelto in onore della famiglia Ortega, che aiutò MacDougall a scoprire queste nuove piante.

In seguito diversi autori contestarono la decisione di Alexander, affermando che, considerate le affinità, le piante originarie di San José Lachiguirí potessero essere ricomprese nel genere Coryphantha o nel genere Neobesseya. Ad oggi, tuttavia, la classificazione di Alexander resiste e il genere Ortegocactus fa ancora storia a sé.

O. Macdougallii è una pianta di piccole dimensioni, dai 3 ai 4 centimetri, inizialmente solitaria, globosa, col tempo brevicilindrica e tendente ad accestire. Il fusto ha una particolare colorazione tra il verde pallido e il grigio chiaro. I tubercoli sono a forma romboidale, sono molto pronunciati e dalle areole spuntano spine corte di colore bianco/grigio con la punta nera. La spina centrale è dritta e lunga dai 3 ai 4 millimetri, le radiali sono in numero da 7 a 8, lunghe dai 5 ai 10 millimetri.

I fiori sbocciano all’apice della pianta durante l’estate, dall’ascella dei tubercoli, e sono di colore giallo intenso con il pistillo verde e nel complesso piuttosto appariscenti. Da quello che ho visto non sono piante particolarmente generose nelle fioriture.

Ortegocactus macdougallii
O. macdougallii: il fiore

In natura crescono unicamente nello stato di Oaxaca, su terreni calcarei. Secondo alcuni autori la coltivazione di queste piante è piuttosto difficile, ma da quello che ho potuto constatare non mi pare lo sia più di tanti altri generi ben più diffusi. Ne ho avuto un esemplare in passato, morto tempo fa, e ne ho uno da una decina di anni, ormai accestito. Lo tengo in una composta a base di terra di campo lievemente calcarea, ghiaia di fiume, pomice e pochissima torba (meno del 10%). Cresce lentamente ma non mi ha mai dato particolari problemi.
Gli Ortegocactus vogliono molto sole, aria e annaffiature abbondanti in stagione di crescita. In inverno tengo la mia pianta in asciutta totale a temperature minime attorno a 0 gradi. Più volte è andata sotto zero senza riportare alcun danno.

Molto comune, in queste piante, è l’arrossamento della base, che conferisce all’esemplare un aspetto non proprio rassicurante, quantomeno quando la macchia è molto estesa. Pare si tratti di un fenomeno naturale, ricorrente anche in habitat (sebbene questa di pianta non abbondino immagini in natura). In sostanza, forse a causa del freddo durante l’inverno, alla base della pianta madre così come dei polloni si formano macchie rosso/brune, simili a quelle provocate da attacchi fungini. La pianta tuttavia non ne risente affatto ed è possibile contenere l’estensione delle macchie assicurandole un buon ricambio di aria e bassi tassi di umidità.

Parodia (Notocactus)
Notocactus uebelmannianus
Parodia (Notocactus) uebelmannianus

Al genere Parodia, negli ultimi anni, sono stati ricondotte le specie appartenenti a parecchi altri generi, come Brasilicactus, Eriocactus, Wigginsia e, soprattutto, Notocactus. Una scelta, questa, che ha riscontrato il disappunto di molti coltivatori: non a caso diversi autori sono ancora propensi a considerare a sé stante quantomeno il genere Notocactus. Il sistema di classificazione internazionale, tuttavia, ad oggi considera il solo genere Parodia, comprendente oltre sessanta specie, ed è pertanto a questo che mi riferisco in questa scheda.

Classificato nel 1923 da Carlos Spegazzini, il genere onora nella sua denominazione Domingo Parodi, uno studente di botanica originario del Paraguay. Le specie appartenenti a questo genere sono originarie del Brasile, dell’Uruguay, del Paraguay, dell’Argentina e della Bolivia.

Si tratta di piante molto diffuse, di poche pretese e per questo molto frequenti nelle collezioni degli appassionati, soprattutto di quelli alle prime armi. Le forme delle piante di questo genere vanno dalla globosa alla brevicilindrica, con coste marcate o con tubercoli. Le spine possono essere corte e sottili, oppure robuste e contorte.

I fiori sbocciano all’apice o attorno all’apice della pianta, sono in genere grandi e appariscenti, a campana e con colori molto sgargianti che possono andare dal giallo oro al viola, passando per il rosa, il rosso e l’arancio.

Parodia (Notocactus) leninghausii
Parodia (Notocactus) leninghausii

Sono piante di facile coltivazione, a crescita medio lenta e in grado di perdonare parecchi errori. Si accontentano di un terriccio semplice, leggermente umifero, come il classico mix a base di lapillo, pomice e torba in parti uguali. Ne tengo alcuni esemplari in terra di campo, pomice, ghiaia di fiume e un 20% di torba e crescono bene anche in questo substrato. Durante la stagione di crescita vogliono molta luce, ma si accontentano anche di sole leggermente filtrato. Annaffiature abbondanti da aprile a tutto settembre e asciutta totale nei mesi invernali.

Per ottenere buone fioriture, da quello che ho potuto constatare, richiedono una buona dose di luce anche durante l’inverno, a differenza di altre cactacee che fioriscono facilmente anche dopo aver trascorso i mesi dell’asciutta in zone scarsamente illuminate. Resistono bene alle basse temperature, a patto che il terriccio sia ben asciutto: le mie piante in inverno vanno regolarmente a zero gradi di minima, con punte attorno ai -5 e non ne hanno mai risentito.

Senza particolari problemi è anche la semina, che segue le regole valide per tutte le altre cactacee. I semi i n genere hanno buoni tassi di germinabilità e le plantule non richiedono accorgimenti particolari nemmeno durante i primi mesi di vita.

Parodia (Notocactus) roseoluteus
Parodia (Notocactus) roseoluteus

Molte sono le specie comuni, diffuse in moltissime collezioni e facilmente reperibili sul mercato. Tra queste, Parodia magnifica (Notocactus magnificus), dalle coste molto pronunciate, pollonante alla base e dalla fioritura di color giallo intenso. Comuni sono anche Parodia mammulosa e Parodia (Notocactus) uebelmannianus, pianta globosa con spine sottili e dalle abbondanti fioriture di color viola intenso. Altra specie molto coltivata è Parodia (Notocactus) leninghausii, a portamento colonnare e dall’apice curiosamente inclinato. Ha il fusto color verde intenso, fitte spine sottili dorate lungo le coste e produce bellissimi fiori giallo oro all’apice. Interessanti anche Parodia buiningii (dagli enormi fiori gialli) e roseoluteus, una delle specie dalle fioriture più affascinanti per via dei petali rosa brillante con la gola gialla.

Parodia mammulosa (red flower)
Parodia mammulosa (red flower)

Facile da reperire è anche Parodia haselbergii, dalla caratteristica spinagione bianca e con fioriture rosso intenso, molto precoci, tanto che dalla fine dell’inverno questa specie comincia a produrre i bocci all’apice.
Se piacciono le spine lunghe e fitte, Parodia maassii è, a mio avviso, una delle specie più belle dell’intero genere, con il fusto letteralmente avvolto dalla spinagione dorata e robusta. La crescita è lenta, ma ripaga ampiamente l’attesa.

Una curiosità: alcuni autori, considerate le affinità, suggeriscono che a questo genere debbano essere ricondotte anche le specie dei generi Blossfeldia e Frailea. Ad oggi, tuttavia, questa ipotesi non sembra avere grande seguito tra coltivatori, appassionati e ricercatori.

Pelecyphora

Piante molto apprezzate dai collezionisti, le Pelecyphora hanno fama di essere cactacee di difficile coltivazione. In realtà, si tratta di una convinzione errata, perché, con i giusti accorgimenti, queste piante non presentano particolari problemi dal punto di vista della coltivazione, a patto di accettarne i ritmi di crescita decisamente lenti.

Pelecyphora aselliformis
Pelecyphora aselliformis

Al genere Pelecyphora appartengono due specie: la aselliformis e la strobiliformis. Dal punto di vista della classificazione, la seconda specie è stata (ed ancora, da parte di alcuni ricercatori) oggetto di infinite controversie. Il Lodi, ad esempio, nel suo libro-Bibbia per i cactofili, è tranchant: il genere, scrive, “comprende una sola specie (la aselliformis; nda): altre specie che gli erano attribuite fanno parte di altri generi”. Il lavoro di Lodi, che resta comunque un punto di riferimento importante, è tuttavia datato e da quando è stato scritto (la seconda edizione risale al 1997) l’orientamento prevalente è cambiato e la specie strobiliformis è ora generalmente accettata nel genere Pelecyphora.

Queste cactacee sono originarie del Messico e sono di piccole o medie dimensioni (fino a 6 centimetri di diametro), inizialmente a forma allungata, poi clavata e infine, negli esemplari adulti, globosa. Le prime descrizioni del genere si hanno a partire dal 1843, da quando il tedesco Carl Ehrenberg ha registrato alcune piante importate dal Messico classificandole come Pelecyphora aselliformis. Il nome del genere deriva dal greco pelekys (“ascia” o “scure”) per via della forma ad “ascia” dei tubercoli di queste piante. Asellus (da cui aselliformis) è invece il piccolo crostaceo simile al porcellino di terra, la cui forma è ricordata dalla disposizione che hanno le spine (“pettinate”) nella P. aselliformis.

Pelecyphora strobiliformis
Pelecyphora strobiliformis

Molto più tardi, nel 1927, è stato scoperto e studiato un altro cactus proveniente dal Messico. Inizialmente classificato come Ariocarpus strobiliformis (in queste piante in effetti i tubercoli possono ricordare vagamente quelli degli Ariocarpus), è stato poi classificato come genere a sé e denominato Encephalocarpus strobiliformis dallo studioso Alwin Berger. Solo alcuni anni più tardi, nel 1969, altri ricercatori (Anderson e Broke) hanno trasferito E. strobiliformis nel genere Pelecyphora, facendolo diventare la seconda specie di questo genere di cactacea e abolendo al tempo stesso il genere Encephalocarpus, che tuttavia, per molti ricercatori e appassionati sopravvive ancora oggi. Di qui la confusione che regna ancora ai giorni nostri relativamente a queste due piante: P. aselliformis ed E. strobiliformis.

Personalmente, sono propenso ad accettare l’accorpamento di Anderson e Broke e a considerare aselliformis e strobiliformis due specie dell’unico genere Pelecyphora, sebbene il fusto, le spine e i tubercoli delle due specie presentino non poche differenze. Il fusto, ad esempio, in entrambe le specie è di colore verde, ma quello della aselliformis è caratterizzato dai tubercoli con le spine pettinate di colore bianco/grigio, mentre quello della strobiliformis è di colore verde scuro, ricoperto da una leggera patina grigiastra, con tubercoli triangolari che terminano con corte e sottili spine caduche.

Ad ogni buon conto, le Pelecyphora sono di facile coltivazione, anche se per anni si è sostenuto il contrario: è sufficiente coltivarle in substrati poveri (terra di campo argillosa e inerti), in posizioni molto luminose se non al sole diretto (quantomeno gli esemplari di almeno 4 o 5 anni), annaffiando abbondantemente durante la stagione vegetativa, da aprile a settembre. In inverno vanno tenute completamente asciutte e riparate dalle piogge: in queste condizioni tollerano bene temperature anche di pochi gradi sotto lo zero.

Fondamentale, per la crescita corretta delle Pelecyphora, è la luce: queste piante ne vogliono in grande quantità e vivono benissimo in pieno sole, senza alcun riparo (purché vengano abituate gradualmente). Solo così è possibile far sì che il fusto mantenga la forma globosa, senza che si allunghi snaturando l’aspetto della pianta in età adulta.

I fiori, sia nella aselliformis che nella strobiliformis, spuntano in primavera dall’apice delle piante, solitamente lanoso, e sono di colore rosa intenso o fucsia, di piccole dimensioni (fino a circa 3 centimetri). Sempre nell’apice lanoso si formano i frutti, che si mostrano l’anno seguente, ormai secchi, quando la pianta riprende a vegetare e spinge in fuori le bacche contenenti i semi.

Tanto la specie aselliformis quanto la specie strobiliformis sono inserite nell’appendice I del Cites, la convezione di Washington sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna minacciate di estinzione.

Rebutia
Rebutia sp. a fiore rosso
Rebutia sp. a fiore rosso

Piante ideali per i coltivatori alle prime armi e al tempo stesso molto apprezzate anche dai collezionisti, le Rebutia sono cactacee di piccole dimensioni, molto diffuse e di facile reperibilità. Il loro punto forte sono le fioriture: sempre abbondanti e regalate in una vasta gamma di sfumature che va dal giallo all’arancio, dal rosso al fucsia, fino al bianco e al violetto.

Il genere è originario del Sud America e in particolare della Bolivia. Quasi tutte le specie di Rebutia sono globose o brevicilindriche, quasi sempre accestite, con piccoli tubercoli e spine sottili e corte. Il genere è stato descritto da Karl Schumann nel 1895, che, nella scelta del nome, volle omaggiare il francese P. Rebut, appassionato e venditore di piante grasse.

Rebutia heliosa
Rebutia heliosa

Dal punto di vista della classificazione non manca una certa confusione, dal momento che nel genere Rebutia alcuni autori includono piante che altri ricercatori considerano appartenenti a generì a sé stanti. Abbiamo così, per determinati autori, i sottogeneri Aylostera, Mediolobivia, Weingartia, Digitorebutia, Sulcorebutia. In passato, addirittura, le varie specie di Rebutia (ad oggi una quarantina) sono state attribuite al genere Echinocactus.

La coltivazione di queste piante è tra le più semplici: è sufficiente un terriccio drenante con un poco di organico (humus o torba), molta luce e annaffiature regolari durante la stagione di crescita. Ne coltivo alcune nel classico mix a base di lapillo, pomice e torba in parti uguali e non ho mai avuto problemi.

Per far sì che le piante mantengano i fusti compatti è bene tenerle in piena luce, ma non necessariamente al sole diretto, che ne potrebbe scottare i fusti, dal momento che le spine sono sottili e rade e l’epidermide è molto esposta.

Nessun problema con le basse temperature: se tenute asciutte, in inverno queste piante reggono tranquillamente temperature di alcuni gradi inferiori allo zero (alcuni miei esemplari sono andati a -7 gradi per diversi giorni).

Rebutia sp. a fiore rosa
Rebutia sp. a fiore rosa

Facile la coltivazione, facile la semina, che non richiede accorgimenti particolari rispetto alla maggior parte delle cactacee. Anche nel caso della semina, le Rebutia danno molte soddisfazioni perché sono piante precoci e possono fiorire già a due anni di età.

Tra le specie più interessanti, oltre alla diffusa R. minuscula, va sicuramente ricordata R. heliosa, dai grandi fiori con colorazioni intense che vanno dal giallo all’arancio.

Elenco completo dei generi

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