Generi dalla S alla Z

Stenocactus (Echinofossulocactus)
Stenocactus sp.
Stenocactus sp.: abbondante fioritura

Gli Stenocactus sono piante spesso sottovalutate nelle collezioni. Per anni, oltretutto, sono stati oggetto di confusione tassonomica: originariamente compresi in Echinocactus, sono stati poi rinominati Echinofossulocactus (denominazione che resiste tuttora presso alcuni coltivatori) per arrivare all’attuale genere di Stenocactus. Emblematico quanto scrive Anderson su questo genere in “The Cactus Family”: «It is surprising that the small group of Mexican cacti known as Stenocactus is so poorly understood; there has even been controversy regarding the correct name of the genus».
Sempre Anderson riferisce che alcuni autori come Taylor individuano forti affinità tra questo genere e il genere Ferocactus.

Ad ogni modo, chiarito (si spera) l’aspetto tassonomico, resta il fatto che gli Stenocactus sono, a mio parere, piante molto interessanti, sulle quali è possibile sperimentare tecniche di coltivazione “selvaggia” con ampi margini di miglioramento.

Stenocactus coptogonus spina lunga
Stenocactus coptogonus a spina lunga

La principale caratteristica che accomuna le specie di questo genere è il fusto “lamelloso”, solcato da piccole e sottili “onde” che conferiscono agli Stenocactus un aspetto unico nel panorama delle cactaceae, non senza qualche rimando a un che di “primitivo”. L’unica specie a differenziarsi, presentando coste marcate e assenza di “lamelle”, è S. coptogonus, peraltro una delle più affascinanti di questo genere.

Le fioriture sono sempre abbondanti, precoci: i bocci spuntano da fine gennaio ai primi di febbraio e i fiori cominciano ad aprirsi dalla seconda metà di febbraio. Sono sempre striati e hanno tonalità dal rosa pallido al viola alternate al bianco.

Gli Stenocactus sono originari del Messico e hanno dimensioni contenute, da piccole a medie. Sono, almeno alle nostre latitudini, tra i primi cacti a fiorire: producono i bocci in dicembre e aprono i fiori tra gennaio e febbraio (ne ho alcuni che hanno fiorito anche in dicembre). Le fioriture sono sempre molto generose e il fiore presenta caratteristiche striature in tinte che vanno dal rosa al fucsia.
Se piacciono le spine, sono piante che riescono a farsi amare: dal citato coptogonus all’erectocentrus, possono sviluppare “armi” considerevoli, tanto in lunghezza quanto in larghezza.

Stenocactus phyllacanthus v. violaciflorus
Stenocactus phyllacanthus v. violaciflorus

Sono piante facili da coltivare, ma attenzione: è altrettanto facile coltivarli male, facendo loro perdere le caratteristiche che li rendono attraenti. Vale a dire, spinagione robusta, fusto compatto e inizialmente basso e tondeggiante. Il terriccio, oltre all’insolazione, è un fattore cruciale: un’eccessiva presenza di azoto nel substrato (proveniente anche da un’eccessiva fertilizzazione) li può trasformare in piante orrende, deformate, gonfie e con spine inconsistenti. Molto meglio, per la mia esperienza, un terriccio povero, a base di terra di campo, inerti come pomice e ghiaia e un 10% al massimo di organico (torba fine o humus).

Negli ultimi anni Andrea Cattabriga ha ottenuto risultati eccellenti coltivando i suoi Stenocactus in marna pura. Da qualche anno anche io ho usato questo materiale su questo genere, ma non in purezza. Ho preparato composte con marna al 50%, ghiaia e pomice e i risultati sono stati decisamente soddisfacenti.

Stenocactus coptogonus spina corta
Stenocactus coptogonus spina corta

La specie più interessante (sempre parere personale) è il coptogonus, con spine variabili da corte a lunghe ma sempre larghe e leggermente ricurve. Ne ho due esemplari vecchi, con me da almeno una decina di anni: uno è a spina corta, l’altro a spina lunga. In inverno si sgonfiano parecchio e il fusto assume una colorazione rossastra, dando alle piante un aspetto molto naturale e “vissuto”. Ne ho una quindicina di esemplari da semina, che ho testato in varie condizioni e con vari terricci. Credo che l’abbinata marna/sole diretto sia quella che ha dato i migliori risultati in assoluto.

Altre specie interessanti sono il lamellosus (con spina rada ma lunga), il phyllacanthus, il multicostatus e l’erectocentrus.

Stenocactus erectocentrus
Stenocactus erectocentrus

In coltivazione non hanno esigenze particolari, se non, come detto, in fatto di terriccio: annaffiature abbondanti da fine marzo a tutto settembre, asciutta totale in inverno e più sole possibile. Se il terriccio è ben asciutto reggono senza alcun problema temperature sotto lo zero (i miei sono andati a -10).

La semina non presenta problemi particolari: il tasso di germinabilità dei semi freschi è piuttosto alto e le plantule si sviluppano relativamente velocemente a patto di annaffiarle abbondantemente in stagione di crescita. Ne ho ripicchettati alcuni esemplari (coptogonus, soprattutto) in marna al 70% dal secondo anno di vita: sono cresciuti più lentamente dei fratelli in composta a base di terra di campo, ma in compenso hanno prodotto spine più consistenti, mantenendo al tempo stesso il fusto molto schiacciato e largo.

Strombocactus
Strombocactus disciformis
Strombocactus disciformis

Il genere Strombocactus conta una sola specie, la disciformis, e una sottospecie, la esperanzae (da alcuni considerata specie a sé col nome di pulcherrimus). In origine queste piante erano classificate nel genere Mammillaria (specie disciformis), poi Britton e Rose li portarono nell’attuale genere a sé.

Sono piante molto particolari, per lungo tempo considerate rare e per veri appassionati. Ora non è difficile vederle in coltivazione, anche se la lentezza nella crescita e le difficoltà nella semina di questo genere contribuiscono a confinarlo ancora tra quelli per veri amanti delle cactaceae.

Le piante sono di piccole e medie dimensioni, sono originarie del Messico, in particolare dello stato di Hidalgo, nella zona centrale del Paese. In habitat gli Strombocactus crescono su scarpate di pietra calcarea, spesso tra le fenditure e in verticale. Spuntano letteralmente dalla roccia, affondando le radici in crepe e anfratti.
Caratteristica di questo genere è la forma, che Lodi descriveva “a trottola” (da cui, annotava il “padre dei cactofili” italiani, la pianta prende il nome, dal momento che strombos in greco significa appunto “trottola”). Gli esemplari di questo genere hanno un portamento schiacciato e in natura le piante restano piuttosto basse, soprattutto le giovani. I vecchi tubercoli delle piante adulte sono quasi sempre secchi e ingialliti e conferiscono agli esemplari un aspetto vissuto.

Strombocactus disciformis
Strombocactus disciformis

Le spine sono sottili, rade, all’apice dei tubercoli e caduche: la parte inferiore del fusto degli esemplari adulti ne è sempre priva. I fiori spuntano all’apice e sono relativamente grandi (rispetto alle dimensioni delle piante), di colore da giallo chiaro a bianco crema. In quanto a fioriture, gli Strombocactus sono molto generosi: fioriscono di continuo per quasi tutto l’anno, da fine gennaio/inizi di febbraio fino a novembre.

La coltivazione non è affatto difficile. Basta un terriccio povero (con pochissima frazione organica) e molta luce. Io li tengo in serra (da quanto ho capito non sono piante da sole diretto per tutto il giorno), in terriccio a base di terra di campo e inerti o marna e inerti. La marna, in particolare, ho visto che aiuta le piante a mantenere un portamento basso e schiacciato, impedendo al fusto di allungarsi.

Annaffiature abbondanti in stagione di crescita e asciutta assoluta da metà settembre a tutto marzo. Nessun particolare problema con il freddo a patto di tenere gli strombocactus asciutti: i miei sono arrivati a punte di -9 gradi senza patire.

Strombocactus disciformis ssp esperanzae (pulcherrimus)
Strombocactus disciformis ssp esperanzae

La semina, da quel che ho sperimentato, è davvero impegnativa. I semi sono piccolissimi, difficili da gestire (son poco più che polvere!). Le plantule hanno una crescita veramente lenta e nel primo anno possono facilmente marcire.

Alla fine degli anni ’90 è stata individuata la sottospecie esperanzae, che da alcuni coltivatori è considerata specie a sé stante rispetto alla disciformis e indicata come pulcherrimus. Le uniche differenze tra le due (specie o sottospecie) sono nel fiore: quello della esperanzae è color magenta, molto intenso e un po’ più piccolo. Da quello che ho potuto constatare, la esperanzae è anche più lenta, in quanto a tempi di crescita, rispetto alla disciformis.

Per una descrizione di una specie di Strombocactus di recente scoperta potete leggere un contributo a questo link.

Tephrocactus
Tephrocactus articulatus var. papyracanthus
Tephrocactus articulatus var. papyracanthus

Il genere è strettamente imparentato con Opuntia, dal quale le varie specie di Tephrocactus sono state separate dagli studiosi, che hanno così creato un genere a sé stante. Fu Charles Lemaire a descrivere per primo il genere Tephrocactus (Opuntia diademata = T. articulatus), nel 1868, creando il nome dal greco tephra, ceneri, riferito al colore del fusto di alcune di queste piante. La classificazione è tuttora piuttosto dibattuta: secondo Anderson il genere Tephrocactus comprende sei specie, alcune delle quali sono da altri autori classificate sotto il genere Cumulopuntia.

Sia come sia, si tratta di piante originarie dell’Argentina, della Bolivia e del Cile. I fusti hanno la tipica conformazione ad “articoli”, che ricorda la struttura delle Opuntia. Nei Tephrocactus, tuttavia, gli articoli sono solitamente di forma sferica o brevicilindrica e si sovrappongono, diramandosi, l’uno all’altro, creando cespi piuttosto ampi.

Tephrocactus geometricus
Tephrocactus geometricus

Le spine possono essere di consistenza cartacea, come in T. articulatus var. papyracanthus, oppure dure, spesse e lunghe, come in T. alexanderi. In alcune specie, come T. articulatus, sono inoltre presenti i glochidi, esattamente come nelle Opuntia. Si tratta di spine piccolissime, quasi invisibili ma in grado di conficcarsi nella pelle creando non poco fastidio.

La coltivazione di queste piante è piuttosto semplice: vogliono terriccio drenante (terra di campo al 30% e il restante inerti andrà benissimo), molto sole, meglio se diretto, e annaffiature abbondanti ma distanziate nella stagione di crescita, da aprile a settembre. In inverno possono tollerare temperature inferiori allo zero (i miei hanno retto senza problemi fino a -9 gradi) purché il terriccio sia asciutto. Come le Opuntia, sono molto resistenti alla siccità prolungata.

Durante la stagione di crescita possono produrre da uno fino a tre o quattro nuovi articoli. Questi ultimi si staccano facilmente, soprattutto in inverno, con l’asciutta, e possono essere usati come talee per creare nuove piante. Anche per questa ragione non ho mai seminato questo genere di cactacea: la moltiplicazione per talea è semplicissima (gli articoli radicano con facilità) e spesso, anche senza volerlo, ci si trova con qualche articolo caduto o staccato inavvertitamente dalla pianta madre.

Tephrocactus alexanderi
Tephrocactus alexanderi

I fiori, generalmente bianchi o rosa e piuttosto grossi, spuntano d’estate. Mi sono fioriti con facilità alcuni T. geometricus, ma da anni aspetto fiori dai miei T. articulatus.

Le specie classificate da Anderson sono T. alexanderi (che presenta molte variabili, da quelli a spina bianca a quelli a spina nera), T. aoracanthus (dalle spine lunghissime e puntute), T. articulatus, T. geometricus (forse il più delicato tra i vari Tephrocactus), T. molinensis, T. weberi.

Thelocactus
Alcune mie semine di Thelocactus bicolor in fiore
Mie semine di Thelocactus bicolor in fiore

Questo è un genere che si presta alla grande alla coltivazione “wild”. I Thelocactus sono piante robuste, sopportano benissimo la siccità e il pieno sole (anzi, vogliono moltissima luce) e sviluppano spine notevoli. Lo stesso Giuseppe Lodi, quando ancora si potevano importare piante dai luoghi di origine (fortunatamente ora si è diffusa una sensibilità maggiore, sebbene la compravendita di piante di habitat sia ancora una piaga), annota nel suo “Le mie piante grasse”: «Le importazioni, però, non rifanno, almeno per anni, le grandi spine che avevano all’arrivo. Si consiglia di tenerle molto al sole, in terra molto permeabile, concimata (…)».

Originari del Messico e di alcune aree degli Stati Uniti, come il Texas, i Thelocactus sono estremamente variabili in ragione del vasto areale che li ospita. La sola specie bicolor, ad esempio, ha moltissime varietà e forme diverse. Io stesso, con la semina di varie specie di Thelocactus, ho ho potuto osservare quante differenze tra esemplari di una singola specie si possano avere anche solo variando i fattori della crescita, a partire da substrato e insolazione.

Thelocactus hexaedrophorus ssp. lloydii
Thelocactus hexaedrophorus ssp. lloydii

Il bicolor è forse il più noto tra i Thelocactus. Con le fioriture è molto generoso (ne ho una pianta che è difficile vedere senza fiori nel periodo che va da aprile a ottobre) e il fiore è molto appariscente, con corolla ampia e i petali da viola pallido a viola intenso verso il centro. Dal momento che ne ho una dozzina di esemplari ottenuti con una semina di otto anni fa (più altri acquistati nel tempo), ho potuto sperimentare diversi substrati, passando dalla terra di campo con inerti, alla marna in alto dosaggio (fino al 70%), fino a terricci ricchi di organico.
Crescono bene in quasi tutte le composte, anche se in marna tendono a rallentare. In compenso, i bicolor in marna sviluppano spine più robuste e radici quasi a fittone. Alcuni li tengo in serra, altri in pieno sole e le differenze si vedono: gli esemplari cresciuti all’aperto restano più compatti e producono una spinagione più fitta.

Thelocactus hexaedrophorus ssp. lloydii
Thelocactus hexaedrophorus ssp. lloydii

Di specie interessanti ce n’è in abbondanza, oltre al bicolor. Tra i più affascinanti, dal mio punto di vista, c’è l’hexaedrophorus, in particolare la sottospecie lloydii, con spine rosse e spesse, in alcuni casi lunghe e quasi dritte, in altri avvolte attorno al fusto. Anche di questa specie ne ho seminati diversi e li ho “maltrattati” in vari modi: dal substrato fortemente marnoso al sole diretto. Non deludono mai: più si rallenta la crescita e più li si mette al sole diretto e meglio crescono.

Altre specie che ho propagato sono il rinconeris (con lunghe spine dritte), il setispinus (che alcuni mettono sotto il genere Hamatocactus) e l’heterochromus, altra pianta che se ben tenuta ringrazia con spine arrabbiate e fioriture color magenta. Molto bella anche la varietà longispinus dell’heterochromus.

Thelocactus tulensis
Thelocactus tulensis

La semina non dà problemi di sorta e in coltivazione, neanche a dirlo, perdonano parecchi errori. L’unica cosa da non sbagliare, pena una crescita anomala e spine sottosviluppate, è l’esposizione: se proprio non si può dar loro il sole diretto, almeno si evitino le reti ombreggianti.
Il regime delle annaffiature è il solito: abbondanti ma diradate di 10/15 giorni durante la stagione di crescita e stop assoluto a fine settembre, inizi di ottobre.

Un paio di anni fa ho scoperto una specie a me nuova (non so perché ma per anni mi è sfuggita): Thelocactus tulensis. Ha spine decisamente meno robuste dell’hexaedrophorus, ma compensa con la lunghezza, davvero notevole. Il primo anno l’ho messo in marna al 50%, ma la pianta non ha gradito: si è inchiodata e non ne ha voluto sapere di crescere. L’anno seguente l’ho messa in terra di campo e inerti ed è ripartita subito.

Turbinicarpus
Turbinicarpus schmiedickeanus ssp. andersonii
Turbinicarpus schmiedickeanus ssp. andersonii

I Turbinicarpus sono piante perfette per chi ha poco spazio o ama esemplari di piccole o medie dimensioni. La loro crescita, infatti, non è lentissima come per altri generi, ma queste piante non raggiungono mai grandi dimensioni. Non solo: sono piante in grado di fiorire a pochi anni dalla semina e sono piuttosto generose, con fioriture abbondanti e prolungate nel tempo, dalla fine dell’inverno all’autunno inoltrato.

Purtroppo, anche per tutte queste ragioni, i Turbinicarpus sono stati oggetto degli interessi di molti collezionisti senza scrupoli, facendo sì che moltissime piante venissero letteralmente strappate al loro habitat. Non a caso, il genere è ora incluso nell’appendice I della convenzione CITES, che protegge le specie a rischio.

In origine le piante di questo genere erano sparse in almeno altri due generi: Rapicactus e Gymnocactus, poi confluiti sotto la denominazione Turbinicarpus. Si tratta, in ogni caso, di piante originarie del Messico, accomunate dalle piccole dimensioni e dai tubercoli piuttosto pronunciati. La spinagione può invece variare moltissimo da specie a specie, passando da spine a consistenza cartacea a spine corte, a pettine, lunghe o dritte e appuntite.
I fiori sbocciano all’apice, spesso coperto da lanugine, e sono di piccole o medie dimensioni. I colori sono molto variabili e possono andare dal rosa pallido della specie lophophoroides al fucsia di T. horripilus.

Turbinicarpus lophophoroides
Turbinicarpus lophophoroides

La coltivazione è decisamente semplice: si tratta di piante robuste e per nulla “permalose”. Un buon substrato è a base di terra di campo e inerti, con una piccola percentuale di organico. Per la maggior parte delle specie uso terra di campo, pomice, ghiaia e torba (10%). In molti casi ho provato la marna (al 50%) e devo dire che anche con queste piante ha dato ottimi risultati.

Vogliono molto sole, così da mantenere la forma compatta, aria e annaffiature abbondanti nella stagione di crescita. Da ottobre a tutto marzo li tengo in asciutta totale e a temperature vicine a 0 gradi. Il freddo, se asciutti, lo reggono bene: ne ho tenuti diversi esemplari fino a -9 gradi senza alcun problema.

Semplicissima è anche la semina. Il tasso di germinabilità nei semi freschi è piuttosto alto e le plantule non hanno bisogno di particolari cure nemmeno nei primi due anni di vita, in genere i più delicati per molte specie di cactus. Crescono relativamente veloci e se nei primissimi anni hanno connotati molto diversi rispetto a quelli delle piante adulte, a partire dal terzo anno molte specie cambiano radicalmente e possono già fiorire in abbondanza.

Turbinicarpus horripilus
Turbinicarpus horripilus

Le specie sono parecchie e, come detto, molto diversificate tra di loro. Tra le più interessanti, T. horripilus (da molti ancora identificato come Gymnocactus), specie pollonante, con forti spine bianche dalla punta nera. Molto bella è anche T. lophophoroides, che gradisce la presenza di gesso nella composta, soprattutto per favorire una crescita equilibrata. Questa specie, in coltivazione, si vede troppo spesso deformata, allungata, quasi cilindrica, mentre in natura rimane piuttosto bassa e compatta. Da alcuni anni la tengo in marna, inerti e gesso e ho osservato che la crescita rallenta ma le piante mantengono un bell’aspetto naturale, basso e schiacciato.

A crescita lenta è anche T. alonsoi, pianta estremamente interessante, con i tubercoli molto pronunciati e la spina centrale lunga e curvata verso il centro della pianta. Fioriscono a tre anni dalla semina: i fiori sono di color magenta, piuttosto grandi rispetto alla pianta. Altre specie interessanti sono T. gracilis, T. hoferi (anche questa è una pianta che gradisce gesso nella composta), T. jauernigii (molto bassa e schiacciata, fiorisce in autunno inoltrato), poi T. macrochele, T. polaskii e T. valdezianus, tra i primi a fiorire alla fine dell’inverno.

Elenco completo dei generi