Le radici dei cactus e i loro segreti, perché il loro stato di salute è invisibile… finché il vaso non si spacca!

Agli occhi di chi non conosce i cactus o di chi li coltiva da poco tempo, foto come quella che ho scattato pochi giorni fa e che ho pubblicato qui in alto, possono apparire incredibili. Un vaso in plastica letteralmente squarciato dalla sola forza delle radici. Eppure il fenomeno, con determinati generi come gli Ariocarpus, esattamente come in questo caso, è tutt’altro che raro. In queste piante l’apparato radicale è infatti a “fittone”, ossia formato da una spessa radice carnosa, a forma di carota, che si spinge in profondità e dalla quale si dipartono radici laterali e capillari. La radice a fittone è in grado di accumulare grandi riserve d’acqua, espandendosi notevolmente. E questo, con la crescita della pianta e della radice stessa, è alla base della rottura dei vasi, in particolare se, come nel mio caso, si rinvasano le piante molto raramente.

In questo articolo impariamo allora qualche nozione di base sulle radici dei cactus, perché è importante ricordare che è proprio ciò che non vediamo (ciò che sta sotto terra) che determina la corretta crescita delle nostre piante. In altre parole, l’apparato radicale è alla base di tutto: se le radici soffrono, la pianta soffre; se le radici sono forti e robuste, la pianta cresce con vigore. Non a caso, una delle principali cause di morte delle cactacee è proprio il marciume radicale, generalmente indotto dal ristagno idrico. Questo a ulteriore dimostrazione dell’importanza delle radici dei cactus, perché se vogliamo piante sane è importante saper dare anche un’occhiata a… quello che sta sotto terra! (…)

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Lophophora williamsii, il cactus “fuorilegge” in Italia: facciamo chiarezza sulla normativa

Sì, si può coltivare ma non vendere. No, non si può coltivare né vendere. Sì e no: si possono coltivare solo esemplari giovani perché dopo sette o otto anni la pianta produce la famigerata mescalina e diventa illegale (quindi va incenerita???). Sì, si può tenere ma solo se acquistata prima del 2006, perché è da quell’anno che la pianta è stata inserita nel testo unico sulle droghe. Sulla coltivazione della Lophophora williamsii, cactacea conosciuta anche come “peyote”, negli ultimi anni in Italia si è detto di tutto e il contrario di tutto e questo anche perché, come spesso accade, la nostra normativa è farraginosa, lacunosa, oscura e, dal punto di vista logico, talvolta anche poco coerente. Ad esempio: nelle tabelle allegate al testo di legge italiano sulle droghe si parla della sola Lophophora williamsii, quando gli esperti di cactus sanno benissimo che di Lophophora, oltre alla williamsii, esistono diverse altre specie: decipiens, diffusa, fricii, koehresii, alberto-vojtechii.

Per un genuino appassionato di cactacee, il genere Lophohpora è certamente tra i più interessanti ed affascinanti. A maggior ragione il veto posto sulla commercializzazione e sulla coltivazione di questa pianta è un peccato dal punto di vista strettamente botanico, anche perché questi cactus hanno un aspetto molto accattivante, con fusti globosi di un bel colore azzurro/verde, privi di spine e con ciuffi lanosi in corrispondenza delle areole. I loro fiori sono piccoli e di colore solitamente rosa pallido (in alcune specie sono di colore fucsia o giallastro) e sbocciano all’apice per tutta l’estate.

Lophophora williamsii
L. williamsii in habitat (Messico)

Il genere Lophophora è molto importante per qualsiasi studioso di cactus e presenta caratteristiche uniche nell’ambito di questa famiglia botanica. La Lophophora cresce spontaneamente in alcune aree comprese tra il Sud del Texas e il Messico del Nord, negli stati del Querétaro e di San Luis Potosì. E’ una pianta molto robusta e caratterizzata da una radice a fittone, molto spessa e carnosa, esattamente come nelle piante del genere Ariocarpus. Se per molti anni è stato possibile coltivarla senza alcun problema anche in Italia, da diversi anni la situazione è drasticamente cambiata e la legge, sebbene in modo approssimativo e tutt’altro che univoco, prevede forti restrizioni per quanto concerne coltivazione e commercializzazione di questa cactacea. Per come è strutturata la normativa, tuttavia, c’è ancora oggi grande confusione tra i coltivatori meno accorti e questo espone moltissimi “innocenti” appassionati, coltivatori che non nutrono alcun interesse allo “sballo”, a rischi molto seri sotto il profilo penale.

In questo articolo vediamo allora in dettaglio cosa dice esattamente la normativa italiana sulla Lophophora williamsii affidandoci alle fonti ufficiali e cercando di fare chiarezza anche a beneficio dei tantissimi onesti appassionati di cactus, e al tempo stesso conosciamo meglio, almeno dal punto di vista teorico, questo particolare genere di cactacea. (…)

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